La queerness come chiave per reinterpretare la Bibbia

Intervista a Nokurthula Mjwara di Pamela Cioni

Nokuthula “Thuli” Mjwara è una femminista queer pan-africana che fa parte dell’organizzazione Inclusive and Affirming Ministries (Iam), una Ong attiva in Sudafrica da 30 anni che lavora nell’ambito delle comunità di fede con l’obiettivo di contrastare e sradicare omofobia, transfobia, bifobia e discriminazioni verso persone intersessuali. Iam ha sede in Sudafrica ma lavora in diversi Paesi africani – Namibia, Lesotho, Botswana, Ghana, Kenya – collaborando con organizzazioni locali che lavorano con minoranze sessuali e di genere. E lo fanno attraverso corsi di formazione, supporto economico e accompagnamento nel dialogo con leader religiosi per costruire spazi più inclusivi ma anche con seminaristi, futuri teologi e sacerdoti, e in contesti accademici. Thuli Mjwara ci introduce al concetto di teologia queer, che utilizza la queerness come strumento di liberazione e integra anche prospettive femministe. La teologia queer fornisce un approccio alternativo per mettere in discussione le forme di religione organizzata che storicamente hanno contribuito a escludere e marginalizzare molte persone. Un lavoro capillare e di grande impatto considerando che circa il 60% della popolazione in tutta l’Africa meridionale è cristiana (con picchi del 90% in Lesotho e dell’85% in Sudafrica), con una forte componente protestante e una crescita significativa delle chiese africane indipendenti. Alla religione cristiana si affianca anche un crescente sincretismo che unisce cristianesimo e religioni tradizionali africane. L’aspetto religioso e la sua interpretazione influiscono dunque molto sulla vita quotidiana delle persone, sulla sessualità, sulle scelte politiche, sulla definizione stessa delle discriminazioni.

Perché è così importante affrontare i temi dell’inclusività, dell’uguaglianza di genere, dei diritti delle persone queer, all’interno della religione e in particolare di quella cristiana?
Perché la fede influenza profondamente la vita delle persone. In Sudafrica circa l’80% della popolazione è cristiana. Molti, anche quando comprendono concetti come inclusione e diversità, continuano a fare riferimento alla Bibbia o alla dottrina religiosa per giustificare atteggiamenti discriminatori. Durante una formazione alla polizia, un agente mi disse: “Siete qui per farci il lavaggio del cervello, la mia religione non permette queste cose”. Io risposi che non ero lì per convertirlo, ma per aiutarlo a svolgere il suo lavoro: negare servizi alle persone Lgbtqia+, come a volte accade in certi contesti o da parte delle istituzioni, sulla base della propria fede non è accettabile. Le persone hanno diritto all’accesso equo ai servizi, indipendentemente dalla fede degli operatori. Inoltre, in Sudafrica convivono molte tradizioni religiose – cristianesimo, islam, spiritualità africana – nessuna delle quali dovrebbe essere usata per escludere.

Lavorate molto sull’interpretazione biblica queer per smantellare letture eteronormative e coloniali, con che metodi?
Nei nostri workshop usiamo metodologie partecipative. Un esempio è l’esercizio delle bambole: mentre i partecipanti cuciono una bambola, raccontano il loro rapporto con il corpo, la sessualità, i ruoli di genere e le loro deviazioni dalle norme. Questo li aiuta a riconoscere come hanno interiorizzato modelli rigidi e come li riproducono nei loro spazi di fede. Utilizziamo anche il roleplay su episodi biblici, come la storia del “mantello di molti colori” di Giuseppe. Analizzando i testi originali, emerge che il mantello era di un colore regale, simile a quello indossato da principesse come Tamar. Ciò apre domande sulle rappresentazioni di genere nella Bibbia. Rileggiamo collettivamente storie come Sodoma e Gomorra, facendo emergere che il tema centrale è la violenza e l’abuso di potere, non l’omosessualità. Lavoriamo molto sulla lettura comunitaria: leggere da soli può generare interpretazioni letterali e discriminatorie, mentre in gruppo emergono voci diverse e nuove comprensioni.

Come reagiscono le persone durante il processo di “rilettura” e consapevolezza?
All’inizio con diffidenza: temono il “lavaggio del cervello”. Ma man mano che leggono insieme, partecipano alle attività e confrontano le esperienze, iniziano a porsi domande: “Non avevo mai visto questa cosa”, “Non avevo mai pensato a questa interpretazione”. Riscoprire i testi biblici in modo collettivo e critico permette loro di vedere come il potere funzioni dentro le chiese e nelle famiglie, e come spesso accettino senza discuterle interpretazioni patriarcali e violente.

Quali strategie usate nei Paesi africani dove la religione sostiene leggi anti Lgbtqia+?
Collaboriamo con organizzazioni locali, che conoscono contesti e rischi. Un esempio significativo riguarda la Namibia: durante un caso giudiziario molto mediatizzato su una coppia omogenitoriale che chiedeva l’affidamento congiunto di un figlio concepito con maternità surrogata, la Chiesa Metodista pubblicò una dichiarazione in cui proibiva ai suoi membri di partecipare a una marcia anti Lgbtqia+ organizzata in quell’occasione, richiamando i propri valori inclusivi. Questo è stato un momento importante. Con chiese progressiste in Zimbabwe, Zambia e Sudafrica lavoriamo affinché possano offrire supporto pastorale alle famiglie e alle persone queer, anche se non possono esporsi pubblicamente. Alcune chiese danno alloggio temporaneo o aiuti alimentari a persone Lgbtqia+ cacciate di casa.

Quali forme di violenza sono più invisibili e normalizzate nei contesti religiosi?
Principalmente le pratiche di conversione. Molti leader religiosi credono ancora di poter “pregare via l’essere gay” (letteralmente “pray away the gay” ndr). Alcune pratiche includono rinchiudere i ragazzi, privarli del cibo, picchiarli, legarli e trascinarli per strada, o arrivare a stupri correttivi. Il rapporto sudafricano Ingebalam (“La mia ferita”) svolto in tre paesi (Nigeria, Kenya e Sudafrica), su circa 500 persone mostra che circa il 75% delle persone intervistate ha subito una qualche forma di pratica di conversione e di violenza. Nei workshop includiamo queste violenze nella più ampia discussione sulla violenza di genere e sui crimini d’odio, perché le pratiche di conversione rientrano tra questi, per far capire che non si tratta di episodi separati ma di parte di sistemi più ampi di oppressione.

Cosa significa per lei essere un’attivista nera, queer e credente?
Non è stata una scelta: mi sono trovata in situazioni in cui dovevo scegliere tra tacere o reclamare spazio. Credo profondamente che tutti abbiano diritto a salute, lavoro, terra e dignità. Finché alcune persone resteranno ai margini, non potremo parlare di uguaglianza. Anche se un giorno i diritti Lgbtqia+ saranno pienamente riconosciuti, resteranno altre battaglie: matrimoni precoci, mutilazioni genitali femminili, accesso alla contraccezione. Continuerò a lottare finché ci saranno oppressioni che negano voce e scelta alle donne. La mia identità intreccia cultura africana e fede: a volte devo interrogare pratiche culturali che escludono le donne e capire quali conservare e quali rifiutare perché violano i diritti.

Il suo lavoro si può collocare nel femminismo decoloniale?
Direi proprio di sì. Riconosciamo che molte delle oppressioni vissute dalle persone Lgbtqia+ sono radicate nel patriarcato e rafforzate da interpretazioni culturali e religiose che perpetuano la marginalizzazione. In molti contesti religiosi domina ancora una visione dualista e rigida del genere, che esclude persone non binarie o transgender. Per questo insistiamo sull’idea che la cultura non è statica: cambia nel tempo, e con essa devono cambiare anche le norme patriarcali che limitano l’accettazione della diversità di genere e sessuale. E il patriarcato affonda in una visione occidentale e religiosa. Le tradizioni africane spesso, infatti, concepivano il potere in modi diversi rispetto alla visione patriarcale occidentale. Ad esempio, nella cultura Zulu le donne hanno storicamente avuto un ruolo decisionale importante. Anche nella poligamia tradizionale la prima moglie aveva voce in capitolo sulla possibilità del marito di prendere una seconda moglie. Con l’apartheid e la colonizzazione sono state introdotte leggi patriarcali che hanno privato le donne di diritti fondamentali: non potevano lavorare, aprire conti bancari o possedere proprietà. Con la fine dell’apartheid è iniziato un processo di cambiamento, ma persistono tensioni tra tradizione, religione e nuove dinamiche sociali. In molti casi gli uomini oggi rivendicano modelli familiari “tradizionali” reinterpretati in senso patriarcale e non coerenti con il passato. Lo stesso vale per altre culture sudafricane, dove in passato alcune donne avevano un ruolo centrale nelle decisioni familiari. L’occidentalizzazione, insieme all’influenza delle interpretazioni bibliche, ha progressivamente spostato il potere verso gli uomini.

Quali sono, secondo lei, le caratteristiche del femminismo sudafricano?
Una forte unità sulla lotta contro la violenza di genere: movimenti come Total Shutdown o il Gender Summit hanno portato molte donne a denunciare violenze, anche dentro la chiesa. Ma il movimento è variegato: alcune femministe sono radicali, altre intersezionali; alcune includono le donne trans, altre no. Persistono anche tensioni razziali e di classe. Nel movimento Fees Must Fall, per esempio, le donne queer e lesbiche erano spesso le più esposte a violenze, nonostante il movimento parlasse di oppressione e colonialismo. Oggi, nella costruzione di alleanze contro i movimenti antigender, emerge una questione cruciale: come alcune donne escludono le donne lesbiche, bisessuali o trans e queer dagli spazi femministi.

Come interpreta, da femminista, il momento storico che stiamo vivendo, caratterizzato dalla crescita dei movimenti e delle politiche antigender a livello globale e dall’avanzata delle destre?
Ricordo sempre alle persone che non è un fenomeno lontano: ciò che accade negli Stati Uniti o in Europa ha ripercussioni anche qui. In Sudafrica, gruppi come il Family Watch Institute sono attivi e organizzano conferenze internazionali antigender. Gli attivisti monitorano questi movimenti e agiscono tempestivamente: ad esempio, è stato negato il visto a un pastore noto per discorsi d’odio. Altre iniziative politiche che cercavano di escludere le persone Lgbtqia+ sono state fermate perché incostituzionali. La società civile reagisce a ogni caso: insulti omofobi sui media, discriminazioni nelle scuole, cartelli discriminatori nei negozi. In ogni provincia esistono organizzazioni Lgbtqia+ attive, che collaborano e condividono risorse. L’obiettivo è impedire che la Costituzione venga erosa da pochi gruppi che vogliono limitare i diritti.

Facebook
Twitter
LinkedIn
Pinterest