Lessico e nuvole: la faccia triste dell’Italia

— Senza più argini: il nostro paese vive lo sdoganamento del linguaggio d’odio

“Negri di merda, sporco negro, aprite i forni. Espressioni di questo tipo, e ancora di più e ancora di peggio, sono ormai all’ordine del giorno. Su facebook, su twitter, sugli striscioni degli stadi… e, in forma appena più edulcorata, in bocca a molti dei nostri politici. Un’escalation che sembra inarrestabile e di cui stentiamo a rintracciare le origini. Quando il linguaggio razzista è diventato davvero parte della nostra vita quotidiana? Da quando sono caduti gli argini sociali e quello stigma che faceva almeno vergognare nel pronunciare in pubblico parole razziste e discriminatorie? Se esiste un percorso storico delle parole razziste e della loro pervasività nella società italiana e se ne esistono gli anticorpi, è Federico Faloppa, ricercatore e docente di Storia della lingua e linguistica italiana all’Università di Reading, (Uk), che ce ne può parlare diffusamente: da anni Faloppa si occupa di questo fenomeno, lo studia, lo spiega e lo combatte, collaborando con Ong, associazioni, cooperative e scuole sui temi dell’intercultura e della comunicazione interculturale. Parte del suo lavoro è incentrato sugli stereotipi etnici e alla costruzione linguistica della “diversità”, in particolare sui social media e sui mezzi di informazione mainstream.”

Linguaggio razzista e xenofobo oggi: cosa è successo con l’avvento dei social media e con l’ascesa di una nuova classe politica?

Linguaggio d’odio – razzista, misogino, omofobo – se ne produceva molto anche prima dell’avvento dei social media, e dell’ascesa di questa classe politica. Tuttavia, si trattava o di un fenomeno ascrivibile soprattutto a certi soggetti politici, di una “dimensione collettiva del rancore”, come ha detto lo storico Giovanni De Luna, ideologica, condizionata più dalle pressioni di certi gruppi che dall’iniziativa dei singoli. Anche quando sorgeva dal basso – come nel caso dell’odio verso i “terroni”– il linguaggio d’odio era spesso mediato dall’azione e dalla presenza di soggetti collettivi (i partiti, i sindacati, la chiesa), che ne impedivano il travaso nel discorso istituzionale e mediatico. Nell’ultimo decennio, invece, si è presa la scena un’aggressività verbale individuale e individualizzata: meno incanalabile, più difficile da prevedere e da mediare, veloce, senza sovrastrutture. Ma capace di far rete e di aggregare. Un’aggressività, inoltre, sempre meno ostacolata da stigma sociale, sempre meno relegata a registri informali. Anzi, proprio le istituzioni che avrebbero dovuto fungere da argini si sono fatte spesso loro stesse cassa di risonanza della cosiddetta “pancia del paese”, e delle sue espressioni (verbali) più basse e retrive. Nel caso dei partiti e dei rappresentanti delle istituzioni adattandosi a, e legittimando, quel gentese che affondava le radici negli anni Ottanta del Novecento, ma che ha dovuto attendere la rivoluzione digitale per diventare codice di massa e linguaggio politico tout court. Questa trasversalità, questa rottura degli argini tra individuale e collettivo, pubblico e privato, registri bassi e i registri medio-alti della comunicazione, ha creato una vera assuefazione sia nel produrre linguaggio d’odio, sia nel diffonderlo, ascoltarlo, leggerlo.

Come stanno reagendo, in termini di controllo dei discorsi d’odio, i gestori dei social media a questa deriva?

Un po’ di evoluzione, nel modo in cui i social tentano di arginare questa violenza verbale, c’è effettivamente stata. Quest’anno Facebook è arrivata a chiudere 23 pagine da 2,4 milioni di follower, perché diffondevano linguaggio d’odio, cosa impensabile qualche anno fa. Quindi, grazie alla pressione dell’Unione Europea da un lato, e degli utenti dall’altro, è possibile chiedere il rispetto di codici etici e quindi (far) mettere degli argini, anche sui social. Tuttavia la questione è tutt’altro che risolta, soprattutto perché il linguaggio d’odio online non è così facile da smascherare, e quindi da filtrare. L’hate speech non è fatto soltanto di lessico esplicito ma anche di immagini, di emoji, di figure retoriche e fallacie logico-argomentative, che sono molto più difficili da individuare, e quindi da contrastare. Il lavoro da fare è ancora tanto, sia da parte delle piattaforme social, sia da parte degli utenti, che, per primi, devono imparare a utilizzare gli ambienti virtuali con più consapevolezza e senso di responsabilità.   

E che ruolo ha il mondo dell’informazione in questo contesto?

L’informazione ha un ruolo fondamentale, enorme. Primo, perché è anche al mondo dell’informazione che dobbiamo la diffusione di certo linguaggio attraverso continue campagne d’allarme sociale basate sul nulla, o sull’episodio di cronaca isolato che viene presentato come una tendenza generalizzata. Secondo, perché spesso invece di fare da “cane da guardia” del potere politico, ha finito per essere la sua cassa di risonanza. Terzo, perché così facendo ha reso normali parole e pratiche che normali non sono. E che anzi andrebbero smascherate per quello che sono: manipolazioni, opinioni infondate e illogiche, abusi. Senza contare che potrebbe fare moltissimo per aprirsi a voci diverse, e uscire dalle rappresentazioni stereotipiche, ma redazioni veramente aperte, miste, inclusive rispetto a voci e punti di vista altri si contano sulla punta delle dita di una mano.

Che fare dunque in concreto per combattere questa escalation di violenza? 

Intanto cominciare da un rovesciamento di prospettiva: non inseguire gli odiatori sul loro terreno, ma ritornare a un linguaggio che metta in evidenza i valori e le norme che ci uniscono. Non farsi mettere nell’angolo, ma rilanciare un “parlare umano” sia attraverso gli stessi canali virtuali che diffondono odio, sia attraverso l’azione collettiva che crea somiglianze strappandoci dalla bolla individuale e spersonalizzata del rancore. Due esempi recenti su tutti: la strategia vincente di contro-narrazione di Laura Boldrini su Twitter, che sta riuscendo a mettere in difficoltà la comunicazione aggressiva e distraente di Salvini, e la manifestazione alla Sapienza di Roma a sostegno di Mimmo Lucano.

E le nuove generazioni, cresciute in una scuola sempre più multietnica, possono essere una speranza per questo paese? 

Ne sono convinto, soprattutto perché vivono e vivranno sulla loro pelle i profondi cambiamenti in atto: culturali, sociali, ambientali. E molti di loro stanno capendo, più dei loro genitori, che o lo sguardo è globale: o le risposte terranno in conto la complessità, o le sfide saranno irrimediabilmente perse.

di Pamela Cioni

L’esperto – Il linguaggio che discrimina

Federico Faloppa è Lecturer nel Dipartimento di Modern Languages dell’Università di Reading (Gran Bretagna), dove insegna Storia della lingua italiana e Sociolinguistica. Autore di numerosi saggi e articoli, ha scritto, tra le altre cose : “Lessico e alterità: la formulazione del diverso” (2000), “Parole contro.

La rappresentazione del diverso nella lingua italiana e nei dialetti” (2006),”Razzisti a parole (per tacer dei fatti)” (Laterza 2011) e “Sbiancare un etiope. La pelle cangiante di tòpos antico” (Aracne 2013). Un suo contributo fa parte del volume curato da Marco Aime, “Contro il razzismo: quattro ragionamenti” (Einaudi 2016). Ha curato “Non per il potere”, di Alex Langer (Chiarelettere 2016).

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