di Alberto Trentini*
“Esiste una concezione radicata nell’immaginario collettivo: l’operatore umanitario come un’anima bella, un po’ naif che, armato solo di buona volontà, corre dove c’è bisogno.
In realtà, fare cooperazione internazionale oggi, in un mondo che sembra smontare sistematicamente ogni logica diplomatica, è un lavoro che richiede competenze, pazienza e capacità di negoziazione.
Cooperare significa saper anche, ma non solo, formare e gestire risorse umane, affrontare una logistica complessa, pianificare attentamente l’uso dei fondi a disposizione e giustificare accuratamente, sia sul piano tecnico che finanziario, ogni centesimo speso. Spesso occorre farlo mentre l’energia elettrica va e viene, fa un caldo soffocante e da settimane non si riesce a trovare uno stabile in condizioni adeguate a fungere da ufficio.
Chi gestisce gli interventi, non si muove a intuito. Lo fa seguendo quattro coordinate precise: umanità, neutralità, imparzialità e indipendenza. Non sono slogan da appendere in ufficio, sono principi operativi. Applicarli richiede più nervi saldi che buoni sentimenti.
Nel frattempo, lo spazio d’azione umanitaria non sta solo diminuendo: viene attivamente recintato. Governi autocratici e populisti pretendono di essere gli unici fautori di sviluppo e guardano con gelosia e sospetto il personale delle ONG presente sul territorio. Le zone d’ombra sulla mappa si allargano, i fondi diminuiscono e la sicurezza si complica ulteriormente.
Ma proprio quando tutto sembra suggerire la ritirata, l’intervento della cooperazione diventa l’unico vero atto di realismo politico. In un pianeta dove tutto è interconnesso, tralasciare quello che succede altrove perché è troppo complesso o costoso, è come ignorare un incendio nel salotto del vicino perché siamo impegnati a far altro.
Restiamo sul campo non per cieco ottimismo, ma perché la stabilità globale si costruisce anche mitigando le sofferenze e garantendo opportunità”.
* Pubblicato su Il Corriere della sera il 18 maggio 2026
“Credo che il settore della cooperazione internazionale faccia ancora fatica a spiegare le sue finalità, le sue attività al grande pubblico e credo sia necessario fare uno sforzo comunicativo ancor maggiore, magari partendo dai principi umanitari, per far arrivare il messaggio, far capire le attività che svolgiamo, come le svolgiamo e perché vengono fatte”
Alberto Trentini, (“Restare umani”, Firenze, 23 maggio 2026)
Alberto Trentini è stato ospite della serata del Festival “Restare umani: storie di cooperazione e resistenza” (23 maggio, Spazio Alfieri di Firenze), con un’intervista del giornalista Rai Marco Damilano (Il cavallo e la torre). Alberto Trentini, cooperante veneziano, è stato arrestato il 15 novembre 2024 in Venezuela mentre lavorava per l’organizzazione non governativa “Humanity & Inclusion” per portare aiuti umanitari alle persone con disabilità e viaggiava da Caracas a Guasdualito. Da lì è stato trattenuto ingiustamente in arresto a Caracas per 423 giorni, senza nessuna accusa formalizzata.
COSPE insieme a molte altre associazioni della società civile italiana ha sostenuto una intensa campagna per la liberazione di Alberto, chiedendo ripetutamente al governo di agire e di percorrere tutte le strade diplomatiche possibili per riportarlo a casa. La vera svolta nella vicenda c’è stata però solo dopo il golpe militare di Trump e la destituzione del presidente Maduro in Venezuela, nel gennaio del 2026.
Laureato in Storia all’Università Ca’ Foscari di Venezia e con un master of Science in Ingegneria della Salute, dei Servizi Igienico-Sanitari e delle Risorse Idriche presso l’Università di Leeds (UK), Alberto Trentini si dedica da circa vent’anni al coordinamento di progetti di sviluppo e assistenza umanitaria, con un focus particolare sul Sud America.