di Tiziana Grassi
Al Baumhaus di Bologna, il 22 maggio, il Mediterraneo non è apparso come una linea che separa, ma come uno spazio attraversato da storie, corpi e resistenze. Nel panel “Resistenze Queer”, moderato dal giornalista e diversity editor Pasquale Quaranta, le immagini dei documentari di Carl Collison, prodotti nell’ambito del progetto Nali Themba, Still my son e I am She/Her, hanno aperto una conversazione sull’essere visibili quando tutto intorno sembra spingere verso l’invisibilità. Alla lotta e alla resistenza, Aura Cadeddu, attivista di Spazio Cassero e assistente sociale in un centro antidiscriminazioni, aggiunge la parola resilienza.
Perché resistere significa anche continuare a costruire spazi di accoglienza dentro istituzioni che troppo spesso non riconoscono le persone per quello che sono. “Con l’avanzata delle destre europee la questione Lgbtqia+ viene attaccata e marginalizzata dalle istituzioni”, racconta. E per chi è migrante, razzializzato e trans, alle ferite del viaggio si sommano quelle legate alla propria identità, in un sistema di accoglienza che Cadeddu definisce “totalmente fallimentare”. E poi ci sono i giornali, dove la comunità trans compare quasi esclusivamente nella cronaca nera, spesso attraverso il deadname delle vittime.
“Una doppia vittimizzazione a cui si aggiunge, per chi è anche migrante o senza documenti, una tripla discriminazione che rende la persona invisibile in quanto persona, visibile solo per quello che le manca”. Quell’invisibilità non conosce confini. Dal Sudafrica, Melody Harry, di Gender DynamiX, racconta una quotidianità in cui le discriminazioni si sommano: essere nere, trans, avere una disabilità, essere disoccupate o sex worker. “Un livello di sopravvivenza che si può capire solo mettendosi nei loro panni”, dice. Per questo il lavoro di Gender DynamiX parte dall’ascolto delle comunità, per rispondere a bisogni spesso ignorati.
E anche quando quelle vite arrivano nello spazio pubblico, la rappresentazione può diventare un’altra forma di violenza: “Nei media mainstream le persone trans vengono dipinte con molta negatività invece che con i fatti”, mentre sui social i commenti restano spesso impuniti. È qui che la rappresentazione incontra l’informazione. Mauro Meneghelli, di Gender Bender, rivendica il valore di spazi capaci di mettere in relazione persone che altrimenti non si incontrerebbero. Senza le voci delle persone raccontate, diventa difficile restituire la complessità delle loro vite. Ma per essere visibili e riconosciuti servono anche risorse.
Da Cape Town, Zoe Black porta la discussione sul piano economico: “La lotta più grande, per quanto possa sembrare strano dirlo, sono il denaro e l’economia”. Avere risorse significa poter comprare sicurezza, istruzione, lavoro, affermazione di genere e riconoscimento legale. Per questo bisogna ripensare anche le parole: “abbandonare la parola ‘prostituzione’ e riconoscere il sex work come lavoro”, perché il linguaggio può diventare una forma di violenza. Il Sudafrica resta così un territorio di contrasti.
Lisa Zannerini, responsabile Africa Australe di COSPE, ricorda che i matrimoni tra persone dello stesso sesso sono legali dal 2006, ma che la Costituzione progressista convive con uno stigma sociale profondo. “Soprattutto nelle zone rurali molte delle sue norme restano solo sulla carta, senza reale attuazione”, mentre l’accesso alla sanità di affermazione di genere diventa sempre più difficile anche a causa del taglio dei fondi internazionali. Per questo la resistenza passa anche dalla possibilità di aprire dialoghi dove finora non c’erano. Tando Mpande, dall’Eastern Cape, racconta la forza dei documentari nel far sentire le persone trans e genderdiverse “viste, ascoltate, validate”.
Ma anche la resistenza che arriva dall’altra parte: “Incontriamo anche resistenza, ed è quello che cerchiamo, perché vogliamo aprire conversazioni scomode”. Forse è questa la trama che unisce le diverse sponde raccontate a Bologna: resistere significa rendersi visibili, nominarsi, raccontarsi e pretendere di essere ascoltati. Una conversazione alla volta, costruire lo spazio perché ogni identità possa essere vista non per ciò che le manca, ma per ciò che è.
Nali Themba
Nali Themba, che in lingua zulu significa “C’è speranza”, è il progetto attraverso cui COSPE e Gender DynamiX, organizzazione sudafricana nata nel 2005 per promuovere i diritti delle persone transgender in Africa australe, sostengono le comunità trans e gender-diverse e costruiscono spazi di confronto e cambiamento. È nell’ambito del progetto che è nato I am She/Her, il documentario di Carl Collison che, a trent’anni dalla Costituzione sudafricana del 1996, racconta il divario tra i diritti riconosciuti sulla carta e la vita quotidiana delle donne trans (visivibe su youtube.com/cospetv). Durante il panel è stato proiettato anche Still My Child, sempre di Collison, che segue il percorso di tre padri verso l’accettazione dei propri figli transgender. Due film che trasformano storie personali in occasioni di riflessione, creando un ponte tra le esperienze delle comunità e le lotte per l’autodeterminazione.