di Mohamed Al Hessi*
A Gaza, quando chiediamo ai bambini: “Perché adesso abbiamo bisogno del teatro?”, la risposta arriva semplice e sincera: “Per sorridere un po’ e dimenticare ciò che ci sta succedendo”. Ma la realtà è diversa. A ogni sorriso, la storia ritorna e la ferita si riapre, ogni volta con una profondità diversa, ma anche con la forza di restare saldi, la determinazione a rimanere vivi e l’inizio di una svolta decisiva verso la vita, ancora una volta.
A Gaza, il teatro non è un lusso culturale, ma una necessità umana. In un luogo oppresso dalla crisi quotidiana, il teatro diventa uno spazio raro in cui respirare e reimmaginare la vita oltre i confini della dura realtà. Qui non si sale sul palco soltanto per recitare, ma per restare vivi e sperare.
Fare teatro a Gaza è tutt’altro che un processo convenzionale. Lavoriamo in condizioni eccezionali: senza elettricità, con gli spostamenti limitati e con spazi “sicuri” che possono essere minacciati in qualsiasi momento. Eppure, continuiamo perché il teatro, per noi, non è soltanto arte, ma una forma di resistenza gentile che restituisce alle persone la propria voce, quando tutto intorno tace.
Questa resistenza non si limita a ciò che accade sul palco ma si estende ai dettagli della vita quotidiana. Viaggiare con gli spettacoli tra i campi di sfollati per raggiungere il pubblico è, di per sé, un atto di resistenza. Non aspettiamo che siano le persone a venire da noi: siamo noi a raggiungerle, portando il teatro nei luoghi di rifugio, in spazi provvisori dove si vive sospesi tra pazienza e attesa. In quei luoghi ascoltiamo storie. Tutti vogliono parlare, condividere, liberare ciò che portano dentro. Ascoltiamo racconti di perdita, di paura, ma anche di speranza.
Il teatro diventa così uno spazio di ascolto tanto quanto di espressione, un ambiente in cui le voci e le esperienze delle persone vengono accolte con rispetto. Ma, seppur professionisti del teatro, non siamo estranei a queste storie. Viviamo nelle stesse condizioni, portiamo le stesse angosce e percorriamo le stesse strade dello sfollamento. Ascoltiamo le storie delle persone, le accogliamo, le rielaboriamo.Eppure, una domanda rimane: chi ascolta noi? È da qui che comincia un altro ruolo del teatro. Documentiamo ciò che accade, lo mettiamo in scena e diventiamo una voce collettiva che parla di tutti e per tutti. Sul palco raccontiamo la storia di un’intera comunità.
Attraverso la voce e il movimento creiamo un evento vivo che, pur non cambiando subito la realtà, apre alla possibilità di mutare il corso della storia. Ci avviciniamo a un finale diverso che assomiglia alla vita che meritiamo. All’interno di questo lavoro, le donne occupano un posto speciale nella narrazione. Attraverso gli spettacoli di storytelling che costruiamo con loro emergono storie vere, nate dal cuore dell’esperienza vissuta. In uno di questi lavori, lo spettacolo “Il pilastro della tenda”, i racconti nascevano dalle testimonianze dirette di donne che hanno vissuto la guerra, in ogni suo dettaglio.
Abbiamo scelto questo titolo come metafora della resilienza femminile: donne che restano in piedi nonostante tutto, proprio come il palo di una tenda resiste al vento. Nello spettacolo, mostrano la loro capacità di restare salde, di continuare a essere madri, di accudire, nutrire, crescere i figli e creare, con pochissimo, tutto ciò che serve per tenere in piedi la casa e la vita.
Anche mentre attraversano una delle guerre più dure da immaginare, continuano a restare in piedi come il pilastro della tenda, contro tutto ciò che tenta di spezzarle.
Nel cuore di questa esperienza, è impossibile ignorare i pericoli quotidiani con cui conviviamo. I bombardamenti, gli sfollamenti ripetuti, la perdita delle persone amate e perfino quella dei nostri strumenti e materiali artistici: tutto questo lascia un segno profondo sul nostro lavoro. Eppure, ogni volta che siamo costretti a fermarci, torniamo e ricominciamo. Innoviamo, reinventiamo i nostri strumenti e trasformiamo la scarsità in un nuovo spazio di vita. Questa capacità di andare avanti, nonostante tutto, è di per sé un atto di creatività e resistenza.
In ogni laboratorio con i bambini vediamo come l’arte possa aprire nuove finestre. Il bambino che prima era timido o spaventato comincia a esprimersi, a ridere, a partecipare. Il teatro offre a bambini e ragazzi la possibilità di essere visti, ascoltati e di raccontare la propria storia. È qui che risiede la forza dell’arte: nella sua capacità di rimodellare il mondo interiore, anche quando quello esterno resta immutato.
L’arte a Gaza non è separata dalla realtà, ne è il riflesso vivente. Affrontiamo il dolore sul palco, trasformandolo in storie, scene e momenti di verità condivisa. Questo processo non guarisce del tutto le ferite, ma ci dà la possibilità di andare avanti e di comprendere ciò che stiamo attraversando. Il teatro è anche uno spazio di connessione. In una società frammentata dalle circostanze, crea un ambiente che riunisce le persone attorno a un’esperienza comune. Il pubblico non arriva soltanto per guardare, ma per diventare parte della storia. Così la performance si trasforma in un atto collettivo che ricuce i legami tra gli individui e ricostruisce una parte del tessuto sociale logorato. Quando diciamo che l’arte è resistenza, non parliamo per slogan. Parliamo di gesti piccoli ma continui e ogni attività artistica è una dichiarazione implicita che la vita continua e che le persone a Gaza non possono essere definite soltanto dalla loro sofferenza, ma anche e soprattutto dalla loro capacità di creare.
Forse il teatro non cambia direttamente la realtà politica, ma cambia le persone. E questo, di per sé, è già una forma di resistenza. Perché una persona che possiede voce, immaginazione e capacità di esprimersi è difficile da piegare.
Insomma, il teatro a Gaza è molto più di uno spettacolo portato in scena. È un atto di sopravvivenza. È uno spazio in cui proteggiamo la nostra umanità e ridefiniamo noi stessi, oltre i numeri e i titoli di giornale, attraverso il quale affermiamo che l’arte non è un lusso, ma un diritto, e che la resistenza può esistere anche su un piccolo palco, sotto una luce fioca, sorretta da una volontà che non si spegne mai.
* Pubblicato su Avvenire il 22 maggio 2026
Il teatro che resiste
La compagnia teatrale Ayyam Al Masrah – Theatre Day Productions (TDP), è un’organizzazione palestinese dedicata a migliorare la vita di bambini, bambine e giovani attraverso attività teatrali e laboratori basati sul teatro.
Fondata nel 1995, negli anni ha realizzato moltissime iniziative nella Striscia di Gaza, in Cisgiordania e a Gerusalemme, con e per bambini, bambine e adolescenti tra i 9 e i 17 anni interpretando da sempre il teatro come strumento potente di guarigione psicologica, educazione e empowerment. Un lavoro radicato nella comunità e basato sull’ascolto e l’accoglienza. Dal 2018 TDP è partner di COSPE a Gaza, nel costruire percorsi condivisi sia sulla violenza di genere, sia sulla partecipazione alla vita sociale e politica delle donne.
Nel settembre del 2023, a un mese esatto prima dell’inizio dell’attacco israeliano alla Striscia di Gaza, la compagnia era a Firenze per festeggiare il 40esimo anniversario di COSPE con lo spettacolo “The story is sick”. Da allora COSPE è rimasto in contatto con i membri della compagnia, sostenendoli e raccogliendo e amplificando le loro voci: gli attori e i vari operatori della compagnia, pur sfollati e divisi in diverse zone della Striscia, hanno continuato a lavorare con i giovani, i bambini, le bambine, le donne, anche sotto i bombardamenti e le macerie, anche nelle tende e nei campi profughi.
Il loro teatro, un importante edificio nel centro di Gaza City che era diventato centro di formazione e spazio scenico aperto alla città, è stato distrutto nel 2024.
* Mohamed Al Hessi, in collegamento da Gaza, ha partecipato all’evento “Restare Umani” (Spazio Alfieri, Firenze, 23 maggio ore 20.30). La TDP è sostenuta anche dalla Campagna di COSPE “Emergenza Gaza” attiva dall’ottobre 2023: emergenzagaza.cospe.org
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