Stato di diritto ed emancipazione: quando l’impegno delle donne anticipa la giustizia

In Senegal le conquiste giuridiche delle donne sono arrivate grazie alle loro lotte, spesso prima delle leggi. L'analisi della giurista Fatou Faye.

di Fatou Faye*

Dalla sua indipendenza, nel 1960, il Senegal rimane uno “Stato di diritto” in cui l’ineguaglianza tra uomini e donne è codificata. Uno Stato in cui i valori democratici come la libertà di espressione, l’uguaglianza delle opportunità, la parità di accesso agli impieghi civili e militari e ai bisogni fondamentali tengono conto solo in misura molto relativa delle libertà delle donne. È solo la combinazione di numerosi fattori interni ed esterni che ha permesso alle donne di porre il dibattito sulla necessità della loro emancipazione sociale (un aspetto che soffre molto spesso di un silenzio giuridico), ma anche politico-giuridica, lottando contro le disuguaglianze di genere legalizzate dal legislatore senegalese in uno Stato definito di diritto.

Oltre agli ostacoli socio-culturali, la legalizzazione e la codificazione di tali disuguaglianze (codice della famiglia, diritto del lavoro, ecc.) rappresentano i principali problemi con cui le donne si scontrano nel tentativo di riabilitare il proprio status all’interno di una società in cui religione e cultura mantengono un sistema sociale patriarcale, tanto nello spazio pubblico (le istanze decisionali politiche e amministrative, ancora largamente dominate dagli uomini) quanto in quello privato (famiglia, matrimonio…). Tuttavia, con il tempo, alcune voci femminili si sono levate qua e là per denunciare questa ingiustizia spesso innominata.

Le prime ondate di contestazione hanno preso forma grazie alla creazione di movimenti associativi come Yewu Yewi (1980) e l’Associazione delle giuriste senegalesi (1974), che hanno posto le basi di una protesta femminile duramente repressa dalla società senegalese (insulti, stigmatizzazione, intimidazioni, aggressioni, ecc.). Queste associazioni hanno permesso alle donne di dotarsi di spazi di riflessione per elaborare strategie di lotta contro le violenze di genere che, fino ad allora, erano ricondotte al solo concetto di “discriminazione”. Il codice della famiglia senegalese, adottato nel giugno 1972, è stato infatti il primo bersaglio di queste associazioni. Nonostante due fasi di modifica, esso contiene ancora articoli che rafforzano le violenze di genere: la poligamia, la designazione dell’uomo come capo famiglia, il divieto per una donna di avviare un’azione di riconoscimento della paternità, la scelta della residenza familiare riservata al marito, ecc.

Le associazioni femminili hanno compreso molto presto la necessità di politicizzare queste disuguaglianze e discriminazioni di genere affinché le rivendicazioni delle donne fossero prese in considerazione sul piano politico-giuridico. Ciò ha prodotto risultati concreti dopo anni di lotta, con conquiste fondamentali quali: il divieto delle mutilazioni genitali femminili, l’adozione della legge sulla parità assoluta uomo-donna negli organi elettivi e semi-elettivi nel maggio 2010, la criminalizzazione dello stupro, l’integrazione delle donne nei servizi militari e paramilitari, l’uguaglianza salariale, la creazione di una direzione di genere in tutti i ministeri, ecc. È a partire da questo momento che i movimenti femminili hanno iniziato ad anticipare la giustizia, in uno Stato in cui il diritto ha cessato di prevenire le ingiustizie, proteggere i cittadini e sanzionare la violazione delle leggi.

Uno dei fattori determinanti per la riabilitazione giuridica e sociale dello status delle donne in Senegal è stata la ratifica di tutte le convenzioni sui diritti umani, che fanno parte integrante della Costituzione attraverso il suo preambolo. In particolare, la ratifica della Convenzione sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne (Cedaw) nel dicembre 1979 e del Protocollo di Maputo nel luglio 2003 è stata decisiva. Questi pilastri giuridici internazionali hanno costituito la base del lavoro di advocacy delle organizzazioni femminili comunitarie e hanno permesso anche alle organizzazioni internazionali di sostenere i movimenti delle donne.

Il contributo dei partner tecnici e finanziari ai movimenti femminili rappresenta un aspetto strategico fondamentale, poiché consente alle donne di elaborare vere e proprie roadmap per confrontarsi con i decisori politici, fare lobbying per l’adozione di leggi che facilitino l’accesso delle donne all’istruzione, migliorino la salute e la capacità riproduttiva, garantiscano l’accesso alla terra, ecc. Molte battaglie hanno avuto esito positivo grazie al sostegno dei partner internazionali, che hanno contribuito a rendere concreta la visione del movimento femminile come progetto di società.

L’internazionalizzazione della lotta per l’emancipazione, attraverso la partecipazione delle donne a conferenze internazionali, ai lavori preparatori delle convenzioni, a manifestazioni e memorandum, ha permesso allo Stato del Senegal di comprendere che la discriminazione giuridica nei confronti delle donne nuoceva alla sua immagine diplomatica. Molto attento alla propria reputazione internazionale, lo Stato senegalese ha quindi cercato di integrare nelle politiche pubbliche le rivendicazioni femminili derivanti dalle convenzioni ratificate. In linea di principio, lo Stato non dovrebbe attendere che i movimenti femminili prendano l’iniziativa per garantire il rispetto dei diritti delle donne in tutti i settori. Purtroppo, l’impegno delle donne per la propria emancipazione supera di gran lunga la protezione politica e giuridica del loro status.

Attualmente, le leggi specifiche adottate per colmare il silenzio giuridico sulla violenza contro le donne soffrono di una grave mancanza di applicazione. La loro inefficacia è spesso imputabile agli stessi decisori politici, rendendo la lotta doppiamente difficile. Tuttavia, le attiviste continuano a rompere il silenzio e a incoraggiare le donne a denunciare le violenze con ogni mezzo possibile, anche grazie ai social network.

L’uso delle nuove tecnologie dell’informazione rappresenta uno dei principali fattori di liberazione delle donne, facilitando l’accesso all’informazione attraverso social network come Facebook, Instagram, ecc., e permettendo di denunciare le violenze subite nei propri territori (violenze fisiche, femminicidi, stupri, mancato rispetto della legge sulla parità, ecc.). Oggi le denunce possono diffondersi in pochissimo tempo: una forma di lotta sviluppata dalla nuova generazione di donne in tutto il mondo.

Le nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione hanno inoltre permesso di portare il dibattito sulle violenze contro le donne nella “piazza pubblica”, dando voce a tutte. In passato, alcune battaglie erano portate avanti quasi esclusivamente da donne “intellettuali” in sale conferenze, panel e seminari. Oggi non è più così: le giovani attiviste, grazie a Internet, danno la parola anche alle donne delle aree rurali che, se non scrivono testi, pubblicano direttamente video per raccontare i fatti. Si tratta di un progresso significativo che ha permesso di sensibilizzare un pubblico molto più ampio sulle violenze contro le donne in Senegal. L’adozione di leggi come la criminalizzazione dello stupro è stata accelerata dalla diffusione sui social di casi di stupri ripetuti seguiti da omicidi, talvolta premeditati. Le nuove tecnologie hanno permesso anche alle giovani donne analfabete delle zone più remote del Paese di farsi ascoltare, portando avanti battaglie legate alle loro comunità, come l’accesso alla terra e la lotta contro i matrimoni precoci.

L’emancipazione delle donne dovrebbe essere un progetto sociale per ogni Stato di diritto. Oggi rappresenta invece uno dei pilastri trascurati della democrazia. Rimane ancora una lotta portata avanti principalmente dalle donne, anche nelle democrazie moderne, sebbene non si possa parlare di vera democrazia senza l’emancipazione femminile. Quale forma di governance esiste dunque in Stati in cui i diritti delle donne non sono rispettati?

Da qui la necessità di interrogarsi sul tipo di governance da accordare alle donne, sul posto che spetta loro per una partecipazione effettiva alla gestione della cosa pubblica e per il loro pieno sviluppo personale.

*Fatou Faye è giurista di diritto pubblico e responsabile di programma presso la Fondazione Rosa Luxemburg – Ufficio Africa Occidentale


Progetti COSPE

Su questi temi in Senegal COSPE sta portando avanti il progetto “Essere donna” (Aics) pensato per migliorare la salute sessuale e riproduttiva delle donne e sostenerle nell’esercizio dei loro diritti.

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