di Elisa Aste
“L’essenziale è invisibile agli occhi”, ci ricorda Antoine de Saint-Exupéry.
Lo sanno bene i popoli originari, che toccano la terra con concretezza e si lasciano guidare dal sapere del sole, dal mistero della luna e dalla forza dell’acqua. Presenze invisibili li orientano, perché nella loro cosmovisione tutto è relazione: la vita, gli spiriti, la natura e la memoria.
Hortencia Tombé Tunubalá, mayora del popolo Misak e parte del Cric (Consejo Regional Indígena del Cauca), incarna questa forza ancestrale: il suo lavoro di guaritrice non è soltanto una pratica di medicina tradizionale, ma un pilastro della resistenza culturale e dell’autonomia del suo popolo. In lei, come in molte altre donne, si intrecciano sapere, territorio e vita. Il suo nome spirituale è Paleigo, che significa “fiore del popolo”.
Come le donne dei popoli originari vivono la loro spiritualità e si prendono cura della terra, del fuoco, dell’acqua e del vento, in un contesto che include anche il femminismo?
Per noi, come popoli originari, il femminismo non è un concetto isolato: ci guidiamo e ci organizziamo secondo la nostra visione ancestrale, che non appartiene a un solo popolo, ma a quasi tutti i popoli originari.
Per noi è fondamentale la relazione con la terra, il vento, il fuoco e l’acqua, perché sono elementi essenziali per la nostra sopravvivenza. Come donne, ci identifichiamo con la Madre Terra: il nostro corpo è il primo spazio da curare. Custodiamo, diamo vita, creiamo e proteggiamo le sementi.
Abbiamo una connessione profonda con la terra: viviamo grazie a essa, il cibo proviene da essa, l’acqua è la nostra linfa vitale, il vento è l’aria che respiriamo ogni giorno, e il fuoco è il luogo intorno al quale si trasmette tutta la saggezza ancestrale, da cui ha origine la vita.
Per questo motivo, noi donne manteniamo viva questa sapienza ancestrale. Ogni popolo ha le proprie origini, ma tutti sono legati alla natura.
Si sente spesso dire che le donne sono “territorio”. Come descrivere il senso profondo di questa affermazione?
Quando diciamo “io sono territorio”, intendiamo che il nostro corpo è il primo territorio da rispettare e proteggere. Inizia così l’educazione dei bambini e delle bambine: imparano a conoscere e amare il proprio corpo, a curarlo e a proteggerlo. Questo rispetto per sé stessi si estende poi alla natura: acqua, terra, piante e animali sono parte dello stesso territorio da custodire.
Per le donne, questo percorso inizia già in gravidanza, attraverso pratiche di autocura legate alla sapienza ancestrale, come l’uso di piante, bagni rituali e altre attenzioni che oggi si integrano anche con la medicina occidentale. Dalla nascita del bambino o della bambina, ogni gesto quotidiano: il bagno, il taglio dei capelli, l’inizio della prima mestruazione, è accompagnato da rituali che insegnano a rispettare e custodire la vita. Così, le donne trasmettono la cura del corpo e della terra, insegnando ai bambini e alle bambine a riconoscere il valore di ogni elemento del mondo. È un lavoro condiviso con gli uomini, perché la vita è duale: maschile e femminile, e tutto è collegato. In questo modo, la protezione del corpo e della natura diventa un percorso di responsabilità e amore verso la vita, dalla casa alla terra, dalla famiglia all’ambiente.
Sentite, come comunità, il peso di dover essere sempre in prima linea nella difesa del territorio contro la miniera e l’estrattivismo?
Certo, per noi è una responsabilità profonda. Il territorio, tutto ciò che contiene, compresa la mineraria sotterranea, è come gli organi della Madre Terra: indispensabile per la vita e per il suo equilibrio. Proteggere il territorio è quindi una lotta che portiamo avanti da sempre: se non lo custodiamo noi, chi lo farà?
Guardiamo alle nuove generazioni: vogliamo lasciare loro questa casa, il nostro territorio, migliore di come l’abbiamo trovato. Per noi il territorio è vita, è casa, è memoria. Ogni giorno il nostro impegno è prendercene cura, mantenerlo e proteggerlo, affinché chi verrà dopo di noi possa ereditare un mondo sano, vitale e pieno di possibilità.
Cosa significa femminismo per lei?
Per noi, il femminismo significa prendersi cura della terra e proteggere la natura. La lotta contro chi vuole danneggiare o sfruttare il territorio nasce da questo principio: difendere, custodire e rispettare la vita. La nostra esistenza dipende dalla terra, dall’acqua e da tutto ciò che ci dà vita; se li distruggiamo, affrontiamo le conseguenze della contaminazione e dei cambiamenti climatici. Per noi, quindi, femminismo è custodire la vita e il territorio che ci sostiene, oggi e per le generazioni future.
In che modo la comunità risponde alla violenza contro le donne e alla violenza di genere, e quali strategie vengono messe in campo per prevenire e proteggere?
Le racconto la mia esperienza. Oggi la violenza contro le donne è ancora molto presente, radicata nella storia della colonizzazione: da allora la donna è stata svalorizzata, maltrattata e calpestata. La violenza non è una novità di oggi, ma dalla colonizzazione spagnola è aumentata: le donne sono state violate, uccise, e anche gli uomini hanno subito ingiustizie.
Questo crescendo di violenza ci ha portato a organizzarci come donne, dando vita a processi come quello di Mujeres Cric. Dagli anni ’70, con la lotta per il recupero delle terre, abbiamo camminato, cresciuto e rafforzato la nostra comunità. Oggi, come donne, affrontiamo la violenza non solo contro la natura, ma anche contro noi stesse, e io accompagno questo percorso dalla dimensione spirituale, sostenendo il lavoro e la forza delle Mujeres Cric.
Mi dica di più…
Dal punto di vista spirituale, abbiamo iniziato a osservare l’origine della violenza, a studiare da dove proviene, perché tutto ha una radice, un inizio. Ci siamo avviate a un percorso che ci porta verso il passato, verso le nostre radici, per comprendere le cause profonde di ciò che accade oggi.
Il mio lavoro spirituale consiste nel curare, sanare e recidere ciò che porta dolore, come si fa con le radici di un albero. Abbiamo iniziato a investigare l’origine della violenza trasmessa di generazione in generazione: dalle nostre trisavole, alle nostre nonne, alle nostre madri.
Oggi, il nostro compito è sanare queste ferite, soprattutto nelle donne, comprendendo da dove nasce la violenza contro di noi. È un processo lungo, profondo, che richiede pazienza e attenzione, e continueremo a camminare su questa strada, portando guarigione e consapevolezza alle nuove generazioni.
Mi spieghi l’esperienza…
Quando parliamo di “sanare”, intendiamo chiudere le ferite. Noi donne portiamo dentro molte esperienze di maltrattamento e svalorizzazione, e questo provoca un profondo dolore psicologico. Ci sono stati maltrattamenti fisici e psicologici che, generazione dopo generazione, hanno lasciato ferite profonde.
Sanare significa iniziare ad ascoltare le donne, dialogare con loro e, dal punto di vista spirituale, lavorare sulle radici, come si fa con un albero: si potano le parti inferiori per far crescere la parte superiore, che rappresenta l’essenza di ciò che siamo realmente.
In questo percorso le donne imparano a prendere decisioni proprie e a responsabilizzarsi delle proprie azioni, invece di subire il controllo di altri : genitori, nonni o membri della comunità, che per lungo tempo hanno limitato la nostra autonomia. Questo controllo ha portato alla svalorizzazione, alla negazione della possibilità di studiare o di affermarsi.
Oggi, insieme alle nostre compagne, lavoriamo per guarire queste ferite psicologiche e mentali, riconquistare la nostra autonomia e rafforzare la nostra essenza, affinché ogni donna possa vivere libera e responsabile della propria vita.
Tra narrazioni, rituali e gesti quotidiani, le donne dei popoli originari ci insegnano che prendersi cura del corpo, della terra e delle relazioni non è un atto isolato, ma un intreccio di responsabilità. Esiste un femminismo che non si misura in slogan o manifesti, ma nella capacità di custodire la vita e il territorio, di guarire ferite antiche e di trasmettere saggezza alle generazioni future.
“Memoria che cammina,
voce che insegna, mani che sanano.
Custodi del territorio,
dell’acqua, della vita.
Invisibili, ma imprescindibili.
Resistono, insistono, esistono.
E nel loro cammino lasciano tracce
senza chiedere permesso.
Perché dove fiorisce una donna, rinasce la selva.
E finché ce ne sarà
anche solo una in piedi,
l’Amazzonia non sarà silenzio:
sarà grido, sarà tamburo, sarà domani.
Sarà un futuro che respira
in lingua propria
Sarà vita che non si arrende”Hortencia Tombé Tunubalá