In tutto il mondo i giovani sono protagonisti di grandi proteste, scendono in piazza, rischiano la vita perché la repressione è sempre più forte. Ma i giovani dall’Iran al Kenya, dalla Serbia alla Turchia, non accettano più le diseguaglianze e le ingiustizie. Siamo di fronte a un cambiamento e a energie nuove, e i media spesso non sanno raccontare questi movimenti. Ne abbiamo parlato con Cecilia Sala, giornalista e inviata di guerra, autrice del podcast Stories e del libro I figli dell’odio, sul palco del Festival Reclaim di COSPE a Firenze, rispondendo alle domande di Sabika Shah Povia nell’incontro «Dalle periferie al mondo: la generazione che protesta».
Cosa pensi che accomuni i giovani di tutto il mondo in queste loro battaglie?
Per anni ci hanno raccontato la Generazione Z come una generazione meno capace di scendere in piazza, perché la più digitale e troppo abituata ad agire tramite uno schermo. Ma le rivoluzioni non si fanno solo davanti a un monitor: lo abbiamo visto con le proteste per Gaza in Occidente, e fuori dall’Occidente con rivolte dal Madagascar al Nepal. In Sudan c’è ad esempio una guerra ad altissima intensità dal 2023 e di cui parliamo pochissimo, nonostante sia la più grande crisi di sfollati e affamati al mondo. Anche quella è nata da una rivoluzione giovanile, del 2019, poi tradita dal colpo di stato dei due generali che oggi si fanno la guerra tra loro. In tante di queste proteste la scintilla è nata su piattaforme per gamer come Discord. L’Iran è diverso: lì, ancora prima della grande protesta della GenZ per Mahsa Amini, c’erano già cortei giovanissimi. Assim, protagonista del mio libro precedente, a 25 anni mi diceva di essere uno dei più anziani in quei cortei pieni di quindicenni. E in Iran le proteste vanno avanti da anni a ondate quasi regolari.
Questo errore si vede spesso, specie con l’Iran: viene raccontato appena c’è una di queste esplosioni, ma non si raccontano mai quel costante logoramento quotidiano, quella stanchezza, quelle piccole battaglie di tutti i giorni. Tu l’hai fatto. Perché?
È proprio quella quotidianità logorante il motivo per cui, appena c’è una scintilla, esplode un incendio: le persone sono esauste. Penso a Diba, una delle protagoniste del mio ultimo libro: mi raccontava come l’inflazione e la crisi economica siano un problema per l’emancipazione delle ragazze tanto quanto la polizia morale. Dopo la protesta del 2022 per Mahsa Amini, che le ha dato coraggio, se n’è andata di casa prima di sposarsi, ma suo padre, pur dalla sua parte, non la sosteneva economicamente. Provate a immaginare cosa significhi vivere con un’inflazione al 40%: i soldi letteralmente evaporano. L’unica soluzione che Diba ha trovato per non tornare dal padre e non sposarsi è lavorare sempre di più per guadagnare sempre uguale. Questa fatica è uno degli elementi che al primo pretesto -il crollo della moneta, che ha reso inaccessibili i beni importati- ha fatto sì che tutti si unissero, arrabbiati chi per i diritti mancanti, chi per i soldi, spesso per entrambe le cose.
Cosa cambia secondo te quando sono le donne a guidare i movimenti?
La cosa che trovo affascinante del movimento femminista iraniano è che dentro ha tante donne quanti uomini. Uno dei primi slogan, nato a settembre 2022 dopo la morte di Mahsa Amini, fu “Ucciderò chiunque ammazzerà mia sorella” – cantato anche dagli uomini, quattro dei quali finirono impiccati, tra le prime vittime di una protesta che aveva scelto come motto uno slogan del femminismo curdo. A un certo punto il regime ha capito che punire ancora le donne non le scoraggiava di più, e ha deciso che colpire gli uomini solidali fosse una strada più semplice. Sono tornata a Teheran nel 2024 e il volto della città era cambiato: le donne, grazie alla loro forza e al coraggio, ma anche alla solidarietà della maggioranza degli uomini, oggi possono vestirsi come credono, perché sono troppe per sperare di fermarle tutte. Nella tragedia di cui parliamo quando parliamo di repressione, va sottolineato anche il successo della protesta.
Questa è una generazione abituata a dire quello che pensa attraverso degli schermi. E secondo te come cambia la protesta quando sai che il mondo ti guarda in tempo reale?
In Iran sono danneggiati da questo, perché il regime è micidiale nel bloccare internet, che in Iran è anche sopravvivenza economica per moltissimi giovani, dentro una crisi mostruosa. Instagram in questo momento è vietato, equiparato a un gruppo terroristico, ma in Iran due milioni di giovani iraniani vivono grazie alla sezione shopping. Questo blocco ha un impatto enorme su una popolazione già stremata economicamente. I giovani si sono creati un’economia parallela e autogestita, fatta di App di cui sono sia lavoratori che clienti. Quando il regime chiude internet, come sta facendo da mesi, l’impatto è soprattutto su questa generazione.
Cosa succede quando il mondo smette di guardare?
È il momento migliore per il regime, ed è anche per questo che chiudono internet. In quei momenti bui, accelerano le esecuzioni dei prigionieri politici e dei manifestanti. Quando la repressione nelle strade finisce, si sposta nelle carceri e lì accelera. Eppure, per quanto il regime sia brutale, in passato hanno funzionato campagne come quelle di Amnesty International nel salvare detenuti nel braccio della morte. Oggi il regime prova a impedire anche questo.
Vale anche per il resto del mondo?
Sì, vale per tutti. Abbiamo un atteggiamento un po’ schizofrenico: picchi di attenzione fortissimi, seguiti da un crollo totale, invece di un’attenzione più bassa ma costante, che sarebbe più sana. Penso all’Afghanistan nell’agosto 2021, quando sembrava importasse solo quello, e poi l’attenzione si è spenta di colpo. I talebani hanno aspettato l’inizio di marzo 2022 -una settimana dopo l’invasione dell’Ucraina- prima di chiudere le scuole e cacciare dalle università le donne. Meglio meno attenzione, ma più a lungo.
Siamo abituati a scorrere i social e vedere massacri, morti, attentati e a seguire immagini di gattini. Come è possibile oggi, con questa modalità di fruizione, suscitare empatia per una causa? e chi usa i social per le proteste ne è consapevole e come la vive?
Io la definisco una sorta di competizione tra massacrati per il nostro sguardo: le donazioni per l’Ucraina, per esempio, sono crollate dopo il 7 ottobre 2023, con l’attenzione spostata su altre vittime, pur restando invariato il bisogno reale di trasfusioni e ambulanze. Nonostante tutto, credo sia giusto pubblicare storie come quella di Hind Rajab ad esempio.
Come è possibile allargare lo sguardo del pubblico occidentale sulle guerre?
Il mio metodo è partire da una storia personale che incarni qualcosa di più grande, per poi allargare a cifre e contesto, senza però ridurre le guerre a bollettini disumanizzanti o a questioni puramente economiche, come quando la guerra in Iran è diventata solo una questione di prezzo del petrolio, o quella in Ucraina di terre rare. Io, come altri colleghi, cerco di fare un giornalismo estero che non sia solo funzionale a cosa interessa o spaventa noi.
“Dalle periferie al mondo: la generazione che protesta”.
Il 22 maggio 2026 si è svolto all’Impact hub di Firenze, l’incontro “Dalle periferie al mondo. La generazione che protesta”. La serata, realizzata nell’ambito dei progetti europei YOU(th) care for change e W Star, si è aperta con l’intervento dell’assessora alla cultura della Regione Toscana, Cristina Manetti; è poi seguito un dialogo tra la giornalista Cecilia Sala, l’attivista di origini iraniane Atusa Karbaschi e la giornalista Sabika Shah Povia. Un confronto su nuove forme di attivismo in un mondo sempre più attraversato da conflitti e diseguaglianze, ma anche sulle narrazioni dominanti e sulle voci che spesso restano ai margini, a partire dalla testimonianza di inviata e giornalista di inchiesta Cecilia, Sala, che proprio le proteste giovanili e l’attivismo delle nuove generazioni ha tentato di raccontare in tutto il mondo, dall’Iran all’Afghanistan, dall’Ucraina alla Palestina.
Premio Pegaso delle Donne
Durante l’inaugurazione del Festival (22 maggio), la giornalista Cecilia Sala ha ricevuto il “Pegaso della Toscana delle Donne”, consegnato dall’assessora regionale alle Pari opportunità Cristina Manetti: “un riconoscimento per quelle figure che, con il loro lavoro e la loro testimonianza, contribuiscono a tenere alta l’attenzione sui diritti, sulla libertà di informazione e sulla condizione femminile nel mondo”.
Il premio, nato all’interno del festival “La Toscana delle Donne”, viene assegnato dalla Regione Toscana a personalità del giornalismo, della cultura, dei diritti civili e delle istituzioni che si distinguono per l’impegno a favore della parità di genere e del riscatto sociale femminile. Nelle precedenti edizioni era stato attribuito a Monica Guerritore, Giovanna Botteri, Maurizio de Giovanni e Simona Giarratano. Cecilia Sala è stata premiata per il suo contributo nel raccontare la condizione delle donne nei diversi contesti internazionali. “Sono orgogliosa e onoratissima di questo premio. Credo sia soprattutto un riconoscimento alle voci che ho raccolto sul campo, di donne ben più coraggiose di me. Penso in particolare alle donne iraniane, soprattutto alle giovani generazioni: questo premio è soprattutto per loro”.