La difficile strada per il ritorno a casa

— In Siria, sono più di 15 milioni gli esuli e gli sfollati interni. Oggi qualcuno tenta di rientrare nelle proprie case, ma nuove leggi sembrano impedirlo.

Della Siria si parla sempre meno. O se ne parla per ricordare che i tanti rifugiati che arrivano in Europa sono fuggiti da quella terra e da quella guerra. Rifugiati che, in gran parte, vorrebbero anche tornare nelle loro case. Ma nonostante la propaganda del governo Assad, che parla di grandi numeri di cittadini che tornano, le condizioni che il regime pone e le conseguenze di 8 anni di guerra e di distruzione, di interventi militari stranieri e di repressioni, rendono quasi impossibile il rientro in patria. Un quadro complesso che abbiamo tentato di districare con Samer Aldeyaei, avvocato e direttore esecutivo dell’Associazione Siriana degli Avvocati Liberi (Free Syrian Lawyers Association), durante una conferenza organizzata a Firenze da COSPE e Robert Schuman Centre for Advanced Studies dell’Istituto Universitario Europeo.

“Dopo otto anni di guerra – dice Samer Aldeyaei – la scesa in campo degli eserciti russi e iraniani ha permesso al regime di Bashar al Assad di riprendere il controllo su buona parte del territorio. Qui interessi politici e militari si uniscono a quelli economici, per trarre dalla ricostruzione nelle terre riconquistate un enorme profitto, grazie a un’operazione speculativa che rischia di lasciare senza casa la maggior parte dei siriani che hanno dovuto lasciare i luoghi dove abitavano”.
Prima dell’inizio della guerra, nel 2011, in Siria vivevano all’incirca 30 milioni di persone. Con la catastrofe bellica in 15 milioni sono stati costretti ad abbandonare le proprie case: una parte – circa 7 milioni – sono andati in Turchia, Libano, Giordania e in Europa, mentre altri 7-8 milioni si sono dovuti spostare forzatamente dal luogo in cui vivevano per trasferirsi in altre zone del paese. “Il motivo primo della fuga – continua l’avvocato – è stato quello di trovare scampo dalla violenza del regime, che all’inizio delle manifestazioni di protesta ha reagito facendo strage degli oppositori, sia con uccisioni di massa che con bombardamenti su quei quartieri o quelle aree che erano ostili. “Per esempio – ricorda Aldeyaei – nel 2012 il quartiere di Homs da cui io provengo, Al Bayada, si è completamente svuotato dopo l’offensiva contro la città da parte dell’esercito di Assad, che ha infierito atrocemente sulla popolazione civile. Un altro motivo dell’abbandono del paese è stata la fuga degli abitanti di fronte alle milizie combattenti: Daesh, Al Nousra, ma anche il Pkk (Partito dei lavoratori Curdi), che arruolavano forzatamente i giovani per portarli a combattere al fronte”.
Ma gli spostamenti interni hanno seguito anche altre logiche: durante la riconquista del territorio da parte dell’esercito del regime, alla popolazione civile è stata data la possibilità di lasciare le zone del conflitto prima delle offensive finali per trasferirsi altrove, abbandonando così le proprie case. Molti sono stati ammassati nella zona di Idlib insieme agli oppositori (3 milioni di persone, ndr). La riconquista del paese da parte del regime di Assad in realtà copre una situazione molto  più articolata. “Bashar al Assad – continua Aldeyaei – non conta più molto, è soltanto una figura di copertura, il vero controllo del territorio è da parte dell’Iran e della Russia. L’Iran con combattenti sciiti sul campo, la Russia con la presenza della polizia militare formata principalmente da poliziotti islamici di origine cecena. Entrambe queste due potenze esercitano un controllo diretto, militare e politico, sulle aree del paese da loro occupate. Mentre Daesh ormai è sconfitta e la sua presenza non è più significativa, alcune zone della Siria sono ancora controllate dagli oppositori del Free Syria Army: la provincia settentrionale e quella occidentale di Aleppo, tutta l’area di Idlib, la parte settentrionale di Hana (vicino a Homs), la parte settentrionale di Lattakia (sulla costa) e una parte della provincia occidentale di Homs. E poi tutta la regione dei curdi”.
Nonostante quello che annuncia il regime di Assad, il rientro dei rifugiati non sta avvenendo: “Dal Libano – sostiene Aldeyaei – non sono rientrate più di 500-1000 persone, su un milione e mezzo circa di profughi; da altri Paesi non vi è notizia che la popolazione stia tornando in patria.
In questo contesto, il Parlamento siriano ha approvato una legge, la cosiddetta Legge 10/2018, che impone a quanti tornano in patria e vogliono riottenere il possesso della propria terra e della propria casa di dimostrarlo, producendo i documenti di proprietà. Chi non è in grado, perde i diritti e i suoi beni possono diventare proprietà del governo. Immaginatevi la difficoltà di avere documenti adesso in Siria”. L’opposizione a questa legge è uno dei temi principali su cui si impegna l’Associazione Siriana degli Avvocati Liberi e la ragione per cui Aldeyaei sta facendo un tour in Europa.  Secondo Aldeyaei, si tratta di una mossa politica, di un messaggio del regime ai vari interlocutori internazionali. “Questa legge n.10 – dice – serve principalmente agli interessi di Iran e Russia. L’Iran vuole favorire la comunità sciita all’interno del paese, che si sta impadronendo delle proprietà di quanti se ne sono dovuti andare. Ad esempio la mia casa a Homs in questo momento è occupata da famiglie di sciiti provenienti da altre zone della Siria. Se io non torno con i documenti rischio di perderla per sempre. La Russia è invece interessata al fatto che il governo locale entri in possesso delle case e delle terre per gestire direttamente il processo della ricostruzione. Tenete conto che – continua – in alcune città, come ad esempio Aleppo e Homs, esiste sì un governatore siriano, ma il vero potere è in mano al prefetto, un ufficiale russo che governa la polizia locale.”
La grande preoccupazione dell’Associazione Siriana degli Avvocati Liberi è dunque che, se fosse davvero attuata la legge come moneta di scambio con le potenze straniere in campo, i rifugiati siriani diventerebbero un popolo di senza casa. È profonda convinzione degli avvocati che il regime usi questa legge come messaggio politico internazionale in attesa delle elezioni stabilite a Ginevra nel 2021 (a parlare di questa legge fondiaria è stato il Ministro degli Esteri e non il Ministro per la Pianificazione Territoriale, ndr) e che la presenti “in modo flessibile”, a seconda delle aree e delle zone di influenza: “facilita il ritorno nelle zone sotto il controllo russo e lo scoraggia laddove c’è più necessità di confiscare terre, nelle zone sotto il controllo iraniano e delle truppe sciite.” Tra l’altro non c’è solo questa legge a violare i diritti fondamentali del popolo siriano: agli inizi della rivolta il regime istituì un “Tribunale Speciale per i Crimini di Terrorismo” e a quanti finivano sotto accusa di fronte a questo tribunale poteva essere espropriata la terra o la casa. Anche costoro, o i familiari di quanti di loro sono stati uccisi, devono avere la possibilità di rientrare in possesso dei propri beni. “Noi crediamo che il diritto alla terra sia il principale diritto – conclude Samer – È quello più minacciato, ma è anche il primo che deve essere riconosciuto: nella cultura araba le prime cose alla base della tua identità sono la tua casa e la tua terra. Le persone fanno di tutto per aver una casa e un terreno da coltivare. Se questo non viene riconosciuto, tutto crolla, manca la tenuta sociale. Questa è la nostra priorità perché è alla base della sicurezza e della pace. Senza un cambiamento radicale profondo – conclude – che implica anche un cambiamento delle strutture politiche, non ci potrà essere né pace né stabilità. Ciò significa un processo di transizione democratica forte, la cui condizione preliminare è lo smantellamento del regime stesso.”

Intervista a Samer Aldeyaei di Roberto de Meo

Leggi tutti gli articoli di questo numero.

L’associazione: Free Syria Lawyers’ Association

L’Associazione, nata nel 2012, lavora per sostenere i diritti umani, svolgendo attività di supporto legale in gran parte della Siria e producendo report sulle violazioni. L’associazione, oggi composta da 250 avvocati, è finanziata da organismi internazionali che le permettono di realizzare vari progetti sul campo: dalle consulenze legali al sostegno dei consigli locali per i servizi dell’anagrafe (whotic – registrati). (www.fsla.org).

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