Difendiamo l’Amazzonia dal coronavirus

Il giornalista e scrittore Angelo Ferracuti, grande conoscitore dei popoli indigeni, ha intervistato Giorgio Menchini, presidente COSPE, riguardo alle iniziative messe in campo dalla nostra Ong in difesa dei diritti delle popolazioni amazzoniche 

COSPE ha lanciato un’iniziativa, “Antenna sulle violazioni dei diritti ai tempi del Covid”, in cui un focus particolare è dedicato ai popoli indigeni dell’Amazzonia. Con l’arrivo del virus le minacce nei loro confronti sono molte e di diverso genere. Voi avete raccolto le loro richieste tramite i vostri cooperanti in Brasile, Ecuador, Bolivia, Colombia. Che quadro ne esce? Molto preoccupante. Il contagio sta crescendo in modo esponenziale in tutta l’Amazzonia, e i popoli indigeni sono particolarmente vulnerabili al Covid-19 perché discriminati nell’accesso ai beni e ai servizi e lontani dai centri di cura. Addirittura a rischio di estinzione quelli fra loro che hanno scelto di vivere in isolamento e non hanno protezione immunitaria. Per questo chiedono innanzitutto la chiusura dei loro territori. È una questione di vita o di morte, soprattutto per i “popoli incontattati”, ed una regola che deve valere per tutti, anche per i coloni, i turisti, i missionari. Ma la minaccia più grave viene dalle attività di estrazione di oro e petrolio, che i governi non hanno finora bloccato, per debolezza e incoerenza, ma soprattutto per assenza di volontà. Perché l’Amazzonia? Forse perché oggi questi popoli custodi rischiano, non solo per il Covid, l’estinzione, e per il loro legame profondo con un ambiente di biodiversibilità unico al mondo che sono capaci di proteggere? La nostra “Antenna” è rivolta alle persone e ai gruppi vulnerabili in tutti i paesi in cui lavoriamo, oltre venti, in Africa, Mediterraneo, Balcani, America Latina. Ma i popoli dell’Amazzonia ci sono particolarmente cari perché portatori di culture straordinarie, di cui abbiamo bisogno anche per riparare il nostro rapporto con la natura. Popoli che da sempre custodiscono anche per noi un patrimonio di bio-diversità unico, contro gli incendi e i tagli, le devastazioni dei negazionisti del clima e le violenze dei negatori dei diritti. In questa sfida mortale che riguarda anche noi sentiamo il dovere di non lasciarli soli. In che modo la vostra Ong agisce localmente per aiutare direttamente le popolazioni indigene? Noi siamo un’organizzazione di cooperazione internazionale, impegnata per un mondo con più diritti, più equità sociale e più giustizia ambientale, con un’attenzione particolare alla parità dei generi, l’empowerment delle donne, la valorizzazione delle diversità. Lo facciamo dovunque, sostenendo e mettendo in rete le esperienze innovative che partono dai territori e gli attori che le promuovono, per un cambiamento globale che si diffonda dalla periferia verso il centro. Mettiamo al loro servizio le nostre competenze e le risorse che riusciamo a mobilitare. Nei paesi amazzonici questi attori sono soprattutto le organizzazioni indigene, e le associazioni che le affiancano. Lavoriamo con loro per la tutela dei diritti, la conservazione dell’identità culturale, lo sviluppo di una economia della “foresta viva” contro le economie predatrici che la abbattono e la uccidono. Una economia che recupera e sviluppa le tradizioni di estrazione dolce dei prodotti della foresta, castagne, miele, gomma, piante cosmetiche e medicinali, combinando scienza e saperi locali. Vogliamo dimostrare che c’è una economia che non trova nella foresta un ostacolo, ma la base del suo sviluppo. E i popoli custodi dell’Amazzonia, non solo le comunità indigene, ma anche i cablocos, i seringueiros, i quilombolas, ne sono i protagonisti. In questa economia le donne svolgono un ruolo centrale, che noi cerchiamo di tradurre anche in maggiore potere. Pensate di lanciare e strutturare in Italia la campagna di raccolta fondi? Certamente. Noi siamo una Ong che mobilita ogni tipo di risorse, a partire da quelle pubbliche. I fondi privati sono particolarmente utili in contesti di emergenza, come è il caso della pandemia di Covid-19, ma anche per sperimentare soluzioni innovative nei territori, con grande libertà e flessibilità. In questi giorni stiamo lanciando una campagna per rispondere a una serie di richieste urgenti, che riguardano l’accesso a dispositivi di protezione, al cibo, a misure di sostegno al reddito. Nel sito COSPE è possibile trovare tutte le informazioni a riguardo. Contestualmente stiamo definendo con i nostri partner, anche in Amazzonia, proposte più strutturate e di medio periodo che contiamo di lanciare più avanti. Una volta raccolti i dati, come intendete farne uso per la sensibilizzazione e controinformazione nei media e nei canali social, e attivare le Corti internazionali? Ogni settimana aggiorniamo un sistema informativo con i rapporti che ci arrivano da circa 16 paesi nel mondo, dall’Albania allo Zimbabwe, dal Brasile al Niger, laddove sono ancora presenti i nostri cooperanti e i nostri rappresentanti paese. I dati e le storie più significative vengono divulgate attraverso il nostro sito e i nostri social e le reti di associazioni di cui facciamo parte. Alcuni casi di violazioni sono segnalati a organi giuridici di vigilanza delle Nazioni Unite, quali l’Independent Expert, che si occupa di discriminazione sessuale e di genere e gli Special Rapporteur, che valutano il rispetto delle Convenzioni internazionali. Quali sono i vostri rapporti con i governi e le istituzioni di questi paesi, e come la situazione politica di ognuno incide diversamente nella vita delle popolazioni indigene? Abbiamo rapporti ufficiali con tutti i governi dei paesi in cui operiamo, compresi quelli che non brillano in materia di democrazia e diritti umani. Il paradosso è che sono questi i paesi dove spesso la nostra presenza, anche fisica, è più importante per sostenere tutte le organizzazioni locali impegnate nella difesa dei diritti. Quanto il quadro politico possa incidere sulla vita della popolazione indigene lo dimostra oggi il Brasile. Bolsonaro incarna tutto l’armamentario politico/ideologico che vede l’Amazzonia come una frontiera da addomesticare e i popoli indigeni come un ostacolo da eliminare sulla via dello sviluppo. Politiche, ma anche semplici parole, che hanno già prodotto una sorta di “liberi tutti” per ogni tipo di cacciatori d’oro, trivellatori di petrolio, tagliatori di legname, coloni che stanno invadendo le terre indigene, portando con sé il coronavirus. In questo modo è morto un giovane di 15 anni, dieci giorni fa. Studiava da maestro elementare in una comunità che è la porta di accesso della corsa all’oro nelle terre degli Yanomani. Nel vostro studio sulla situazione dei paesi dell’Africa, America Latina, Mediterraneo e Balcani dove operate, come le misure adottate dai governi per il Covid incidono sui diritti fondamentali delle persone? Ci sono due aspetti che teniamo sotto stretta osservazione. Il primo riguarda l’incremento della violenza domestica, e di quella legata ai diritti sessuali e riproduttivi nei confronti delle donne e delle ragazze, a fronte di una maggiore difficoltà di denunciare ed un minore accesso ai servizi. Il secondo l’abuso dell’emergenza per limitare le libertà civili e promuovere svolte autoritarie. I popoli amazzonici, in particolare, denunciano il rischio di militarizzazione dei loro territori, che può trasformarsi in un pericoloso veicolo di contagio, e preludere ad una occupazione funzionale ai piani di colonizzazione dell’Amazzonia. Bisogna essere pronti a impedirlo.

Uno studio spiega la mortalità da Covid dei popoli indigeni  

Il tasso di mortalità da Covid-19 fra i popoli indigeni è più alto del 150% rispetto al resto della popolazione. Questo dato, insieme ad altre informazioni molto allarmanti, sono contenuti in uno studio realizzato dal Coordinamento delle Organizzazioni Indigene dell’Amazzonia Brasiliana (Coiab) e dall’Istituto di Ricerca Ambientali dell’Amazzonia (Ipam). Uno studio, dice la Coiab, prodotto per orientare le politiche pubbliche in materia di diritto alla salute e di risposta all’emergenza Covid in modo che queste ultime rispondano agli effettivi bisogni delle popolazioni indigene. E per chiedere con forza che questa risposta sia urgente ed efficace, di fronte a numeri che dimostrano che il rischio di etnocidio più volte denunciato è davvero in atto. Lo studio calcola in 483.000 il numero totale delle persone appartenenti ai 180 popoli indigeni dell’Amazzonia brasiliana e 3662 quelle che hanno contratto il virus, con un tasso di contagio quasi doppio rispetto al resto della popolazione (+85%). Il numero dei decessi confermati è di 249, con un tasso di mortalità superiore del 150% della media nazionale. Fra le prime cause di questo costante aggravamento della pandemia fra le popolazioni indigene, lo studio punta l’indice in primo luogo sull’aumento dei “vettori di contaminazione esterna”, i cercatori d’oro, le attività di disboscamento che non sono mai cessate, gli stessi agenti sanitari, spesso non dotati dei necessari dispositivi di protezione. In secondo luogo, il cattivo stato del sistema di assistenza sanitaria primaria nei territori indigeni. Lo studio analizza in profondità questi problemi, insieme alla minaccia forse più grave che incombe sui diritti delle comunità indigene ai tempi del Covid-19: la volontà del governo Bolsonaro di rivedere tutto il processo di demarcazione delle loro terre per favorire l’ingresso dell’agrobusiness, delle attività minerarie, dei grandi speculatori e accaparratori. 

25 giugno 2020

di Angelo Ferracuti | Estratto dell’intervista a Giorgio Menchini “Difendiamo l’Amazzonia dal virus”, Il manifesto 30 aprile 2020

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