Quello che segue è un estratto dell’intervento che Atusa Karbaschi ha tenuto in apertura dell’incontro “Dalle periferie al mondo. La generazione che protesta” il 22 maggio 2026.
“Non siamo il terzo fronte, siamo contro le esecuzioni, i proiettili e le bombe”. “Stiamo combattendo su due fronti, contro le bombe di Israele e i proiettili del regime, contro privilegi ereditari e dominio dinastico, che sia Khamenei o il principe Palavi”. Queste sono alcune scritte che si possono leggere per le strade di Teheran.
Ho scelto di iniziare da queste parole perché raccontano qualcosa che spesso fuori dall’Iran facciamo fatica a raccogliere e a vedere. Ci mostrano che c’è una generazione che continua a protestare e resistere, rifiutando però di essere ridotta a una sola narrazione, a uno schieramento o solo a una lettura binaria del presente. Una generazione che non si riconosce necessariamente nelle alternative che vengono offerte dai media oppure dalle narrazioni occidentali e che in mezzo alla guerra e alla repressione e alla violenta polarizzazione, continua comunque a cercare uno spazio di autodeterminazione (…).
In questo festival parliamo di periferie, non solo quelle geografiche, ma anche politiche e mediatiche. Ci sono popoli come quello iraniano di cui ci ricordiamo soltanto nei momenti di crisi estrema. L’Iran spesso occupa questo spazio nella narrazione dei media: uno spazio violento, uno spazio di crisi. E quindi parlare di Iran per chi vive fuori dal paese significa confrontarsi con una sensazione di impotenza, in particolare per le generazioni come la mia che sono nate cresciute qua, ma che hanno un forte legame con l’Iran (…). Ho sempre percepito infatti di avere una responsabilità ancora maggiore per il privilegio che ho di stare qua in Italia e poter parlare (…).
Negli ultimi anni mi è diventato sempre più chiaro che una delle forme di repressione più silenziose, ma anche più efficaci, è il controllo dell’informazione, in particolare attraverso l’uso di internet. Il blackout utilizzato in Iran è uno strumento politico e di guerra.
Quando la connessione viene rallentata o interrotta, quando condividere immagini e testimonianze diventa impossibile, la violenza perde visibilità e quando la violenza non è visibile diventa sempre più facile negarla (…). E allora mi chiedo spesso quanto valga oggi una vita senza accesso alla connessione, quanto sia semplice cancellare una violazione dei diritti quando nessuno può raccontarla (…). Al contrario contenuti propagandistici del regime iraniano circolano liberamente (…). E anche questo è potere, decidere chi può parlare, chi può essere ascoltato e chi resta invisibile.
Ogni volta che succede qualcosa in Iran mi viene chiesto cosa ne penso e cosa si dovrebbe fare e rispondo sempre allo stesso modo: uno dei limiti più grandi per noi qui è l’incapacità di stare nella complessità quando si parla dell’Asia occidentale. Abbiamo bisogno di trasformare tutto in categorie ordinate, mentre l’Iran invece ci costringe a confrontarci con contraddizioni che spesso preferiremmo ignorare (…). Per questo, quando parliamo di Iran, dovremmo esercitare una capacità che spesso manca nel dibattito pubblico, cioè riuscire a tenere insieme più verità, anche quando sono scomode. Perché così come sarebbe disonesto ignorare il ruolo di guerre del diritto internazionale, delle sanzioni e degli interessi internazionali, sarebbe altrettanto ingiusto dimenticare la responsabilità della Repubblica Islamica nella repressione sistematica del popolo iraniano. Possiamo provare sollievo nel vedere incrinarsi un potere teocratico responsabile di decenni di violenza e allo stesso tempo rifiutare l’idea che la guerra rappresenti una soluzione (…).
Perché, mi chiedo, accettiamo il conflitto interno e la frammentazione politica nelle nostre società, ma pretendiamo coesione assoluta quando parliamo di altri popoli, della diaspora iraniana? (…). Una delle richieste più urgenti di qualsiasi iraniano che si trova in Iran è quella di ascoltare senza selezionare le voci che confermano ciò che crediamo, (…) lasciando lo spazio anche alle contraddizioni e rinunciando alla tentazione di trasformare il dolore di un popolo in una conferma delle proprie convinzioni politiche.
Torno alle parole con cui ho iniziato: “non siamo il terzo fronte”. Credo che questa frase racconti bene la generazione che rifiuta di scegliere tra pressioni e semplificazioni. Una generazione che continua a rivendicare qualcosa di radicale, il diritto di autodeterminarsi, di immaginare il proprio futuro e di lottare per la libertà senza dover continuamente sacrificare la propria sopravvivenza.
*Atusa Karbaschi, attivista italo-iraniana, collabora con COSPE e con IParticipate, associazione per la promozione della cittadinanza attiva fondata da giovani di “seconda generazione”. Attualmente è vicepresidente dell’organizzazione giovanile The Future We Need.