Un sistema giusto, per un mondo pulito

 — Ecco le proposte con cui il Green New Deal può e (deve) diventare realtà

Green New Deal è un’espressione ormai entrata nel dibattito pubblico italiano e internazionale in maniera stabile a simboleggiare la necessità di un intervento a sostegno dell’ambiente e di misure in grado di contrastare il fenomeno dei cambiamenti climatici.

Nasce da lontano, nel 2001, come una proposta per l’Europa maturata negli ambienti politici dei “verdi” lanciata dal sociologo Giorgio Airaudo e dal sindacalista ed ex parlamentare Sel Luciano Gallino nel 2001, l’abbiamo poi ritrovata nelle richieste del movimento “Fridays For Future” e nei proclami della commissaria europea Ursula Van der Leyer e in quelli della nuova sinistra socialista americana con Alexandria Ocasio-Cortez. In Italia ne sta parlando il presidente del Consiglio Conte come elemento distintivo del futuro governo. Il timore è che sia soprattutto una sorta di green washing per molti politici. Pochi i veri provvedimenti concreti in atto in questo momento. Un primo tentativo in questo senso è stato presentato da Legambiente e dal “Forum Diversità e Disuguaglianze” attraverso un documento di proposte alla legge di bilancio 2019 intitolato «È ora il tempo del Green New Deal», un documento con proposte concrete per la legge di Bilancio. Democrazia, partecipazione, salute, lavoro, mobilità, produzione di energia, grandi opere, economia sociale le parole chiave del Green New Deal. Tutto questo sta dentro la transizione ecologica del nostro mondo che come ci dicono i nostri interlocutori, in fondo, non ha più alternative. Ne abbiamo parlato con Nicoletta Dentico, giornalista e vice presidente della Fondazione Finanza Etica e Fabrizio Barca, economista e politico italiano, ex ministro della coesione territoriale con il Governo Monti, e oggi coordinatore del “Forum Disuguaglianze e Diversità”. 

 

Un patto per raggiungere l’Utopia 

Intervista a Nicoletta Dentico 

Da dove nasce e cosa si intende oggi per Green New Deal? 

Questo concetto prende ispirazione dalla dinamica avvenuta negli Stati Uniti dopo il collasso finanziario del 1929, quando Roosvelt mise in piedi una grande operazione di finanza pubblica per risollevare le sorti di un paese allo sbando. Oggi di fronte alla crisi che attanaglia il mondo dal 2008 e – soprattutto – alla luce degli ultimi rapporti della Ipcc (Intergovernmental Panel on Climate Change), con il Green New Deal si è formulato l’idea che per ricostruire un modello di economia che permetta all’umanità di continuare a vivere su questo pianeta, occorra un patto potentissimo, guidato dai governi e dalla finanza pubblica, per reimpostare tutto il paradigma economico finanziario e anche sociale. 

 

Cosa propone quindi questo patto? 

È un progetto ambientale, industriale, di governance, di partecipazione, di occupazione e di inclusione. Questo documento cerca di dare le basi a un nuovo modello economico: comincia nel dire che non possiamo immaginare di costruire un’economia con una politica di incentivi per le realtà private. È la finanza pubblica che deve essere messa in campo: l’Unione Europea, per esempio, attraverso le istituzioni finanziarie europee Bei, Bce, può e deve orientare gli investimenti (anche privati) verso quelli che sono processi di lavori pubblici che permetteranno di uscire da questo paradigma.

 

In concreto cosa significa? 

Vuol dire elargire fondi pubblici a quei paesi che investono in una conversione industriale e abbandonano il fossile; vuol dire anche ricostruire la filiera del packaging, lavorare su un’idea del riutilizzo e del riciclo dei contenitori alla spina incentivando i cittadini a cambiare atteggiamento. Investendo sulla qualità del cibo e sulla filiera di produzione del cibo, per uscire da questo process food basato su pesticidi, fertilizzanti, monocolture, impoverimento della

terra e distruzione della biodiversità. Ma anche incentivare ad abbandonare le auto private e investire nel trasporto pubblico oppure sulle auto elettriche e molto altro… Attraverso il finanziamento pubblico si possono destinare soldi ai paesi che fanno questi step, e penalizzare chi non li fa.

 

La chiave di tutto dunque è la finanza pubblica. Un cambio di rotta notevole. 

Sì, la finanza pubblica è tanta e oggi viene usata per finanziare speculazioni private. Draghi e il “quantitive leasing” hanno salvato l’euro ma molti soldi vanno alle banche che poi ci fanno speculazioni, mentre si potrebbero fare dei green bond che attraggano gli investitori, che sanno bene che oggi l’industria fossile sta per finire (la devastazione ambientale ad esempio ha un alto costo per gli investitori assicurativi, che quindi puntano sul green). Questo favorisce un’accumulazione dei capitali che possono servire per il trasporto pubblico, la messa in opera di edilizia a risparmio energetico, l’agricoltura pulita. I soldi ci sono ma sono direzionati male.

 

Al di là dei proclami di Conte, come siamo messi in Italia? 

Siamo il paese più esposto ai cambiamenti climatici di tutta Europa. Dobbiamo agire velocemente. Ci penalizza il nostro debito pubblico e il fatto che da 25 anni non abbiamo una visione industriale, ma questa sarebbe anche una grande opportunità: avremmo solo un gradissimo vantaggio a pensare di ricostruire un impianto industriale economico e sociale tutto nuovo. Mettere in campo queste iniziative sarebbe anche un grande esercizio di democrazia.

 

In che modo si eserciterebbe più democrazia? 

Il Green New Deal immagina anche uno spostamento decisionale, a partire da politiche nazionali, anche nei comuni, nei quartieri. Un capitolo importante è su come le persone possano essere coinvolte nel definire urbanistica e assetti della città dei quartieri spazi comuni, vita dei bambini, degli anziani. Sarebbero forme di democrazia diffusa con un monitoraggio e una supervisione costante dei cittadini. Oggi la democrazia è indebolita. Con un cambiamento di rotta i cittadini riprenderebbero in mano molte decisioni sulla loro vita quotidiana. 

 

In mezzo a tanti concetti quale definirebbe come parole chiave del Green New Deal? 

Tra le più importanti direi sicuramente innovazione e economia circolare. Abbiamo potenzialmente tutti i mezzi scientifici per pensare a un futuro diverso ma siamo fossilizzati in un paradigma vecchio che non regge nemmeno da un punto di vista dell’economia perché la crescita non c’è. Non ci sono più promesse di crescita del passato. L’economia della crescita è fallita, vanno proposti nuovi modelli economici che garantiscano il profitto ma che permettano anche una relazione più virtuosa tra impresa, produzione e società. Al centro di tutto il ruolo della funzione pubblica e degli stati. 

 

Oggi è molto chiaro che diritti umani e diritti del pianeta non sono più scindibili. 

Per molto tempo abbiamo pensato la primazia dei diritti umani pensando a un modello economico che usasse la natura in modo ancillare rispetto alla vita delle persone, ma non è così. Vediamo che oggi sovranismi, populismi, nazionalismi spopolano perché c’è molto disagio sociale che è molto legato al fallimento di questo modello economico che crea fattori di disagio, marginalizzazione e diseguaglianze.

 

Per esempio nei paesi del cosiddetto Sud del mondo. 

Sì eppure il Green New Deal sarebbe una grande opportunità per quei paesi che stiamo rapinando da sempre e che pagano il prezzo più alto, soffrendo di più i danni del riscaldamento climatico senza averlo provocato. Oggi noi dobbiamo riconvertire, e mettere questa innovazione in campo per i paesi che si sono industrializzati da poco.  Per i paesi africani sarebbe l’uscita da un incubo perché questa industrializzazione promessa come unico modello universale è fallita, sotto tutti i punti di vista. Questa è una grande opportunità anche per far capire che sud e nord sono molto più simili di quello che crediamo e che siamo tutti nella stessa barca.

 

È un progetto ambizioso, quasi utopico di cambiamento. 

Lo è, ma questo è il tempo per essere utopici e non pragmatici. Utopici per salvare il pianeta. Stiamo vivendo un incubo: abbiamo distrutto la possibilità di sopravvivenza per i nostri figli e i nostri nipoti. Il pianeta si riorganizza, saremo noi a soccombere. C’è un’alternativa all’utopia? No non c’è.

di Pamela Cioni

 

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