Cooperare in tempo di crudeltà: ma non tutto è immobile

La cooperazione internazionale attraversa una crisi profonda. Il femminismo decoloniale offre una critica strutturale e strumenti per ripensarla. Di Claudia Caselli.

di Claudia Caselli*

La cooperazione internazionale attraversa da tempo una crisi profonda, accentuata da tagli significativi delle risorse a disposizione e da dubbi sulla legittimità del settore. L’anno appena concluso ha segnato per molti un punto di non ritorno: il ridimensionamento dei finanziamenti – innescato dal congelamento dei fondi Usaid e dalla riduzione del capitale destinato alla cooperazione da parte dei governi europei – ha generato una logica di competizione per la sopravvivenza di numerose organizzazioni. Le nuove priorità degli Stati sono orientate verso la sicurezza nazionale e la militarizzazione, mettendo in secondo piano la solidarietà internazionale. La destabilizzazione provocata ha accentuato problematiche già esistenti nel settore, mostrando come l’attuale modello di cooperazione non sia in grado di rispondere al cambiamento degli eventi.

La cooperazione viene associata sempre più a interessi geopolitici, replicando logiche coloniali che accentuano le disuguaglianze strutturali esistenti. Allo stesso tempo, nel mondo aumenta la repressione nei confronti della società civile e la presenza di governi autoritari. Il settore cerca di adattarsi alla riduzione delle risorse, a volte a costo di negoziare i propri principi scegliendo un’apparente neutralità politica. Per molte comunità del Sud globale questa è una storia che si ripete nel tempo, uno schema nel quale la cooperazione abbandona e il territorio resiste. La crisi attuale è l’espressione di un sistema patriarcale e coloniale che ha spesso riprodotto, pur intenzionalmente, logiche assistenzialiste e dipendenze economiche. Questa struttura mostra oggi le sue debolezze, in quanto non riesce a rispondere in modo efficace alle molteplici sfide – politiche, sociali e climatiche – che attraversano il pianeta.

Il femminismo decoloniale offre una critica strutturale al sistema della cooperazione internazionale, mettendo in luce quelle strutture di potere patriarcali e coloniali che riproducono disuguaglianza. Tuttavia, propone anche alternative concrete per la costruzione di una cooperazione equa, orizzontale e solidale. Basandosi su principi di solidarietà e di cura collettiva, questo quadro teorico consente di comprendere il personale come politico e di collocare le molteplici discriminazioni e oppressioni che agiscono su ciascun individuo all’interno del sistema.

Ciò permette di nominare l’intersezione delle violenze e di costruire spazi partecipativi di scambio di esperienze e saperi, nei quali vengono riconosciuti e valorizzati i saperi situati e le pratiche di resistenza, spesso messi in secondo piano nelle logiche della cooperazione tradizionale. Pertanto, una cooperazione femminista e decoloniale integra le realtà e i contesti storici delle comunità del Sud Globale e co-costruisce proposte di trasformazione a partire dalle loro esperienze e conoscenze. Nonostante persista una forte resistenza al cambiamento, non tutto è immobilismo. Una parte del settore riconosce che il problema non si esaurisce nelle condizionalità dei fondi, ma riguarda anche chi decide, come decide e su chi ricadono le conseguenze. Numerosi attori della cooperazione cercano di migliorare il sistema tradizionale, investendo risorse per creare modelli.

*Responsabile Formazione e Partnership di Acápacá (Piattaforma di divulgazione, apprendimento e sostegno alla cooperazione).

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