La rebeldía del corpo. Umano troppo umano

La poetessa, attivista e docente boliviana Rosario Aquím Chávez riflette sul corpo come spazio prolungato dell'esercizio del potere.

di Rosario Aquím Chávez

Rosario Aquím Chávez, poetessa, attivista e docente boliviana nata a Riberalta (Beni). Nel corso della sua carriera ha trattato temi come i diritti delle donne, la decolonialità, la tratta di persone, la diversità sessuale e il pensiero critico latinoamericano. Il suo femminismo si distingue per l’accento sulla decolonizzazione del genere e delle relazioni di potere, la depatriarcalizzazione come trasformazione profonda dei valori sociali, il riconoscimento della pluralità delle identità femminili e l’integrazione delle lotte sociali e territoriali nel discorso femminista. Nella sua produzione poetica e saggistica esplora anche il corpo, l’erotismo e la soggettività femminile, con un approccio fortemente decoloniale e interculturale. Qui di seguito alcune sue riflessioni.

La genealogia del corpo non sta dalla parte degli dèi, non rimanda a nessuna origine divina, a nessun inizio essenziale dove tutto è perfetto. I corpi non hanno un’origine metafisica, sono costrutti sociali impregnati di storia e, allo stesso tempo, distrutti dalla storia. Da questo punto di vista, non esistono corpi originari, né corpi portatori di verità, né corpi essenziali, perché l’origine e l’essenza non esistono: sono state inventate passo dopo passo, dall’oscuro accidente della provenienza. La provenienza ci rimanda a una fonte “umana, troppo umana”, alla cui radice ci sono la noia, il conflitto, la guerra.

La provenienza dei corpi ci riferisce al sangue, alla razza o alla tradizione lontana di una storia effettiva, mediata da una dicotomia gerarchica e valutativa, a partire dalla quale si è installata la differenza. I corpi non sono uguali: ci sono corpi che valgono più di altri, corpi il cui valore è così insignificante che non valgono nulla, sono corpi di scarto. La dicotomia gerarchica installa la differenza razziale, la differenza sessuale, la differenza rispetto al genere e alla sessualità: il bianco vale più del nero; il maschio più della femmina; l’uomo più della donna; l’eteronormatività pesa più dell’omosessualità.

Da qui, la provenienza, come appartenenza al gruppo, radicata nel corpo, ci rivela che non siamo stati creati dagli dèi in una prima alba dei tempi, che non siamo perfezione divina, ma accidente segnato dal dolore e dal sangue.

Pensare il corpo significa ristabilire i diversi sistemi di sottomissione, riaprire il gioco casuale delle dominazioni, al cui centro il corpo appare come lo spazio privilegiato dell’esercizio del potere. Non c’è potere senza corpo. Il potere può essere esercitato solo sulla vita. I corpi sono vita. Da questo esercizio, la relazione di dominazione impone obblighi e diritti ai corpi, li rende docili, li “addomestica”, li controlla, li rende corpi utili per la funzione produttiva e riproduttiva sia della vita stessa che della ricchezza; per questo il potere impone una serie di regole destinate a soddisfare la sua violenza.

Il potere prova piacere nell’imporre le regole, che gli permettono la continuità della sua dominazione. Ma la regola permette anche che si faccia violenza alla violenza e che un’altra dominazione, in resistenza, possa piegare coloro che dominano. È un errore pensare che il corpo non abbia altre leggi che la sua fisionomia e che sfugga alla storia. Il corpo è imprigionato da una serie di regimi di potere, da molteplici oppressioni che lo attraversano, è diviso dall’esplorazione del lavoro, è schiavizzato dal quotidiano, è intossicato da veleni culturali e leggi morali, eppure resiste, emerge sempre dalle sue profondità.

L’emergenza, quel punto di sorgere, quel principio e legge singolare di un’apparizione, si dà proprio in questo stato di correlazione di forze. L’emergenza installa il luogo dello scontro, un non-luogo, una distanza, gli interstizi lasciati dalle regole vuote, violente, senza finalità, fatte per servire questo o quel potere. Da questi interstizi si insinuano, emergono le forze sempre presenti dei dominati. Questa forza, questa contromemoria, lotta persino contro sé stessa per imporsi, e nei momenti di debolezza si traveste persino di alto valore morale e cade in ciò che criticava.

Per questo la storia non è altro che il ritorno eterno del mistero nel sapere: chi si impossesserà e utilizzerà, nel prossimo giro dei tempi, le regole del potere contro coloro che le avevano imposte.

Il nostro presente immediato ci parla proprio di queste vicende sociali, ideologiche e politiche che oggi affronta il riconoscimento sociale del corpo omosessuale. L’omosessualità come diritto sessuale. Gli stessi inventori delle regole manifestano il loro rifiuto verso quei corpi che hanno deciso di vivere la propria sessualità in modo diverso dalla “eteronormatività” moralmente accettata. Vedono questa pratica sessuale come una trasgressione, una sfida ai mandati sociali della famiglia patriarcale e della Chiesa coloniale e, quindi, la sua espressione viene riprovata, censurata, violentata da chi la concepisce come una deviazione o una malattia.

A causa di questa posizione, la discriminazione si è accanita sul corpo omosessuale, in atti come: negare o annullare diritti, limitare opportunità di lavoro, deridere, escludere, rifiutare, sminuire, vedere le persone come diverse, maltrattare, non rispettare, dare un trattamento di inferiorità. Queste situazioni sono vissute quotidianamente da chi dà vita alla diversità sessuale.

Il potere attuale, nelle società moderne, ha promosso il riconoscimento della sessualità come diritto: l’identificazione del corpo come spazio sessualmente controllato, manipolato, represso e sottoposto all’esercizio dominante dell’eterosessualità come mandato istituzionale legittimo. Tuttavia, l’espressione di altre orientamenti sessuali, dissidenti da quella socialmente riconosciuta, si confronta ancora oggi con la discriminazione, l’esclusione o la violenza sociale che genera la sua trasgressione.

Allora, come credere nella doppia morale, nell’“onestà” del potere e delle sue regole, se sappiamo in anticipo che è disonesto e grottesco, e che la sua esistenza è congenita al suo esercizio violento e di dominazione?

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