di Laila Sit Aboha*
La pratica femminista, oggi, o è decoloniale o rischia di non essere affatto trasformativa. Approfondire il femminismo decoloniale non è un vezzo teorico: è un’urgenza politica. Negli ultimi anni è diventato sempre più chiaro quanto manchi, anche nei movimenti femministi italiani, uno spazio reale in cui affrontare razzismo, orientalismo e colonialismo interiorizzato, che attraversano anche le nostre pratiche più quotidiane.
Mi chiedo spesso se io sia “una femminista”. Sicuramente sono una donna palestinese che lotta per il riconoscimento della soggettività femminile palestinese e contro il razzismo anti-. Il femminismo che abbiamo ereditato, quello mainstream, nasce dentro una tradizione occidentale bianca, figlia dell’espansione coloniale e capitalista. Per decenni ha messo al centro quasi esclusivamente le donne bianche e le loro rivendicazioni. Le conseguenze si vedono ancora oggi: nei movimenti mancano priorità che riguardino le soggettività femminili “altre”, e spesso manca perfino un lessico condiviso per parlare di razzismo, islamofobia, corpi non bianchi che abitano da generazioni le nostre città.
In questo quadro, la “femminista bianca” viene spesso rappresentata – ed è stata educata a rappresentarsi – come colei che deve “salvare” la donna razzializzata dalle barbarie della sua cultura, automaticamente letta come arretrata, violenta, incivile. E naturalmente deve salvarla anche dai suoi uomini, immaginati per definizione selvaggi e mostruosi. È esattamente contro questa logica che i femminismi anticoloniali hanno costruito un’altra idea di liberazione: la centralità della liberazione dell’uomo razzializzato insieme a quella della donna. Nessuno dei due può liberarsi da solo. Assata Shakur lo riassume in una frase: «Non possiamo essere libere finché i nostri uomini sono oppressi».
Se applichiamo questo sguardo alla Palestina, è evidente che non esisterà una Palestina libera finché tutte le soggettività non saranno liberate dal giogo coloniale. E non ci sarà liberazione femminile se mancano le condizioni minime di sopravvivenza: una casa, acqua, elettricità, beni essenziali. Parlare di autodeterminazione delle donne senza parlare di assedio, bombardamenti, occupazione militare significa accettare, di fatto, che la struttura coloniale resti intatta.
Il femminismo occidentale non può essere l’unica lente con cui leggere le lotte dei popoli colonizzati del Sud globale. È un prodotto storico situato, che spesso viene esportato come se fosse universale, imponendo categorie e pratiche estranee ai contesti in cui arriva. Un esempio è l’idea che l’uscita dallo spazio domestico sia sempre il principale indicatore di emancipazione. Per la popolazione palestinese, la casa – come scriveva bell hooks per le comunità nere negli Stati Uniti – è stata a lungo uno spazio di libertà, dove la violenza razzista coloniale non riusciva a entrare.
Oggi in Palestina il colonialismo entra letteralmente nelle case: le devasta, le occupa, irrompe di notte con i fucili puntati sui bambini assonnati, saccheggia e distrugge. Eppure, la casa resta uno spazio di soggettivazione, di trasmissione di sapere, lingua, affetto. È un luogo di resistenza che può essere scelto anche nella diaspora, nei nostri appartamenti in Europa. Pretendere di leggere tutto questo solo con le categorie della visibilità pubblica elaborate in Occidente significa, ancora una volta, universalizzare l’esperienza femminile bianca.
Nella mia formazione politica, come donna appartenente a una comunità indigena a rischio di cancellazione, sono state fondamentali le riflessioni e le pratiche del femminismo nero e arabo. Le parole di bell hooks, Angela Davis, Assata Shakur, Lila Abu-Ziadah e di molte altre mi hanno aiutata a spezzare l’odio verso me stessa che avevo interiorizzato in questo Occidente “libero” e “dei diritti umani”. Da loro ho imparato a rispettare la mia cultura, l’Islam, le mie origini “metà di qua e metà di là”. Quando Houria Bouteldja parla di una liberazione collettiva, femminile e maschile, indigena, riconosco profondamente quello che vivo.
Liberazione, in questa prospettiva, significa costruire uno spazio di relazione libero e collettivo. Non vuol dire negare il patriarcato o le sue violenze, ma allargare lo sguardo: il colonialismo colpisce uomini e donne in quanto membri di una società da sottomettere. Per questo abbiamo bisogno di strumenti nuovi per leggere la propaganda coloniale e disintegrarla. Un esempio recente è l’accusa di stupri di massa compiuti da militanti di Hamas il 7 ottobre 2023. Questa narrativa, rilanciata dalle autorità israeliane e da gran parte dei media internazionali, è stata più volte messa in discussione e non è stata confermata né da Amnesty International**, né da Human Rights Watch, né da organizzazioni israeliane per i diritti umani. Eppure, all’indomani di quelle accuse, il mondo si è schierato quasi all’unanimità con le presunte vittime israeliane. Perché? Perché l’immagine dell’uomo arabo violento, barbuto, in ciabatte, stupratore, è un archetipo radicatissimo nel nostro immaginario: un’equazione pronta all’uso.
Anche molte organizzazioni femministe italiane hanno dato per scontata la verità di quella narrazione, dichiarando immediatamente la propria solidarietà alle donne israeliane. Nessuna domanda sull’attendibilità delle fonti, nessuna riflessione sul ruolo di potere che le donne israeliane occupano dentro una società coloniale, nessun tentativo di problematizzare lo sguardo. Nel frattempo, rapporti dettagliati di organizzazioni palestinesi e internazionali, che da anni denunciano violenze sessuali e torture contro uomini, donne e bambini palestinesi in prigione – come l’ultimo del Palestinian Center for Human Rights – raramente trovano spazio nei media mainstream. Qui non si parla di episodi isolati, ma di un sistema di violenza organizzata che mira a destabilizzare e sottomettere un’intera società. È controllo totale sulla vita e sulla morte.
Dentro questo scenario, una domanda torna spesso quando parlo di Palestina: Come fate a fare figli in queste condizioni? Mahmoud Darwish, in un suo testo, scrive:
«Quando imboccarono la strada della compassione per l’assassino, alcuni turisti stranieri di passaggio chiesero: “Che crimine ha commesso il bambino?”. Risposero: “Crescerà per terrorizzare il figlio del terrorizzato”. “E la donna, qual è il suo crimine?” Dissero: “Darà alla luce una memoria”.»
Quella domanda – “come fate?” – contiene paura, ma anche giudizio. Rispondere, per me, significa spiegare che mettere al mondo un figlio non è un gesto ingenuo, ma un atto politico. È un atto di fiducia nella continuità del nostro popolo, nella possibilità di spezzare il ciclo della distruzione coloniale, nella certezza che il futuro non appartenga solo a chi oggi ha la forza di bombardare e occupare, ma anche a chi resiste, ama e continua a generare vita nonostante tutto. Così hanno fatto le nostre nonne durante la Nakba del 1948: hanno partorito in condizioni di precarietà estrema, in esilio, lasciando alle proprie spalle il Paese perduto. Hanno perso la Palestina, ma non i palestinesi.
Mentre nei dibattiti del femminismo mainstream occidentale la maternità viene spesso raccontata solo come qualcosa da cui emanciparsi – per costruire una carriera, per rivendicare indipendenza, obiettivi sacrosanti – in altri contesti l’esperienza della maternità può essere vissuta anche come parte di un progetto collettivo di liberazione. È uno sguardo che mette il “noi” prima dell’“io”, e che riconosce nella minaccia coloniale il primo ostacolo alla vita di un popolo intero. Questo non significa negare che la vita delle donne palestinesi sia attraversata da contraddizioni, né che il patriarcato non agisca anche in Palestina.
Significa però affermare che, in questo momento storico, abbiamo bisogno che chi ha guidato il femminismo occidentale faccia un passo indietro, ascolti e riconosca che la pratica femminista deve essere plurale. Deve mettere al centro le analisi delle donne razzializzate, che spesso subiscono sulla propria pelle le forme più violente del sistema capitalista, coloniale e patriarcale. (…)
“Non si può essere femministe e religiose”
Un altro tema ricorrente nei dibattiti a cui partecipo, come militante del collettivo di donne araboreligione. Molte volte mi è stato detto che non può esistere liberazione femminista dentro lo spazio della religiosità. Trovo inquietante che ancora oggi non si riconosca il pregiudizio razzista e islamofobo che si nasconde dietro a questa affermazione.
Viviamo in una parte di mondo in cui “musulmano” e “arabo” sono stati per decenni sinonimi di terrorismo e barbarie. Dell’Islam, della sua storia e della sua cultura si sa pochissimo, ma questo non impedisce di pontificare su cosa significhi “liberazione” per una donna musulmana. Non si comprende, ad esempio, che per molte di noi il velo, le pratiche religiose, certe tradizioni culturali non sono un segno di arretratezza, ma un modo per riconnettersi a qualcosa che ci è stato sottratto: una lingua, una memoria, una genealogia. Nelle diaspore, rivendicare un’appartenenza religiosa è spesso anche un modo per dire “chi siamo” in luoghi lontani dalla terra d’origine, per mantenere un legame con gli antenati che hanno resistito al colonialismo inglese e sionista. (…) Questo è, in fondo, il cuore del femminismo decoloniale: non aggiungere semplicemente qualche volto razzializzato a un femminismo già scritto altrove, ma riscrivere le domande, le priorità, le alleanze. A partire dai nostri corpi, dalle nostre memorie, dalle nostre lotte.
*Laila Sit Aboha è una scrittrice, podcaster e ricercatrice che si occupa di decolonialità. Lettrice, scrittrice e relatrice sulla politica e le culture della regione Swana.
**In realtà la notizia di stupri (non di stupri di massa) da parte di Hamas e di altri gruppi armati durante l’attacco del 7 ottobre 2023 è confermata sia dal rapporto del 4 marzo 2024 della commissione Onu diretta da Pramila Patten che nel rapporto di Amnesty International del dicembre 2025, successivo alla stesura del presente articolo (https://www.amnesty.org/en/documents/mde15/0282/2025/en/). La redazione, pertanto, si dissocia dalle affermazioni dell’autrice in questo paragrafo, cosa che per altro non inficia la validità e il portato concettuale dell’articolo stesso. ndr
Progetti COSPE
In Palestina siamo presenti con “Gender Equality in the Economic Sphere: Our Right, Our priority” (Ue) un progetto di sostegno al ruolo di Osc palestinesi di donne e donne con disabilità per promuovere l’uguaglianza di genere e i diritti delle donne e “Ibtkar” (Aics) che ha l’obiettivo di rafforzare gli attori dell’Economia Sociale e Solidale in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza da una prospettiva di genere.