Intervista a Marilys Zayas Shuman di Pamela Cioni
Il contesto cubano offre una prospettiva unica sulla storia e sull’evoluzione delle istanze femministe, anche se a lungo (e in parte anche oggi) il femminismo sia stata considerata una parola “maledetta”. Qualcosa di esogeno, di matrice borghese e coloniale, tanto che è stato in parte anche considerato un fattore controrivoluzionario. Più coerente dunque parlare di una lunga tradizione di attivismo femminile che ha visto le donne protagoniste nella promozione delle costituzioni degli anni ’40 prima e nella lotta rivoluzionaria e nell’impegno per l’emancipazione sociale dopo. È a questo periodo storico (1960) che risale la nascita della Federazione delle Donne Cubane (FMC), con l’obiettivo di rafforzare la partecipazione delle donne e migliorare le condizioni di vita della società.
Abbiamo parlato con Marilys Zayas Shuman, giornalista e (dal 2022) direttrice dell’Editorial de la Mujer, di proprietà della stessa Federazione delle Donne Cubane, e vero punto di riferimento per le questioni di genere a Cuba dal 1978 ad oggi con le riviste “Muchacha”, dedicata alle ragazze tra i 14 e i 18 anni, e “Mujeres”. Oggi la Editorial, che impiega 36 donne tra giornaliste, fotografe e figure amministrative, ha integrato le pubblicazioni nel mondo digitale, inclusa la creazione della radio online “Casa Violeta”, sostenuta anche dal progetto di COSPE, No Más. “Alla casa editrice non si fa solo giornalismo. È uno spazio di confronto, di attivismo sociale, di accoglienza” – dice. E riflette con noi sul ruolo dei media nelle lotte per la eguaglianza di genere e la tutela dei diritti delle donne e sulla storia del femminismo, in un contesto politico economico e sociale tanto particolare come quello cubano.
Qual è la relazione tra il femminismo a Cuba a una tradizione marxista e rivoluzionaria?
Parto dal presente: il femminismo a Cuba continua a essere ancora oggi un tema controverso e, in alcuni contesti istituzionali, ancora percepito negativamente. Questo deriva in larga parte da una conoscenza parziale del suo significato e dal timore che esso possa entrare in conflitto con il progetto sociale rivoluzionario. Prima del 1959, le manifestazioni del femminismo nel paese erano associate al femminismo borghese, spesso contrapposto alla nascente rivoluzione. Nonostante questo, esistevano molte organizzazioni femminili – marxiste, cattoliche, femministe, afrodiscendenti – che contribuirono alla definizione di programmi condivisi, senza tuttavia imporre l’etichetta “femminista”.
Queste iniziative generarono progetti significativi, come corsi professionali rivolti alle donne delle aree rurali, promossi da figure di rilievo come Vilma Espín, guerrigliera e moglie del ex presidente Raul Castro, allora presidente dell’organizzazione femminile nazionale. Pur non aderendo in toto al concetto di femminismo, Espín integrò progressivamente politiche orientate al miglioramento della condizione femminile: l’analisi storica della rivoluzione cubana mostra infatti che molte delle prime leggi e delle politiche sociali possedevano elementi avanzati in materia di diritti delle donne, pur senza essere esplicitamente associate al femminismo.
Negli ultimi quindici anni, comunque, si è registrata una crescente affermazione del pensiero femminista, soprattutto tra le giovani generazioni. Ricercatrici e studiose hanno svolto un ruolo fondamentale nella promozione di iniziative e proposte legislative, mentre gruppi di studentesse universitarie hanno iniziato a organizzarsi autonomamente per affrontare forme di violenza e discriminazione non adeguatamente coperte dalle strutture ufficiali. Processi simili riguardano anche le donne afrodiscendenti, oggi riunite in reti che mirano a rendere visibili istanze specifiche rimaste a lungo marginalizzate.
La rivoluzione aveva infatti promosso l’idea che i diritti fossero garantiti a tutte le cittadine e i cittadini, ma l’esperienza concreta ha mostrato come molte disuguaglianze persistessero, in particolare per le donne e ancor più per le donne nere.
Si parla infatti di afrofemminismo cubano… Che caratteristiche ha?
Le istanze delle donne afrodiscendenti continuano a essere centrali e necessarie. Pur non costituendo un percorso separato dal più ampio movimento delle donne, presentano specificità che richiedono un’attenzione dedicata. Oggi esiste la “Rete delle Donne Afrodiscendenti”, che contribuisce a rendere maggiormente visibili queste rivendicazioni, radicate in esperienze quotidiane dirette. Un processo analogo riguarda le donne appartenenti a diversità sessuali, le cui lotte derivano da posizioni sociali e vissuti differenti. Quello che ancora sembra mancare a Cuba è l’integrazione naturale di tutte queste istanze all’interno dell’organizzazione ufficiale, come esito fisiologico dell’evoluzione sociale. I cambiamenti in atto però stanno introducendo nuovi metodi di lavoro e arricchendo il movimento femminista cubano.
Esiste a livello accademico una critica esplicita al femminismo “coloniale”? C’è un pensiero su questo critico?
Non esiste ufficialmente, esistono tuttavia analisi rilevanti sull’importazione di prospettive femministe nei Caraibi. In particolare, il gruppo di lavoro femminista “Alfisa”, dell’Istituto di Filosofia, ha prodotto studi significativi su questo tema e coordina la rete femminista nazionale “Berta Cáceres”. Da questa rete sono emerse valutazioni sia sugli aspetti positivi sia sui limiti di tali modelli teorici rispetto alle priorità del femminismo cubano, evidenziando come alcuni approcci importati non risultino pienamente applicabili al contesto locale.
Ciò che caratterizza maggiormente il femminismo cubano negli ultimi anni è la capacità di svilupparsi a partire dalla propria realtà sociale, complessa e specifica. Questo, pur presentando sfide significative, ha contribuito alla costruzione di un femminismo radicato nell’esperienza quotidiana del Paese e orientato alla continua trasformazione della vita sociale.
A Cuba si parla infatti soprattutto di femminismo popolare. Cosa si intende e perché questa declinazione?
Per femminismo popolare, si intende l’impegno da parte di organizzazioni istituzionali e non, di dare ascolto a quelle pratiche e a quei processi di trasformazione sociale che emergono nelle comunità. Si tratta di valorizzare le esperienze delle donne dei territori, superando la centralità delle élite e dei contesti accademici. Il femminismo popolare pone al centro la vita quotidiana delle donne che affrontano difficoltà materiali e sociali — come interruzioni dell’elettricità, carenze idriche o responsabilità familiari — e riconosce la necessità di costruire equità a partire dalle basi della comunità. Questo è anche quello che viene più facilmente accolto e accettato.
E quali sono, secondo lei, le resistenze più forti per il reale sviluppo di istanze femministe?
A Cuba persistono forti resistenze culturali di natura patriarcale, riscontrabili nella vita quotidiana, nei luoghi di lavoro, nella famiglia e nella politica. Il Paese rimane caratterizzato da un marcato sessismo, nonostante una volontà politica dichiarata di promuovere l’empowerment femminile. Dal 2019 sono stati introdotti importanti cambiamenti normativi e, pur in assenza di una legge specifica sulla violenza di genere, esiste una strategia nazionale che ne svolge di fatto il ruolo. Ma, questi progressi risultano in larga misura imposti dall’alto e non accompagnati da un adeguato cambiamento culturale.
A mio parere compromesso anche dall’attuale crisi economica e sociale, che in alcuni casi produce un arretramento nelle conquiste raggiunte. Segnali di regressione sono visibili sia in una certa normalizzazione di comportamenti sessisti, che nell’emergere di pratiche discriminatorie prima molto meno esplicite, come ad esempio annunci di lavoro che richiedono specifici requisiti di età, etnia o aspetto fisico. Non è inusuale oggi vedere scritto cartelli nei negozi in cui si cercano ragazze, bianche, giovani e di bella presenza…
Ma in che modo, dunque, l’introduzione del Codice della Famiglia del 2022 e della Costituzione del 2019 di cui parlavi prima ha inciso concretamente sulla vita quotidiana a Cuba?
Il processo di cambiamento a Cuba è stato segnato dall’approvazione del Codice della Famiglia nel 2022 e dalla Costituzione del 2019. Tuttavia, l’impatto di queste riforme sulla vita quotidiana è complesso. La legge, da sola come dicevo, non è sufficiente a trasformare il contesto sociale: le consultazioni realizzate nelle comunità e nei luoghi di lavoro hanno evidenziato posizioni profondamente divergenti, rivelando la presenza di fondamentalismi — non solo religiosi — e di resistenze radicate anche in ambienti considerati progressisti. In molti casi, alcune persone hanno sostenuto il Codice più per senso del dovere che per reale convinzione.
Ciò ha reso evidente la necessità di una comunicazione più efficace e mirata per accompagnare il cambiamento culturale. In ogni caso la società cubana non si trova oggi nello stesso punto in cui era al momento dell’approvazione del Codice che ha comunque prodotto effetti concreti: il riconoscimento dei matrimoni tra persone dello stesso sesso ha corretto ingiustizie preesistenti, come la perdita dei diritti sugli effetti personali del partner deceduto nelle coppie non sposate o la possibilità di negoziare il cognome dei figli, pratica ormai adottata da numerose famiglie cubane. Ma un processo reale di consapevolezza richiede ancora trasformazioni politiche e una profonda evoluzione della coscienza sociale, che non può compiersi nell’arco di pochi anni.
Casa Violeta
Il progetto No-Más. Prevenzione e risposta alla violenza contro le donne in Cuba sta sostenendo la radio on line “Casa Violeta”, ultimo prodotto della Editorial, e la futura creazione di un centro multimediale, che permetterà di ampliare la produzione a podcast, contenuti audiovisivi e materiali televisivi, favorendo modalità narrative più diversificate.
Progetti COSPE
La casa editrice delle donne è sostenuta in particolare dal progetto No Más – Prevención y respuesta a la violencia contra las mujeres en Cuba (Ue)” che vuole rafforzare la sinergia tra politiche, programmi e risorse destinate al contrasto della violenza di genere da parte di diversi attori e nel cui sviluppo i media sono tassello fondamentale. Il progetto ha sviluppato la campagna contro la violenza di genere, dal titolo “Ahi es”, pensata e coordinata da gruppi di giovani nelle varie province del paese. A Cuba, siamo presenti anche con il progetto “ZoneCreative” (Aics) incentrato sull’attivazione di un processo di rigenerazione urbana e sociale attraverso la cultura.