Diritti, territorio e identità: le donne quilombola al centro della lotta

Titolazione, sicurezza e continuità: l'attivista brasiliana Selma Dealdina racconta le lotte delle comunità quilombola e il ruolo delle donne.

Intervista a Selma dos Santos Dealdina di Diego Battistessa*

Selma Dealdina è una riconosciuta attivista quilombola brasiliana, leader che ha dedicato la sua vita alla difesa dei diritti collettivi delle comunità quilombolas, promuovendo iniziative di giustizia climatica, memoria ancestrale e autonomia delle donne nere rurali, sia in Brasile all’interno della Conaq sia in spazi internazionali come La Vía Campesina e la Coalizione Internazionale dei Territori Afrodiscendenti (Citafro). La sua leadership incarna la resistenza di migliaia di comunità che, nonostante secoli di esclusione, continuano a proporre alternative di vita dignitosa, sostenibilità e sovranità nelle campagne brasiliane. Si tratta di una voce chiave del movimento nero brasiliano e del movimento comunitario rurale del Sud Globale, una leader la cui visione è fondamentale di fronte alle sfide attuali del Brasile nero, della crisi climatica, della violenza politica e del razzismo ambientale.

L’abbiamo incontrata a Brasilia, nei giorni della 2ª Marcia Nazionale delle Donne Nere – Riparazione e Buen Vivir, tenutasi il 25 novembre, a pochi giorni dalla fine della Cop30 di Belém do Pará e nel quadro del Secondo Decennio Internazionale per le Persone di Ascendenza Africana (2025–2034) delle Nazioni Unite.

Che cosa significa essere quilombola?

Essere quilombola significa appartenere a un popolo che lotta per la difesa dei propri territori, della natura e per la valorizzazione delle giovani generazioni. Siamo la continuità di una storia fondamentale in Brasile, una storia legata alla schiavitù, quando il nostro popolo cercò spazi per riconnettersi con la propria ancestralità, riorganizzarsi e costruire nuove forme di vita collettiva; è proprio da questo processo che sono nati i quilombos. Oggi siamo più di 9.000 comunità quilombolas in Brasile, con oltre un milione e mezzo di persone, presenti in 24 Stati della federazione, sia in contesti urbani che rurali.

Viviamo in sei biomi – Caatinga, Cerrado, Mata Atlântica, Pampas, Pantanal e Amazzonia – e portiamo avanti una difesa storica e permanente della cultura afro-brasiliana all’interno dei nostri territori. Io faccio parte di un movimento chiamato Conaq (Coordenação Nacional de Articulação das Comunidades Negras Rurais Quilombolas), che nel 2026 compirà 30 anni. Questo movimento lotta per la titolazione dei territori quilombola in Brasile e affronta il razzismo strutturale, il razzismo energetico, il razzismo ambientale e tutte le forme di violazione e violenza esercitate sui nostri territori e sui nostri corpi. Io sono il riflesso di questa lotta e cammino seguendo le orme di chi è venuto prima di me.

Quali sono in questo momento le rivendicazioni centrali del movimento quilombola in Brasile?

Se potessi esprimere tre desideri, sarebbero: titolazione, sicurezza e continuità.

E spiego perché. La nostra agenda, la nostra identità politica, sono profondamente legate alla titolazione dei territori. Tra le migliaia di quilombos esistenti in Brasile, solo una piccola parte ha ottenuto il titolo legale di proprietà collettiva del proprio territorio. Anche nei casi in cui le comunità sono già certificate – e la certificazione è solo il primo passo verso la titolazione – i processi possono durare 20, 25 o 30 anni prima di concludersi. Questa lentezza dello Stato brasiliano nel titolare i territori ci è costata vite umane: permette che continuino le minacce, gli attentati e gli assassinii dei nostri leader comunitari. (…)

Abbiamo bisogno della titolazione per salvaguardare il nostro territorio e garantire il diritto a continuare a preservare gli ecosistemi, l’acqua, la terra, il territorio, la salute, l’educazione, la cultura, la gioventù, le bambine e i bambini. Non è possibile discutere seriamente del futuro dei quilombos se la titolazione non viene assunta come priorità trasversale. Solo così potremo sentirci un po’ più sicure e sicuri nel rimanere nei nostri territori e progettare continuità per le nostre comunità.

La titolazione dei territori comporta anche molti problemi di sicurezza e minacce alla vostra integrità fisica. Perché?

Per noi quilombola è fondamentale distinguere tra “terra” e “territorio”. La terra, per l’agrobusiness, è merce: qualcosa da sfruttare, saccheggiare, da cui trarre profitto senza restituire nulla. Noi parliamo di territorio. Perché, quando moriamo, è a quella terra, a quel territorio, che torniamo. Il territorio, per noi quilombola, non è merce né oggetto di negoziazione: è un bene comune e collettivo per tutta l’umanità. Nel 1888 arrivò la falsa fine della schiavitù per le persone nere, falsa perché il 14 maggio di quell’anno con a legge Aurea, il mio popolo si è ritrovato “libero”, ma senza terra, senza documenti, senza salute, senza lavoro, senza casa. Per questo, per noi, il territorio è il luogo in cui si costruisce la vita: dove ci prendiamo cura della natura, dove posano i nostri piedi, dove costruiamo la casa, la famiglia, il nostro modo di vivere. E la nostra connessione con il territorio ci costa minacce, ci costa vite.

Se ogni leader assassinata o assassinato nella lotta per la terra avesse avuto come risultato la titolazione del suo territorio, questo non giustificherebbe la violenza né l’omicidio, ma darebbe almeno un minimo di senso di fronte a tanta perdita. Ma non è così: i processi restano bloccati, i quilombos continuano a non essere titolati e le persone muoiono come fossero niente.

E questa minaccia costante, questa morte che ci circonda, ci spaventa. Abbiamo paura di morire e, allo stesso tempo, abbiamo un desiderio profondo e politico: vogliamo continuare a vivere nei nostri territori.

Qual è il ruolo delle donne quilombola in questa lotta?

Come referente del Collettivo di Donne della Conaq, credo che la nostra sfida sia guardare all’interno del movimento, promuovendo una costruzione collettiva che tenga conto degli spazi delle comunità, della popolazione Lgbtqia+, delle donne, delle giovani generazioni, delle bambine e dei bambini, delle persone con disabilità. In questo senso, noi donne quilombola abbiamo portato un obiettivo, una sfida, per segnare una differenza nella lotta: perché la terra è femminile, la lotta è femminile, l’acqua è femminile; le donne generano vita, generano la vita di tutte le altre persone che compongono il territorio. E la storia della lotta non può essere raccontata senza la partecipazione effettiva delle donne.

Il nostro corpo è un corpo politico: parla molto di noi e per noi, è rappresentativo. Ci sono donne attive in tutti gli stati e in molti spazi internaziona li America Latina, nei Caraibi e in tanti altri luoghi dove le lotte nere si incontrano. (…) Non c’è modo di discutere di territori senza i nostri corpi, senza che questi corpi facciano parte del dibattito politico sulla titolazione. Per questo la lotta delle donne è una lotta dell’intera società: non è solo delle donne, è anche degli uomini, è di tutte le persone che capiscono che patriarcato e machismo devono essere messi in discussione, affinché possano emergere altri paradigmi e altri valori. Ed è esattamente questo che difendiamo nella Conaq.

Dal Brasile a un contesto più regionale e internazionale: cosa puoi dirci sull’attuale congiuntura rispetto alle rivendicazioni delle comunità quilombola e, più in generale, delle persone afrodiscendenti?

Ci sono cose che ancora non capisco. La Cop è un evento organizzato dalle Nazioni Unite. Il Decennio Internazionale per le Persone di Ascendenza Africana è anch’esso un’iniziativa dell’Onu. Come può la stessa struttura mantenere posizioni così diverse rispetto al termine e al soggetto politico “afrodiscendente”? Il primo Decennio per le Persone di Ascendenza Africana è stato uno dei periodi più letali per la popolazione nera in Brasile e nel mondo. In quegli anni abbiamo perso Marielle Franco, “Mãe” Bernadette, George Floyd e tante altre persone nere e leadership fondamentali, strappate via dalla violenza razzista. È stato un decennio profondamente sanguinoso per la popolazione nera.

Ora l’Onu rinnova questo Decennio e, allo stesso tempo, in uno spazio così decisivo per la vita e i territori come la Cop30 – realizzata in Amazzonia – emergono resistenze persino a iscrivere, in modo chiaro, un impegno verso la popolazione afrodiscendente. È inammissibile che in una Cop in Brasile le persone afrodiscendenti debbano dimostrare la propria esistenza e chiedere di essere riconosciute. Non riconoscere un’America Latina nera, un Sud Globale nero, continua a essere una pratica coloniale. (…)

Perciò bisogna dirlo a voce alta: non riconoscere le persone afrodiscendenti in un processo così importante come la Cop30 è una questione razziale. È razzismo. E in quanto tale, deve essere trattato: combattuto, affrontato, smascherato e denunciato, affinché non si continui a dividere ciò che è già stato diviso, contrapponendo afrodiscendenti dell’America Latina e dei Caraibi ai Paesi africani per quote di riconoscimento negli spazi politici dell’Onu. Perché questa non è una guerra tra africani del continente e afrodiscendenti della diaspora. Non è un conflitto fra di noi. È, ancora una volta, una disputa segnata da interessi coloniali.

*Diego Battistessa è docente universitario, cooperante e attivista per i diritti umani, reporter, analista politico e a volte scrittore. Latinoamericanista specializzato in Cooperazione Internazionale, Diritti Umani e Migrazioni, temi sui quali collabora come analista per radio, giornali e tv, sia nazionali sia internazionali. Vive a Madrid dove insegna all’Università Carlos III di Madrid.


Progetti COSPE

COSPE lavora da anni insieme alla comunità quilombola brasiliana per potenziarne la protezione, e la sicurezza, sostenendo i difensori e le difensore dei diritti umani e le associazioni nelle loro lotte contro il razzismo, la violenza, la criminalizzazione e gli attacchi ambientali e territoriali. In particolare, lavoriamo con il Collettivo di Donne e il Collettivo Lgbtqia+ della Conaq. Progetto Resistência Quilombola (Ue). Anche in Brasile è attivo il progetto “Our rights, Our future”.

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