Come sempre il prezzo più alto lo pagano le donne

— A otto anni dall’intervento degli Stati Uniti, i diritti delle donne in Afghanistan rimangono ancora sulla carta

L’atmosfera a Kabul è da fine di un’era. Il rombo degli elicotteri militari è continuo, le barriere di cemento sono sempre più alte intorno alla “zona verde” dove stanno le ambasciate straniere (che di verde non ha niente, è un grigio labirinto dove ogni due metri le auto vengono perquisite con cani e metal detector). I diplomatici non escono più: volano, anziché guidare, per andare all’aeroporto, nella speranza di evitare i rapimenti, le autobomba e le “sticker bomb” attaccate ai fianchi dell’auto da mendicanti bambini pagati dai miliziani. Il governo è corrotto, i soldati afghani caduti sono migliaia, l’economia a pezzi. C’è grande insicurezza a Kabul, per non parlare delle province controllate dai talebani. Un recente rapporto dell’ispettorato indipendente del Pentagono riconosce che la battaglia contro i talebani è a un punto morto. L’intervento occidentale dopo l’11 settembre 2001 fu presentato anche come un’opportunità di aiutare le donne afghane, oppresse dai talebani. Così in collaborazione con COSPE, sono andata a Kabul, per ascoltare le loro voci, dopo tanti anni dall’inizio della guerra.
Raccontano che una volta Kabul fosse una città di case basse e cortili con giardini di mandorli e albicocchi, ma è cresciuta caoticamente, con palazzotti e torri di vetro non finite che non hanno portato un vero progresso. Il 56% della popolazione afghana vive sotto la soglia di povertà. Migliaia di bambini che dovrebbero stare a scuola vendono cianfrusaglie agli automobilisti fermi nel traffico. Passavo le notti all’interno della “zona verde”, dormendo nell’appartamento che faceva sia da ufficio che da abitazione all’unica dipendente italiana di COSPE. Uscivo ogni giorno in compagnia di Rohina Bawer, una giovane attivista afghana. Giravamo in un’anonima auto verde, vestite non con il burqa ma con abiti lunghi e con il velo sulla testa, come molte donne a Kabul. Alla guida c’era un autista afghano di fiducia. Ma non avevamo guardie armate, per evitare di attirare l’attenzione. Una mattina restammo a lungo imbottigliati in via Kosatangi, la strada del Parlamento, vicino al quartiere hazara dove sono frequenti le autobomba. Mi resi conto allora che la sensazione di insicurezza, di pericolo e di impotenza che provai anch’io è ormai la condizione esistenziale degli afghani. Dopo l’11 settembre sono stati fatti progressi in favore delle donne dal punto di vista legale: la legge per l’Eliminazione della violenza contro le donne (Evaw) punisce lo stupro, le percosse alla moglie, i matrimoni forzati e precoci e proibisce il controllo della famiglia sulla scelta del coniuge. Ma queste norme molto spesso non vengono applicate in una società ostinatamente patriarcale, dove le donne sono considerate di proprietà degli uomini, dove i Signori della guerra che hanno combattuto i talebani sono fondamentalisti quanto i talebani, e dove gli alleati occidentali sono sempre meno disposti a condurre una battaglia culturale contro i conservatori che appoggiano il governo. Ogni anno almeno 2.300 donne afghane si tolgono la vita: “self-immolations”, auto-immolazioni, le chiamano le attiviste. Un diplomatico mi ha confessato che dal suo punto di vista, per assurdo, questi sono episodi positivi, nel senso che dimostrano una consapevolezza dei propri diritti, anche se si traducono nell’unica forma di rivolta possibile: la morte. Con il suo aiuto sono riuscita ad avere accesso al centro di detenzione temporaneo femminile nel carcere di Shahr-e Naw, nel nord-est di Kabul, circondato da barricate, alte mura e filo spinato come tutti gli edifici istituzionali. All’interno, accasciate nei letti a castello, coi bimbi al proprio fianco, sedici donne aspettavano il verdetto. “Tre danzavano, due hanno bevuto vino e si sono picchiate, due sono adultere, tre accusate di traffico di droga…”, mi disse la direttrice, di buonumore, consultando un quadernone. Una delle “adultere” si chiamava Yalda, aveva 32 anni, ed era lì da tre mesi, ma raccontò a me e Rohina che la sua vera “prigionia” era iniziata all’età di 13 anni. “Mio padre mi ha data a un vecchio di sessant’anni che beveva, mi picchiava, mi rubava i soldi, poi ha iniziato a molestare le nostre figlie di 10 e 11 anni. Ho divorziato, e allora lui per farmi arrestare ha presentato una mia foto con un altro uomo, ma è falsa, è un fotomontaggio fatto da lui al pc e si vede benissimo!”. Scappare di casa per una donna non è più un crimine grazie alla legge per l’eliminazione della violenza, ma ora i mariti per vendetta le accusano di adulterio, che resta un crimine. “Human Rights Watch” ha denunciato questa situazione intollerabile, e l’Onu ha chiesto che vengano abolite le norme sui “crimini contro la moralità”. Una donna che balla di fronte agli uomini – mi viene spiegato dalla direttrice del centro di detenzione – commette un crimine, perché “sporca la mente” di chi la guarda. Ma non è solo un problema di leggi. È che polizia, procuratori e giudici puniscono le donne anche quando fuggono da mariti violenti o da matrimoni forzati. Nel caso di Yalda il giudice ha dato ragione al marito, e lei è stata condannata a tre anni per adulterio. I carcerieri aggiungono un dettaglio: mi spiegano – come fosse la cosa più normale del mondo – che “le donne arrestate perché danzano, bevono o hanno rapporti illeciti sono sottoposte a test di verginità”. Una tortura che, malgrado gli eterni dinieghi ufficiali, continua. Gli Stati Uniti e l’Europa hanno tentato di riformare il sistema giudiziario afghano, ma oggi è l’istituzione di cui le afghane si fidano di meno. È il pilastro più corrotto del sistema. Se un avvocato vuole aiutare il cliente deve pagare mazzette nonché rischiare la vita. Latifa Sharifi, avvocata di Hawca, storica associazione femminile afghana con cui COSPE collabora, aiuta le donne a ottenere il divorzio: è difficile, devi provare di essere stata picchiata; inoltre alcune madri, quando scoprono che i figli dai 7 anni e le figlie dai 9 in su restano col padre, preferiscono sopportare le botte anziché lasciarli. Latifa non dice a suo marito delle continue minacce che riceve per il suo lavoro: “Temo che non mi permetterà più di lavorare”. Quando accompagna a scuola i suoi figli, di 8 e 5 anni, controlla sempre che nessuno la segua, ha paura che possano rapirli. Non c’è difesa per donne come lei, un’esigua minoranza nel sistema giudiziario. Benché la società non li riconosca, le donne in Afghanistan sono consapevoli dei loro diritti. Sono il simbolo del cambiamento, ma il prezzo che pagano è di vivere in un limbo di incertezza e di ostilità.

di Viviana Mazza, giornalista del Corriere della Sera

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Il progetto: difendiamo i difensori dei diritti

COSPE è intervenuto con il progetto Ahram “Afghanistan Human Rights Action and Mobilitation” per sostenere e proteggere i diritti umani attraverso i loro difensori. Il progetto ha previsto la creazione di spazi sicuri per i difensori dei diritti umani ed una campagna nazionale e internazionale “Women for Change” relativa alla situazione di questi ultimi. Il documentario “Orchestra Progress. A Story of Afghan Women” racconta la storia di quattro difensori per i diritti umani afghani e descrive la resilienza di una società in cui le donne subiscono ancora la mancanza di diritti, attraverso il racconto della vita quotidiana di una donna giudice, una senatrice, un’attivista per il diritto all’istruzione e il direttore della prima scuola mista di Kabul. Le loro vite sono in pericolo, ma nonostante ciò lavorano e lottano per quanto di più importante credono. Sullo sfondo delle loro vite viene presentata la straordinaria esperienza dell’orchestra femminile dell’orfanotrofio di Kabul, dove ragazze tra i 10 e i 18 anni lottano contro il conservatorismo sociale attraverso la passione per la musica. Il documentario è stato realizzato da COSPE nel contesto di AHRAM, progetto cofinanziato dall’Unione Europea

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