Decolonizzare il presente. Prospettive femministe

“NON SARÒ LIBERA FINCHÉ OGNI DONNA NON SARÀ

LIBERA, ANCHE SE LE SUE CATENE SONO MOLTO

DIVERSE DALLE MIE” Audre Lorde

 

 

Dal 5 agosto sul sito di LEFT sarà in vendita il libro “Decolonizzare il presente. Prospettive femministe”. Si tratta di un’iniziativa editoriale realizzata grazie alla collaborazione di COSPE e la rivista Babel e la testata LEFT.

 

Di Pamela Cioni e Debora Angeli

“Chi pulisce lo spazio in cui tengo una riunione decoloniale?” con questa frase, François Vergèr, teorica e punto di riferimento di quello che definiamo oggi femminismo decoloniale, ci pone di fronte a un’evidenza incontrovertibile: a volte i diritti sono dei privilegi, anche se parliamo di diritti delle donne, e nel suo libro “ Un femminismo decoloniale” (Françoise Vergès, Ombre Corte, 2020) -di cui ci parla diffusamente nella prima intervista di questo volume- ci spinge a riflettere su quali e quanti sfruttamenti si fonda la nostra vita e a come possiamo contribuire a denaturalizzare ciò che viene presentato come normale, come appartenente “all’ordine naturale del mondo”. Genere, razza, classe, colonialismo, migrazione e sfruttamento economico non sono livelli separati, ma sistemi intrecciati. È questa, dunque, la questione di fondo semplice e radicale su cui siamo a costretti a guardare e agire oggi: non tutte le donne vivono l’oppressione nello stesso modo. Superando o interrogando, senza negarne l’importanza, anche quanto sancito dalla Conferenza Internazionale delle Donne di Pechino del 1995, che rimane sì una grande conquista, ma anche luogo di compromesso. Non a caso alcune delle protagoniste del movimento decoloniale (Chandra Talpade Mohanty, Maria Lugones e altre), ci invitano a leggere la Conferenza anche come un luogo di tensione che ha aperto spazi, ma ne ha chiusi altri. Ha dato voce, ma non a tutte allo stesso modo. Un momento in cui il genere viene trattato come categoria autonoma, separata da razza, colonialismo e classe e l’universalismo di un “femminismo globale” ha rischiato di diventare imposizione o sancire un’unica idea di liberazione, di autonomia, di emancipazione femminile e di riprodurre gerarchie e disuguaglianze.

“Un modello questo – dice Vergèr – che al di là di rappresentare davvero un modello di liberazione per tutte le oppressioni, contribuisce alla perpetuazione di una dominazione di classe, di genere e di razza”. Lei lo chiama femminismo

“civilizzazionale”: occidentale, bianco e borghese, che strumentalizza le rivendicazioni femminili per giustificare logiche imperialiste, razziste e neoliberiste, diventandone complice.

Questo volume nasce allora non con la pretesa di essere un trattato teorico sul tema (anche se non mancano alcuni interventi che inquadrano il femminismo decoloniale dal punto di vista storico ed epistemologico), ma con l’intento di esplorare, attraverso interviste, testimonianze, riflessioni, alcune delle “diverse oppressioni” a cui le donne sono sottoposte.

Da più di quattro decenni, come COSPE, ong italiana nata in Italia negli anni ‘80 dalla visione di una donna attivista e femminista come Luciana Sassatelli, sono infatti moltissime le realtà e le organizzazioni di donne e femministe che abbiamo incontrato e con cui abbiamo fatto pezzi di cammino sui temi strategici per i movimenti femministi: l’accesso equo alle risorse, i diritti formali, la lotta contro la violenza maschile e di genere, i diritti economici e sociali, la partecipazione e rappresentanza politica, i diritti riproduttivi e sessuali. E in tutti questi anni, le visioni e le pratiche delle donne nei tanti luoghi dove operiamo ci hanno interrogato, a volte anche duramente, proprio su alcune contraddizioni di fondo che il femminismo decoloniale indaga: quanto la nostra origine, il colore della nostra pelle, la nostra classe sociale di appartenenza possono davvero consentirci di dialogare, di scambiare, di usare parole che hanno lo stesso significato? E quanto parole preziose come autonomia e libertà possono assumere significati/sfumature differenti? Alcune risposte ci arrivano dalle attiviste dei paesi dove lavoriamo.

Donne del sud Globale che ogni giorno vivono sia il colonialismo che il patriarcato sulla loro pelle (letteralmente) e che sono portatrici di lotte antiche che vengono dalle loro “sorelle maggiori”: donne nere, schiavizzate, razzializzate, autoctone – sempre e comunque invisibilizzate – e che ci ricordano che, se il femminismo decoloniale nasce insieme alle lotte di liberazione nazionale e alle lotte contro la schiavitù, oggi si allea con le lotte allo sfruttamento dei territori, delle risorse, al capitalismo e al liberismo.

Ce lo racconta bene Selma dos Santos, donna quilombola (minoranza afrodiscendente brasiliana) che ci parla della lotta per i diritti delle donne delle sue comunità e di quanto sia strettamente connessa alla difesa del proprio territorio ancestrale oggi attaccato e offeso dallo Stato che non lo riconosce e dalle multinazionali che tentano di depredarlo. Proprio come i corpi delle donne: da sempre attaccati, offesi, depredati. E, per questo, tema ricorrente in tutti gli interventi e le testimonianze che troverete nel volume.

Ce lo ricorda la giovane attivista e artista marocchina Hafsa Rmich che definisce il corpo delle donne campo di potere politico (sessualità, riproduzione, leggi

liberticide), campo di educazione popolare (tabù, silenzio familiare, miti come la verginità) e campo di guarigione (traumi sessuali, affettivi e riproduttivi)”, ce ne parla la palestinese Laila Sit Abona che riflette sulla maternità come “possibilità di spezzare il ciclo della distruzione coloniale”. Ce ne parlano Borrillo e Lanfranco affrontando la nostra relazione con i movimenti delle donne dei paesi arabi, e parlando del velo, questione molto dibattuta e molto presente anche nel dibattito pubblico, da angolazioni differenti se non in conflitto. E ce lo ricorda dalla Bolivia Rosario Aquim Chavez, che ci parla anche di femminismo ancestrale e nel suo scritto rimanda anche al concetto di “decolonialità del genere” della filosofa argentina Maria Lugones che definisce il genere un costrutto imposto storicamente dall’Europa e utilizzato come strumento di controllo al pari del concetto di razza.

Ed è anche per tutto questo che il femminismo (decoloniale e intersezionale) è oggi probabilmente la chiave di lettura, ma anche di resistenza e di spinta al cambiamento di tutta la società a partire dai diritti delle donne. È forse l’unico modo di guardare a un altro modello di società e convivenza, di guardare alle diseguaglianze, di rimettere in discussione i privilegi, di rendere giustizia a tutte quelle popolazioni e minoranze ancora oggi sfruttate in nome di una superiorità morale e storica, di cui l’Europa e L’Occidente si sono fatti portatori.

Ed è per questo che oggi, come organizzazione, siamo profondamente impegnati/e nella messa in pratica di una visione e di una politica decoloniale nell’ambito della cooperazione internazionale tutta, interrogandoci sia al nostro interno (rivedendo struttura, flussi, linguaggi) sia sul nostro ruolo e sulla nostra azione (la “ongizzazione” dei bisogni come li definisce la Verger nella sua intervista, costringe tutto il nostro mondo a una revisione della cooperazione internazionale così come è stata concepita finora), guardare al femminismo da questa prospettiva ci è venuto naturale: il femminismo decoloniale offre infatti una critica strutturale al sistema della cooperazione internazionale e, allo stesso tempo, propone alternative concrete per costruire una cooperazione internazionale più equa, orizzontale e solidale, fondata sulla creazione di spazi partecipativi di scambio di esperienze e saperi.

“Il cuore del femminismo decoloniale non aggiunge semplicemente qualche volto razzializzato a un femminismo già scritto altrove, ma riscrive le domande, le priorità, le alleanze. A partire dai nostri corpi, dalle nostre memorie, dalle nostre lotte.” La sfida rimane aperta e crediamo che questi scritti possano contribuire a porsi nuove domande e a cercare nuove risposte.

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