Intervista a Luciana Peker di Diego Battistessa*
Luciana Peker, giornalista e scrittrice femminista e difensora dei diritti umani, è autrice di diversi libri come Putita golosa: Por un feminismo del goce e La revolución de las Hijas. Argentina, vive in Spagna come rifugiata politica dall’insediamento di Milei alla presidenza del suo paese e dopo ricevuto molte minacce a causa delle sue denunce per abusi sessuali. In Spagna sta per uscire il suo ultimo libro: La odiocracia, al fondo a la derecha.
Vivere in Spagna, ti ha permesso di elaborare possibili similitudini e differenze tra Europa e America Latina? E in questo senso ti voglio chiedere una riflessione sulle parole femminismo/i e decolonialità: cosa significano per te?
Quando parliamo di femminismo, lo facciamo al plurale: crediamo in una pluralità di femminismi, non in un unico sguardo. C’è una grande differenza tra il femminismo latino-americano e quello europeo: il nostro, strutturalmente, non è un femminismo di Ong, né solo un’agenda o un lavoro di lobby, ma è soprattutto un movimento. Un movimento con contraddizioni, differenze, discussioni, ma che si muove costantemente e si incontra. È molto più orizzontale, radicato non solo nella società civile e nella lotta per i diritti umani, ma anche in una posizione chiara contro il colonialismo e i suoi effetti.
Come possiamo vedere oggi con gli Stati Uniti, questo colonialismo continua a esprimersi in modo letterale, senza grandi metafore, quasi rivendicando il diritto alla democrazia solo per gli Usa e l’Europa (democrazia che in Europa, peraltro, è anch’essa sotto attacco da parte di Trump), e relegando l’America Latina a un mero spazio in cui si realizzano gli interessi dei paesi coloniali o imperialisti. Questo dimostra che il colonialismo non è rimasto nel passato: è qualcosa che ci attraversa ancora oggi. In questo senso, la mia lettura dei femminismi non è soltanto una lettura in chiave di diritti delle donne, ma quella di un movimento che interpella la strada, che ha radici, organizzazione, capacità di convocazione, come si è visto con la straordinaria marcia delle donne nere a Brasilia lo scorso 25 novembre. Una marcia avvenuta in un paese, il Brasile, che oggi può contare sulla leadership di Lula, uno dei pochi che sta affrontando con coraggio il neo- tecnofascismo di Elon Musk e le sanzioni promosse da Trump.
Ed è proprio questa capacità di generare organizzazione e forza nelle strade ciò che viene attaccato dall’estrema destra, perché i femminismi sono l’unico movimento in grado di contrastare questo neo–tecnofascismo oggi in ascesa, che di fatto sta ridisegnando una forma di governance globale (pur con tutte le sfumature e le letture possibili). Di fronte a questo scenario, il femminismo è l’unico movimento capace di costruire resistenza.
Un femminismo in movimento, che esplose globalmente con “Ni Una Menos”, uno slogan che ha avuto un forte impatto anche in Italia, ma che nasce nel Sud Globale, e non per caso: nasce nel Sud Globale per i suoi legami con la lotta per i diritti umani, per la protesta sociale, per l’autonomia rispetto alle agende dettate dal Nord Globale, che pretende di stabilire quando e di cosa si può parlare. Noi però non abbassiamo la testa, la alziamo. Anche per resistere a una rilettura colonialista ed estrattivista secondo cui tutto comincerebbe davvero nel 2017, negli Stati Uniti, con il #MeToo. Una narrativa alimentata dai documentari che oggi vediamo su Netflix, che mostrano solo ciò che è accaduto in Europa e negli Usa, rovesciando ancora una volta la storia.(…) Un Nord Globale che, ancora una volta, ci guarda solo per spogliarci e appropriarsi di ciò che non gli appartiene, per rivenderlo come proprio.
Cosa vuole dire con “l’esplosione del femminismo come movimento globale”?
Personalmente credo di aver potuto assistere al momento in cui tutto stava accadendo. Il momento nel quale abbiamo capito che esisteva la possibilità di unire le lotte per rendere il movimento più forte e connesso ad altri movimenti: l’antirazzista, l’ambientalista, i movimenti comunitari, ecc. Ed è lì che io mi riconosco, in questa unione. L’esplosione del femminismo come evento globale non inizia, come ho già detto, nel 2017 con il #MeToo negli Stati Uniti, ma il 3 giugno 2015, quando in Argentina si realizza una manifestazione enorme, appunto quella che passa alla storia con il nome di “Ni Una Menos”: che cambia la storia. Quell’espressione, “Ni Una Menos”, nasce prima, da una poetessa messicana, a dimostrazione che, soprattutto in America Latina, impariamo costantemente le une dalle altre, siamo interconnesse, c’è un filo che unisce.
D’altro canto, è vero che “Ni Una Menos” esplode anche grazie a Twitter, ma questo non vuol dire che sia stato solo un fenomeno dei social network: mostra piuttosto come, quando si apre uno spazio pubblico – anche digitale – donne e dissidenze sappiano trasformarlo in organizzazione. Oggi una piattaforma come X, di proprietà di Elon Musk, esiste quasi solo per combatterci, e il dibattito sul “restare o andarsene” è spesso un dibattito segnato dai privilegi del Nord Globale. Se vivi sotto governi con un livello altissimo di repressione, come quello di Milei, non puoi permetterti di abbandonare così facilmente uno degli strumenti chiave per organizzare il movimento di resistenza.
Se il Nord Globale se ne va da X, semplicemente ascolta ancora meno ciò che accade nel Sud Globale… Allo stesso tempo, è chiaro che oggi non nascerà più un movimento sociale genuino da una piattaforma pensata per favorire l’estrema destra. Ma il punto, per me, è un altro: chi definisce cosa conta? Chi viene ascoltata, chi viene nominata, chi viene ricordata nella storia ufficiale delle lotte femministe? Spesso sembra che “ciò che è successo, sia successo in Spagna o in Europa”, cancellando ciò che è nato prima altrove.
Un esempio è lo sciopero femminista. Prima ancora che arrivasse in Spagna nel 2018, ci fu uno sciopero delle donne in Polonia, contro le restrizioni all’aborto, che ispirò molte di noi. In Argentina replicammo questa idea il 19 ottobre 2016 (c’era il governo di destra di Macri in quel momento), dopo un enorme incontro a Mar del Plata e l’ennesimo orribile femminicidio: scendemmo in piazza usando per la prima volta lo strumento dello sciopero, rompendo le strutture sindacali tradizionali e creando nuove alleanze.
Io scrissi un articolo criticando la Cgt, la centrale sindacale burocratizzata, dal titolo “La Cgt prende il tè, le donne si prendono le strade”, e quella frase finì su striscioni e magliette. Poi l’8 marzo 2017 realizzammo il primo sciopero femminista. Ricordo che, quando venni in Spagna a raccontare questa esperienza, quasi nessuno la conosceva. L’anno dopo, si organizzò lo sciopero femminista in Spagna, e oggi si ricorda soprattutto come un grande evento “spagnolo”, cancellando il fatto che si era ispirato a un’iniziativa argentina.
Per questo dico che esiste un femminismo coloniale che funziona come l’esempio classico del cacao e del cioccolato “svizzero”: si prende il cacao latinoamericane, lo si lavora in Svizzera, lo si incarta bene e lo si vende più caro con il marchio di qualità svizzero. Con il femminismo succede lo stesso: si prendono le pratiche delle strade, dei movimenti, delle scrittrici, delle pensatrici del Sud Globale; si fa estrattivismo epistemico, si rimette tutto in ordine con un bel packaging del Nord Globale e ci si dimentica da dove viene “il cacao”, cioè il contenuto vivo del femminismo del Sud.
Ma non è tutto qui perché, quando poi arriva l’estrema destra a governare, l’impatto è molto diverso tra Nord Globale e Sud Globale del mondo. In America Latina, in Africa e in altri contesti del Sud Globale, l’effetto è molto più duro: colpisce la sopravvivenza stessa, si traduce in repressione delle proteste, militarizzazione, minacce dirette. Nel Nord Globale, leader come Giorgia Meloni – che pubblicamente abbraccia Milei, lo chiama amico, si fa fotografare mentre lo legittima (immagini che hanno un impatto grave sui diritti delle donne in Argentina) – vedono i loro impatti contenuti da norme europee e da altri contrappesi istituzionali, che non esistono con la stessa forza altrove.
Il paradosso è che le radici di questo femminismo, che oggi garantisce più diritti anche alle donne europee, nascono in gran parte dall’America Latina. E quando si tratta di riconoscere, ascoltare, leggere, sostenere o costruire ponti con questi femminismi del Sud Globale, spesso non succede: non si legge, non si ascolta, non si aiuta, non si creano davvero alleanze. (…)
Secondo la sua visione, Luciana, sono oggi i femminismi – soprattutto quelli decoloniali – a rappresentare una barriera, una diga contro l’avanzata dell’estrema destra, che si appropria di spazi e narrazioni?
Sì, non ho alcun dubbio: i femminismi sono oggi l’unico movimento in grado di affrontare l’oppressione che viviamo, insieme alle lotte sindacali. Per questo considero fondamentale anche l’idea di sciopero femminista, che in Argentina ha messo in discussione un certo sindacalismo tradizionale, in un paese con una fortissima storia sindacale. (…) Il femminismo è l’unico movimento che ha struttura, capacità organizzativa, entusiasmo, desiderio, passione, esperienza, strumenti e “muscolo” politico per confrontarsi con questo “polipo” che ci sta soffocando. Per molto tempo l’Europa ha guardato alle ascese delle destre del Sud globale quasi come a una minaccia esterna, qualcosa che accadeva “laggiù”. Poi però l’onda è arrivata anche qui, e con essa Trump, che spinge addirittura verso la dissoluzione dell’Unione Europea. (…)
Di fronte a fenomeni così potenti – l’inflazione in Argentina, l’insicurezza, le maras in El Salvador, e tante altre crisi strutturali – è evidente che i femminismi, da soli, non possono essere l’unico argine. Possiamo essere parte della diga, ma non possiamo contenere da sole tutti gli effetti devastanti prodotti da queste condizioni materiali. E oggi, con un attacco così feroce contro i femminismi, anche la capacità di reazione e di organizzazione dei movimenti è molto più messa alla prova. Per questo considero che il dibattito sulla colonialità sia tornato centrale. Se l’Europa sceglie di difendere la propria colonialità, di fatto sceglie di difendere l’ingiustizia.
E lo fa anche contro sé stessa, perché questi movimenti di estrema destra non riconoscono né l’Europa, né i cosiddetti “valori europei” – democrazia, libertà civili, diritti – né alcuna forma di regolazione, ad esempio sull’intelligenza artificiale. (…) Quando l’Europa ripete la sua colonialità, ripete anche la disumanizzazione che portò alle stragi del passato, il disprezzo per l’Africa e l’America Latina e degli altri Sud. E in questo movimento di validazione dell’io coloniale europeo, alla fine, finisce per travolgere anche sé stessa.
*Diego Battistessa è docente universitario, cooperante e attivista per i diritti umani, reporter, analista politico e, a volte, scrittore. Latinoamericanista specializzato in Cooperazione Internazionale, Diritti Umani e Migrazioni, temi sui quali collabora come analista per radio, giornali e tv, sia nazionali sia internazionali. Vive a Madrid dove insegna all’Università Carlos III di Madrid.