Intervista a Hafsa Rmich di Pamela Cioni
Antropologa, artista-performer e attivista femminista, Hafsa Rmich fa parte di una nuova generazione di attiviste, che affronta la sessualità, la salute riproduttiva e il consenso come questioni politiche a tutti gli effetti. Attraverso il collettivo Nar, da lei fondato nel 2022, lavora per liberare la parola, riconnettere le donne al proprio corpo e rivisitare una memoria coloniale ancora in parte nascosta.
Cosa significa essere femminista oggi in Marocco?
Essere femminista oggi in Marocco significa produrre un femminismo radicato nella realtà sociale, nell’oralità, nella strada, nelle famiglie e negli spazi culturali, e non solo nella teoria. Significa difendere l’autonomia corporea e decisionale delle donne e delle persone queer, lottare contro le violenze sistemiche (Gbv) e creare spazi sicuri di parola ed espressione del corpo. Significa rifiutare un femminismo elitario: nel Collettivo Nar lavoriamo per rendere l’informazione accessibile, decentralizzare i saperi e sviluppare strategie in cui l’arte, l’ascolto e la valutazione diventano strumenti di azione politica e di cura comunitaria.
Perché questa centralità del corpo, della sessualità e della salute riproduttiva nel tuo impegno femminista?
Questa centralità nasce da una convinzione fondamentale: in Marocco, il controllo sociale e politico del corpo delle donne è uno dei luoghi più potenti di riproduzione delle disuguaglianze e della violenza patriarcale. Il corpo è allo stesso tempo: un campo di potere politico (biopolitica, sessualità, riproduzione, leggi liberticide), un campo di educazione popolare (tabù, silenzio familiare, miti come la verginità) e un campo di guarigione (traumi sessuali, affettivi e riproduttivi). Il mio lavoro combina ricerca qualitativa e quantitativa, progettazione di laboratori somatici e psicopolitici, e produzione di campagne mediatiche, sempre seguite da monitoraggio, valutazione e documentazione. Questa centralità è quindi strategica, politica e metodologica: è trasformando il silenzio sul corpo che si trasformano le mentalità, le leggi e le dinamiche di violenza.
Come definiresti il femminismo decoloniale? Ti senti coinvolta in questa pratica?
Il femminismo decoloniale è una pratica che analizza il potere a partire dalla storia coloniale e dai suoi impatti attuali, mette in discussione l’universalità presunta dei femminismi occidentali, riafferma i saperi locali, popolari, rituali e comunitari come fonti legittime di emancipazione.
Mi sento pienamente coinvolta, perché il mio lavoro con Nar mira a decostruire le gerarchie del sapere, a pensare l’autonomia corporea a partire dai nostri contesti sociali marocchini e africani, e a produrre narrazioni femministe che non passano per la validazione occidentale ma per la realtà vissuta delle comunità. I punti di rottura con i femminismi occidentali egemonici si trovano soprattutto nell’evidenziare la non centralità dell’individuo a favore del collettivo, nel favorire la trasmissione orale e incarnata piuttosto che quella scritta, nella critica delle politiche coloniali del corpo, così come, infine, nella creazione di strumenti di cura come azione politica.
Come trasformare il trauma in linguaggio, capacità di agire e cura?
Trasformare il trauma collettivo e intimo in linguaggio e azione richiede innanzitutto di nominarlo, archiviarlo e condividerlo, affinché smetta di essere una memoria silenziosa e diventi una leva di emancipazione. In Marocco, i traumi legati al corpo delle donne e al corpo in generale – siano essi sessuali, riproduttivi, affettivi o coloniali – sono spesso circondati da tabù. Il mio lavoro con il collettivo Nar consiste nel creare spazi sicuri di parola, produrre narrazioni artistiche accessibili e trasformarle in strumenti di apprendimento e azione politica, collegando la cura alla mobilitazione sociale.
Sei artista, antropologa e attivista. Come si intrecciano queste tre dimensioni?
Essere artista, antropologa e attivista significa per me lavorare all’intersezione tra analisi, racconto e creazione. L’antropologia mi permette di leggere i sistemi di potere e le norme sociali. L’arte è invece il mio linguaggio: uno spazio dove invito l’immaginario e svolgo un vero lavoro di creazione, che spinge alla riflessione e pone domande piuttosto che dare risposte preconfezionate. L’attivismo radica questo lavoro nell’azione e nel collettivo, per trasformare la riflessione in capacità di agire. Il mio impegno mira meno ad affermare che ad aprire brecce, provocare il dialogo e interrogare diversamente il presente.