di Tiziana Grassi
Il 23 maggio 2026, all’Impact Hub Firenze si è tenuto il panel “No Planet B”, dedicato al rapporto tra crisi climatica, diritti umani e modelli di consumo.
Il collasso climatico non è solo una questione ambientale: è anche una questione di dolore, disuguaglianze e giustizia. È da qui che ha preso avvio il panel “No Planet B”, realizzato nell’ambito del progetto europeo Gov4greenMed, mettendo in dialogo esperienze e prospettive diverse attorno a una domanda comune: chi paga davvero il prezzo della crisi climatica? A guidare il confronto è stata Nuria Biuzzi, giornalista Rai impegnata nel racconto delle crisi umanitarie e ambientali con il programma “Indovina chi viene a cena”.
Tra le voci del panel, Chloé Bertini, attivista italo-guadalupegna, ha parlato della sofferenza che nasce dal prendere coscienza del collasso climatico e dal non riuscire più a considerarlo qualcosa di lontano. Per Chloé, che ha iniziato il proprio percorso nella resistenza civile nonviolenta di Ultima Generazione e oggi si muove in una prospettiva ecofemminista, proprio quel dolore può diventare una spinta ad agire. “Per me la domanda non è perché fare disobbedienza civile, ma perché non farla”, perché quella che continuiamo a chiamare crisi, spiega, è ormai qualcosa di diverso: “Quello che viviamo è un collasso, lo specchio di una civiltà fondata sul dominio.
La ricchezza che l’Europa chiama privilegio è stata costruita estraendo da corpi e territori”. È quello che ha portato nel dibattito Vanessa Nakate, attivista ugandese e voce internazionale della giustizia climatica, presente con un video. Se il cambiamento climatico viene spesso raccontato come una minaccia futura e indistinta, Vanessa ricorda che per molte comunità è già il presente, e che non tutte pagano lo stesso prezzo. Le comunità nere e indigene sono tra quelle maggiormente esposte agli effetti della crisi, pur avendo contribuito molto meno al riscaldamento globale.
Da qui la necessità di cambiare anche il modo in cui immaginiamo le soluzioni: “Decolonizzare le soluzioni climatiche significa mettere al centro le voci indigene e marginalizzate”. Nel Nord Kivu, nella Repubblica Democratica del Congo, François Kamate Kasereka, Premio Alexander Langer 2026, conosce bene il prezzo dell’estrattivismo. In territori attraversati da guerre e violenze, coltan e cobalto alimentano filiere globali che arrivano fino agli oggetti che usiamo ogni giorno. Il suo attivismo prova simbolicamente a trasformare “le armi in alberi”, opponendo alla distruzione dei territori la possibilità di ricostruire comunità.
“Dal 1996, più di dieci milioni di persone sono morte in quello che chiamo un genocidio silenzioso, legato anche agli smartphone che tutti usiamo”, ha denunciato Kamate. Una frase che porta la crisi climatica e dentro la nostra quotidianità: nei dispositivi che utilizziamo, nelle materie prime che li compongono, nelle vite che rimangono invisibili lungo la catena che li rende possibili. È proprio da qui che il discorso torna a noi, alle nostre scelte e al modo in cui consumiamo.
Silvia Moroni, conosciuta come @Parlasostenibile, ha fatto della divulgazione uno strumento per rendere la sostenibilità accessibile, parlando di “consum-attore”: non un consumatore passivo, ma una persona consapevole del peso politico delle proprie decisioni. “Mangiare è un atto politico”, ha spiegato, e “quando scelgo di comprare da un’azienda agricola vicino a casa, la mia scelta economica orienta anche una direzione politica”. Ma nemmeno le scelte individuali possono essere trasformate in una nuova forma di colpevolizzazione.
Silvia lo ricorda con lucidità: “La scelta possibile non sempre coincide con quella più giusta, e non credo avremo il tempo di aspettare una rivoluzione che forse non arriverà mai”. Per Alice Pomiato (@Aliceful), la questione non è soltanto scegliere meglio, ma ripensare il modo in cui stiamo insieme. La sostenibilità passa dalla decrescita, ma anche dalla capacità di costruire comunità e trovare linguaggi capaci di parlare a persone diverse. “Le persone sono diverse, serve una biodiversità di linguaggi per raggiungerle tutte”, ha sottolineato. E dietro ogni prodotto, ricorda, c’è qualcuno che paga il prezzo che noi non vediamo: “Se paghi troppo poco qualcosa, vuol dire che qualcun altro lo sta pagando al posto tuo”.
Dal dolore climatico alla disobbedienza civile, dalle miniere del Congo alle scelte quotidiane, il filo che unisce queste voci è la necessità di cambiare prospettiva: la giustizia climatica passa da quella sociale. La speranza non appare come l’opposto della rabbia, ma come la sua conseguenza. “Un altro mondo non è solo necessario: è possibile”, ha ricordato Vanessa Nakate. E se è possibile, non resta che costruirlo.
Gov4GreenMed
Gov4GreenMed è un progetto europeo realizzato da sei partner in cinque Paesi del Mediterraneo, tra cui COSPE. Il progetto sperimenta modelli di governance partecipativa e mira a rafforzare il ruolo di cittadini e società civile nelle scelte legate alla sostenibilità e alla tutela dell’ambiente.