La centralità del corpo per battere il patriarcato

Da Irshad Manji a Femen, da Maryam Namazie ad Adrienne Rich: Monica Lanfranco ripercorre le voci che hanno messo il corpo al centro della lotta contro il patriarcato religioso.

di Monica Lanfranco*

Era il 2004 e in Italia usciva per Guanda Quando abbiamo smesso di pensare, la traduzione del testo di Irshad Manji dal titolo originale My trouble with Islam. Ci vollero molte discussioni per poterne scrivere sulla stampa di sinistra in Italia, perché Manji, lesbica e musulmana credente, puntava il dito verso i propri compagni di fede islamica.

“Il Corano è contraddittorio, e come tale è umano. Noi musulmani non abbiamo avuto ancora la nostra riforma liberale, ma innumerevoli riforme conservatrici. Oggi riformare non significa dire alla gente come pensare, ma dare loro il permesso di pensare e di fare domande sui nostri testi sacri. E questa è considerata una sorta di eresia anche fra i musulmani non estremisti. Sono una musulmana dissidente, all’inizio del mio libro dico che sono una Muslim refusenik, ma questo non significa che io rifiuti l’Islam: rifiuto di unirmi a un esercito di automi in nome di un dio, incluso il mio”.

Il nome dell’allora giovane attivista e giornalista, Irshad, non a caso significa ‘guida’. Nel suo sito (https://irshadmanji.com/) è proprio la stessa Manji ad accettare la sfida insita nel suo nome: “Voglio essere una guida per il popolo musulmano verso il coraggio morale e la riforma democratica” – scrive.

Irshad Manji, che nel testo ringrazia Allah per la sua vita e per l’amore della sua compagna, è stata la prima donna musulmana di dichiarata fede islamica a prendere parola pubblica contro l’integralismo religioso della sua religione, e lo ha fatto in maniera inedita e dirompente. “Sono credente, e sono lesbica. Ma il mio dio non è quello degli integralisti, che mi vorrebbero morta perché amo una donna. Se dio non avesse voluto che fossi come sono, io non ci sarei. Dio non mi giudica per quella che sono, sono gli esseri umani a farlo”.

Il successo del suo libro, immediatamente preso di mira dai fondamentalisti, fu planetario; nel giro di due anni non solo fu tradotto in tutto il mondo occidentale ma anche, per specifico desiderio dell’autrice, in urdu, arabo, farsi, indonesiano, sloveno, e molti capitoli sono disponibili gratuitamente on line.

Eppure, in Italia ha avuto una accoglienza molto fredda: Manji non è velata, critica in modo puntuale quella che per una parte della sinistra e del femminismo è la ‘religione delle vittime’ e per questo intoccabile, e la sua sfida teorica denuncia il relativismo culturale che molta parte del mondo accademico occidentale ha abbracciato, secondo il quale criticare l’I-slam, in particolare il velo e le altre forme di copertura del corpo delle donne, equivale a essere razzisti e coloniali.

Anni dopo, nel 2018, dopo avere incontrato Inna Shevchenko, attivista del gruppo Femen alla straordinaria “Secular Conference” di Londra, organizzata dalla scrittrice di origine iraniana Maryam Namazie (della quale parlerò più avanti), portai in Italia il testo di Shevchenko Anatomia dell’oppressione. Ancora una volta l’accoglienza è fredda a sinistra e nel femminismo.

Celebrate in tutto in mondo per il coraggio di usare il proprio petto nudo come manifesto di protesta politica contro il fondamentalismo religioso di ogni tipo (un’azione nonviolenta che alcune pagarono duramente con percosse e galera) le Femen sono scomode, nonostante la verità indiscutibile annunciata fin dal titolo del testo sia proprio una tesi femminista: l’oppressione delle donne inizia dal corpo e l’uso politico delle tre religioni a noi più vicine (la cattolica, l’ebraica e l’islamica), usate nella storia umana come arma di persuasione e controllo sociale, è un potente alleato del patriarcato a livello globale.

Ecco un brano dal testo: “Come donne portiamo questo libro in noi da sempre: ogni ingiustizia che abbiamo osservato o subìto dalla nascita ne ha inconsapevolmente annerito le righe. Nasce in un’epoca in cui si dispiega un terribile flagello integralista. L’estrema destra religiosa, inquisitrice dei tempi moderni, sparge il sangue al suo passaggio e fa esplodere agli occhi del mondo il lato oscuro della religione: mentre noi scriviamo, le atrocità si moltiplicano, le nostre compagne umaniste cadono sotto i suoi colpi. Allo stesso tempo, le organizzazioni cattoliche diventano sempre più popolari e piazzano i loro candidati in Europa e negli Stati Uniti.

È giunto il momento di fare la nostra parte, di porre la prima pietra all’edificio della laicità, dell’umanismo e della libertà d’espressione, baluardo che si incrina ogni giorno di più. (…) Siamo convinte che le religioni siano all’origine di molte delle sofferenze delle donne; tuttavia, non vogliamo confondere l’umano e i dogmi istituzionalizzati. Non tutti i credenti sono odiosi e violenti: ebrei, cristiani e musulmani pacifici del mondo intero lo dimostrano ogni giorno e come ci diceva giustamente la nostra amica attivista Maryam Namazie: “Le persone sono generalmente migliori delle religioni”.

Non rimetteremo in discussione la libertà di fede: tutti gli esseri umani sono per loro natura spirituali e anche noi abbiamo una nostra spiritualità. Siamo però convinte che la spiritualità appartenga alla sfera privata e che tale debba restare: non deve fare la legge, la politica, la cultura, la morale, né può essere imposta”.

Anatomia dell’oppressione è un testo di analisi e di storia delle radici religiose dell’inferiorizzazione delle donne, ma in Italia voci come quelle di Manji, Shevchenko e Namazie sono raramente citate: si preferisce rimarcare lo stereotipo della donna velata se si parla di mondo musulmano, facendo di questo mondo un unico blocco, come se non ci fossero differenze e conflitti, come se anche qui non ci fossero voci critiche, laiche e atee.

In questo senso sono illuminanti gli scritti che negli anni Maryam Namazie ha raccolto nel suo sito (spesso tradotti e ripubblicati dalla rivista Marea), nei quali insiste sull’errore di parte del femminismo e della sinistra nell’essere reticenti sui rischi di radicalizzazione fondamentalista che pure sono presenti nelle comunità dei migranti in Europa. Molto significativo il suo netto rifiuto di ogni giustificazione della strage in Francia della redazione di Charlie Hebdo, rivista politica satirica rea di avere pubblicato vignette ritenute blasfeme (reato per il quale in molto paesi islamici è prevista la pena di morte): in un suo video Namazie chiama il mondo progressista ad un netto cambio di rotta per sostenere la visione laica francese e non quella multiculturalista anglosassone, che rischia di delegittimare l’universalità dei diritti in Europa favorendo diritti religiosi paralleli.

“L’Europa deve essere laica – sostiene Namazie- e per laicità intendo la completa separazione della religione dallo stato (e non la versione inglese di eguale tolleranza per le religioni, che alimenta il comunitarismo). La libertà di religione, o di credo, è un importante diritto umano: è una questione personale di coscienza e un’esperienza vissuta. Quando però la religione è parte integrante dello stato o della legge non si tratta più di credenze personali, ma di potere e controllo. Con l’ascesa della destra religiosa in Europa e a livello internazionale la difesa della cultura laica è un compito storico.

È anche una precondizione per i diritti delle donne, una garanzia di libertà di religione e, insieme, di libertà dalla religione”. Di recente all’incontro femminista di “FiLia” (associazione femminista britannica, parte del Movimento di Liberazione delle Donne ndr) a Brighton a fine 2025 Namazie ha rotto un altro recente tabù dentro il mondo femminista: quello dell’impossibilità di ragionare sul velo e sulla questione palestinese in modo critico. “Il panorama dell’attivismo politico moderno è diventato un campo minato morale, dove i valori universali vengono regolarmente sacrificati sull’altare di lealtà ristrette e basate sull’identità.

La molteplicità viene trattata come un tradimento e la semplicità viene trasformata in un’arma. Quello che dovrebbe essere un impegno di principio a favore dei diritti universali delle donne è sempre più sopraffatto da rigidi binari che esigono fedeltà a un blocco di potere piuttosto che a un altro. In nessun altro ambito questa tensione è più evidente che nei dibattiti sui diritti delle donne e sulla questione palestinese. L’opposizione essenziale all’occupazione e al genocidio di Israele viene confusa con la difesa di Hamas e l’antisemitismo. Al contrario, l’opposizione a Hamas e all’islamismo viene riformulata come difesa dello Stato israeliano e islamofobia.

Si tratta di una falsa dicotomia che ignora le esperienze di vita delle donne. Riconoscere le molteplici forme e fronti di danno, o riconoscere che i diritti possono essere e sono violati da entrambe le parti opposte, è visto come un affronto alla lealtà di gruppo. L’impegno per i diritti universali delle donne è trattato come un tradimento da entrambe le parti, soffocando i nostri movimenti, le nostre solidarietà e la possibilità stessa di liberazione. Ad un evento parallelo a “FiLia”, organizzato dall’Anti-Imperialist Feminist Network, il mio contributo sulla necessità di liberarsi sia da Hamas che dall’occupazione israeliana è stato denunciato con grida di “vergogna”.

Che una critica di principio a Hamas possa scatenare tanta ostilità non è sorprendente. È una cosa che vedo da molti decenni: difendi gli apostati e sei “islamofobo”. Ti opponi al razzismo anti-musulmano e sei un jihadista sotto copertura. Condanni il regime islamico dell’Iran e sei accusato di legittimare il militarismo statunitense. Ti opponi agli attacchi israeliani all’Iran e diventi filo-regime. Il copione è sempre lo stesso: rifiuta la versione mainstream e sei automaticamente collocato nel campo dei ‘nemici’. O sei con noi o sei contro di noi.

E a seconda di chi siamo noi, o giustificherai lo stupro, l’occupazione e il genocidio israeliani come autodifesa, oppure difenderai lo stupro e il terrorismo di Hamas come resistenza, anche se è ben noto che lo stupro è sempre stato usato come arma di guerra. Anche se da sempre ti opponi alla violenza contro le donne, a seconda delle tue idee politiche, farai sparire come per magia gli stupri e le aggressioni sessuali commessi da Hamas o dalle forze dell’IDF. Coloro che si oppongono alla destra cristiana nel proprio paese difenderanno l’Islam, il velo, la sharia e la teocrazia nel nostro o uno Stato fondamentalista ebraico in Israele.

La violenza politica, lo stupro, il fondamentalismo e la misoginia diventano accettabili purché siano perpetrati dalla propria ‘fazione’. Il femminismo è condizionale, a seconda della tribù di donne che viene sacrificata. In alcune parti della sinistra occidentale, il nazionalismo bianco è giustamente condannato, ma il fondamentalismo islamico al potere è romanticizzato come anti-imperialista. Nel frattempo, la destra occidentale mette ossessivamente in guardia dalla Sharia, mentre difende il proprio nazionalismo cristiano che attacca i diritti all’aborto, i diritti LGBT e i diritti delle donne”. Per chi si occupa di diritti umani (non dimenticando mai che sono i diritti delle donne a fare da base ai diritti universali) penso sia imprescindibile ascoltare le parole di Namazie.

Nel 1976, dedicandolo alle sue due nonne, la poeta e saggista femminista Adrienne Rich dava alle stampe il libro che ha cambiato la vita di almeno tre generazioni di donne: “Nato di donna”.

Nelle ultime pagine del testo c’è un ideale collegamento con le lotte contemporanee delle attiviste laiche del mondo musulmano, spesso snobbate da parte del femminismo e dalla sinistra relativista, che invece dovrebbero ascoltare: “La riappropriazione del nostro corpo apporterà alla società umana mutamenti molto più essenziali dell’impossessarsi dei mezzi di produzione da parte dei lavoratori. Il corpo femminile è stato al tempo stesso territorio e macchina, terra vergine da sfruttare e catena di montaggio produttrice di vita. Dobbiamo immaginare un mondo in cui ogni donna è il genio tutelare del suo corpo. In tale mondo le donne creeranno autenticamente nuova vita, dando alla luce non solo figli (se e come vogliono) ma le visioni e il pensiero necessari a sostenere confortare e modificare l’esistenza umana: un nuovo rapporto con l’universo. La sessualità, la politica, l’intelligenza, il potere, la maternità, il lavoro, la comunità, l’intimità creeranno nuovi significati, il pensiero stesso ne uscirà trasformato. Da qui dobbiamo cominciare”.

*Monica Lanfranco è giornalista, psicologa, doula del fine vita, formatrice: conduce corsi sulla comunicazione e il linguaggio non sessista, la risoluzione nonviolenta dei conflitti nel lavoro e nelle dinamiche collettive. Dal 1994 dirige il semestrale femminista Marea; nel 2008 ha fondato Altradimora, luogo di seminari e incontri femministi.


Fuori la guerra dalla storia. Scritti necessari di politica e femminismo

di Lidia Menapace, a cura di Monica Lanfranco | Enciclopedia delle Donne, 2025

Gli scritti Lidia Menapace (1924-2020), qui raccolti da Monica Lanfranco, sono organizzati per parole chiave: linguaggio, politica, guerra, corpi… Parole capaci di aggregare riflessioni preziose e utilissime per le attuali e successive generazioni. I contributi di Giuliana Sgrena, Giancarla Codrignani, Peter Nicolosi, insieme all’introduzione della curatrice, compongono un ritratto di Lidia Menapace e ne illuminano l’eredità.

Monica Lanfranco, tra le sue pubblicazioni più recenti, ha scritto anche Crescere Uomini (Erickson, 2019), Voi siete in gabbia, noi siamo il mondo (Vanda, 20121), Mio figlio è femminista (Vanda, 2023). www.monicalanfranco.it

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