Pedra do Cavalo e le acque interrotte

— Una diga e una centrale idroelettrica mettono a rischio intere comunità.

Dal ponte di ferro che unisce Cachoeira a Sao Felix, due cittadine coloniali sulle sponde del Rio Paraguaçu, si scorge la diga Pedra do Cavalo: uno spaventoso muro che sembra cementare insieme due colline. Da lontano sembra che abbia dei denti di metallo stretti in un ghigno malvagio: sono le griglie attraverso cui l’acqua del fiume arriva dopo essere passata dalle turbine dell’omonima centrale idroelettrica attiva dal 2005. “La diga e la centrale – ci spiega Sergio Freitas, coordinatore generale della Resex, la Riserva Marina della Baia di Iguape -, stanno compromettendo tutto l’ecosistema della baia, nonché l’economia della popolazione che vive con le risorse del fiume”. La diga, costruita nel 1985, ha avuto fin da subito un grosso impatto sulla flora e la fauna fluviale, ma il colpo di grazia alla zona della Riserva (del 2000) è arrivato con la messa in funzione della centrale idroelettrica. Gestita dall’impresa Votorantim, la centrale serve il 70% della città di Salvador (4 milioni di persone): “L’acqua che arriva dalla Centrale non viene rilasciata con
flussi continui di 3 metri al secondo, come sarebbe corretto, ma con getti violenti che arrivano anche a 40 metri al secondo. Una forza che spazza via gli elementi nutritivi delle acque, così la salinità aumenta, i mangrovieti muoiono, i pesci anche. “Le ostriche e il pesce sono diminuiti nel corso degli anni -ci racconta Selma Santos della comunità quilombolas di Engenho da Ponte e membro del Consiglio della Resex. Una volta chiamavamo il fiume, il supermercato di Dio, adesso ricavarci da mangiare per le nostre famiglie è una lotta quotidiana”. I quilombolas sono afrodiscendenti ex schiavizzati, che in questa zona, la Valle e la Baia di Iguape, contano molte comunità. Dal 2003, grazie a un decreto di Lula, ex presidente del Brasile i quilombolas possono riscattare le terre che appartenevano ai loro avi. Ma il processo non è semplice. Le terre quilombolas coprono migliaia di ettari nella valle e nella baia e al suo interno si trovano circa 20mila persone. Molti di loro vivono di pesca e il loro modo di rapportarsi all’ambiente è sacro. Se i quilombolas rientrassero in possesso di queste terre significherebbe bloccare gran parte delle attività di queste imprese e per questo sono molto ostacolati. “Dal 2009 la diga lavora senza autorizzazione – ci dice Sergio Freitas – l’Istituto Chico Mendes per la Conservazione delle Biodiversità, Icmbio, si è pronunciato contro il rinnovo dell’autorizzazione se
non a fronte di correttivi: una gestione più ecologica della diga e un risarcimento ambientale da parte di Votorantim, ma sta alle istituzioni preposte pretendere che siano attuati. Invece queste popolazioni sono lasciate sole a lottare per i loro diritti e la loro sopravvivenza”. Con il carrello vuoto, davanti al supermercato di Dio.

di Pamela Cioni

IL PROGETTO – TERRA DO DIREITOS
COSPE insieme a Cecvi e alla Università Federale di Recôncavo da Bahia gestisce il progetto cofinanziato dall’Unione Europea, “Terra de Direitos”. Il progetto lavora sul rafforzamento del Consiglio Quilombola da Bacia e Vale do Iguape (territorio che conta 3500 famiglie distribuite in 17 comunità), per migliorare la capacità di dialogo con le istituzioni e soprattutto per denunciare le violazioni, e per realizzare materiale didattico per le scuole dell’intera regione. Un lavoro di recupero e archiviazione che mette insieme un patrimonio materiale e immateriale di immenso valore.

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