Juntas: immagini di un’alleanza che resiste

Il documentario Juntas, prodotto da COSPE e diretto da Ana Cristina Ayala, si inserisce in una tradizione narrativa che con- cepisce l’audiovisivo non solo come strumento di registra- zione, ma come esercizio di memoria, ricerca e traduzione sensibile dei processi collettivi. L’opera ricostruisce la storia dell’Alianza Departamental de Mujeres Tejedoras de Vida del Putumayo, una rete di donne che, nei territori più colpiti dal conflitto armato, ha tessuto per anni forme di organizzazione, resistenza e cura comunitaria. Il documentario è realizzato con il sostegno dell’Unione Eu- ropea, nell’ambito del progetto Mujeres Tejiendo un Futuro de Paz, e propone uno sguardo in- timo e politico sulla costruzio- ne della pace dal basso.
La scelta di Ayala come re- gista non è casuale. Formata nelle arti e con un master in giornalismo, lei stessa traduce il proprio percorso in modo semplice: scrive e fa video. Questa definizione, apparentemente minimale, rileva una chiara presa di posizione a fa- vore della narrazione di non- fiction come spazio di incontro tra linguaggi, discipline e affet- ti. Da oltre quattro anni lavora presso l’Unità di Ricerca delle Persone Scomparse, occupan- dosi di storie di sparizione in diverse regioni della Colombia, un’esperienza che attraversa profondamente il suo sguardo e il suo modo di avvicinarsi ai racconti collettivi. Attualmen- te residente a Boyacá, Ayala affianca al lavoro giornalistico la scrittura di fiction e l’esplo- razione del videoarte e del do- cumentario, intendendo questi formati come mestieri aperti, capaci di accogliere domande più che risposte definitive.
In Juntas, questa sensibilità si traduce in una narrazione che accompagna, ascolta e si lascia attraversare dalle voci delle donne del Putumayo. Più che spiegare la storia dell’Alianza, il documentario la fa sentire: nei gesti, nelle parole condivise, nei silenzi che parlano di per- dita, ma anche di persistenza. In questo modo, l’opera diventa un dispositivo di memoria viva che dialoga con gli obiettivi del progetto Mujeres Tejiendo un Futuro de Paz: riconoscere la leadership delle donne, raffor- zarne i processi organizzativi e rendere visibile il loro ruolo centrale nella costruzione di una pace territoriale.

Ana, in che modo l’incontro con COSPE e con la storia delle Tejedoras de Vida ha intercettato un percorso di riflessione già presente nella tua vita e nel tuo lavoro?

La verità è che mi sono emozionata molto, soprattutto perché il progetto ruotava attorno al lavoro collettivo tra donne, alla collaborazione e alla forza che nasce quando le donne si uniscono. Era un tema su cui stavo già riflettendo, anche in relazione al momento personale e professionale che stavo attraversando.
In quel periodo vivevo a Florencia, nel Caquetá, e per il mio lavoro ero in stretto contatto con donne cercatrici di persone scomparse. Avevo osservato da vicino processi profondi e trasformativi: donne zione di forte fragilità emotiva e di scarsa fiducia nella propria voce, trovavano nell’incontro con altre donne uno spazio politico autogestito, un luogo in cui iniziare a parlare, rafforzarsi e riconoscere il proprio potere. Pur sapendo che una guarigione piena non sarebbe stata possibile senza il ritrovamento dei propri cari, quel percorso collettivo generava forza, quiete interiore e una reale capacità di incidere anche sul piano politico.
Quando COSPE mi ha parlato delle Tejedoras de Vida e dell’Alianza de Mujeres Tejedoras de Vida del Putumayo, e ho compreso il significato profondo che questa organizzazione ha avuto nel territorio nel corso del conflitto, ho pensato immediatamente: qui c’è qualcosa di importante da raccontare.

Da dove è partito il processo creativo di Juntas e come hai costruito il linguaggio del documentario?

Fin dall’inizio, una delle scelte centrali nella realizzazione del documentario è stata partire dal suono. Per questo, nel primo viaggio in Putumayo ho voluto lavorare insieme al fonico Sergio “Checho”, coinvolgendolo sin dalle fasi iniziali del progetto. Desideravo che il suono avesse un ruolo determinante, se non addirittura prioritario, rispetto all’immagine.
Provengo dalle arti visive e sono abituata a pensare per immagini, ma sono anche consapevole dei miei limiti: il suono è sempre stato un ambito in cui ho sentito il bisogno di crescere. Affidarmi a un professionista era quindi una scelta necessaria. Il Putumayo, inoltre, possiede un paesaggio sonoro molto particolare: un ambiente attraversato dall’acqua, dal canto degli uccelli, dal fruscio degli alberi, profondamente diverso da quello urbano di Bogotá o persino di Florencia, dove vivevo in quel periodo. Restituire questa atmosfera era fondamentale.
Il suono non serviva soltanto a raccontare il territorio, ma anche a sostenere momenti di grande intimità. Volevo una prossimità capace di accompagnare le parole, i silenzi e le emozioni delle donne, un ascolto ravvicinato, quasi tattile. In quella prima esplorazione, durante la quale abbiamo incontrato Fátima, Carmen Coró e altre donne, l’approccio è stato volutamente aperto: ascoltare, osservare, raccogliere interviste e materiali senza forzare una struttura narrativa. Solo in un secondo momento, ripensando al concetto di “dispositivo” nel cinema documentario – un insegnamento che mi è rimasto impresso – ho capito che era necessario individuare un elemento capace di tenere insieme la storia e di farla emergere attraverso le persone davanti alla camera. Quella prima fase era stata un’esplorazione e una raccolta; da lì in poi sarebbe iniziata, finalmente, la costruzione del documentario.

Quali sono state le principali sfide narrative e concettuali nella realizzazione del documentario?

Uno dei principali limiti del documentario è stato il tempo: avevamo meno di un anno per esplorare il territorio, definire un dispositivo narrativo, realizzare le riprese e montare il film. Un periodo molto breve, soprattutto considerando che la storia delle Tejedoras de Vida attraversa oltre vent’anni di conflitto armato colombiano. È stato subito chiaro che Juntas non avrebbe potuto raccontare in modo esaustivo né la storia della Colombia né quella dell’organizzazione. Durante la prima visita, ciò che mi ha colpito maggiormente non sono state solo le interviste, ma il modo in cui le donne dialogavano tra loro: l’umorismo, la complicità, la capacità di parlare della violenza subita senza esserne completamente assorbite, intrecciando il racconto del dolore con l’azione politica presente e con la vita quotidiana.
Da lì è nata una scelta chiara: il documentario non si sarebbe concentrato solo su ciò che è accaduto loro, ma su quella scintilla che nasce nella relazione tra le donne. Raccontare le loro dinamiche, le differenze, le discussioni, le risate e le alleanze significava restituire una forza profondamente umana, capace di generare avanzamento, amicizia e futuro.

Come siete arrivate all’idea dell’olla comunitaria e come ha influenzato la struttura e il linguaggio del documentario?

Ripensando al processo, ho capito che un elemento ricorrente nel mio lavoro con comunità e con le donne, in generale, era il cibo. La “pentola comunitaria”, è uno spazio di incontro, di dialogo e di relazione. Durante la prima esplorazione con Mujeres Tejedoras de Vida, ovunque andassimo ci veniva offerto un caffè o qualcosa da mangiare: un gesto costante, carico di significato.
Da lì è nata l’idea di cucinare insieme come parte del documentario. Fátima Muriel lo ha chiarito subito: non una cucina qualsiasi, ma una olla comunitaria, perché è così che funziona l’organizzazione. La olla è diventata il dispositivo narrativo centrale del film: uno spazio in cui cucinare, parlare, discutere, ridere e far emergere le relazioni.
In questa fase ho coinvolto Margarita Arboleda, scrittrice e drammaturga, per costruire insieme una sceneggiatura flessibile, pensata non come struttura rigida ma come una bussola, una barca capace di tenere il racconto senza soffocarlo. Intorno alla olla comunitaria, le donne hanno guidato il processo con le loro proposte, le loro storie e il loro modo di stare insieme.
La olla comunitaria diventa così il dispositivo che attiva la scena e libera la parola e l’energia delle donne. È attorno a questo gesto collettivo che il documentario prende forma. In quel momento emergono con chiarezza il loro senso dell’umorismo, dell’amicizia e della complicità: scherzano, discutono, si confrontano, litigano e poi si riavvicinano.
Non vengono nascosti nemmeno i conflitti che ci sono stati tra loro: conflitti reali, affrontati secondo le modalità che esse stesse hanno scelto. Ed è proprio qui che risiede, per me, il valore più profondo del racconto: il conflitto esiste, è inevitabile, ma ciò che conta è il modo in cui viene attraversato e trasformato, senza mai arrivare alla distruzione della vita. Per questo sento che i crediti del documentario raccontano solo in parte il processo.
Pur figurando come regista, Juntas è il risultato di un lavoro profondamente collettivo e comunitario, in cui le idee, le proposte e le storie indicate dalle donne stesse hanno trovato spazio. La olla comunitaria non è solo una scena: è il cuore del dispositivo narrativo, il luogo in cui la relazione diventa racconto.

Un messaggio per le donne del Putumayo?

Alle donne del Putumayo va una gratitudine profonda, che non si esaurisce nelle parole. Il Putumayo è un territorio complesso e, allo stesso tempo, misteriosamente magnetico: un luogo che custodisce una connessione rara, difficile da trovare altrove. Una connessione che passa, soprattutto, attraverso le donne.
Il cammino delle Tejedoras de Vida, più di sessantacinque organizzazioni, diversi saperi, mestieri e storie che scelgono di intrecciarsi, è di una potenza straordinaria. È un processo che, negli anni più duri del conflitto, ha saputo proteggere la vita e prendersene cura, sostenendola con ostinazione e delicatezza. Per questo suscita un’ammirazione profonda, un’ammirazione che attraversa questo racconto e che continuerà a viaggiare, portata con sé in ogni luogo.

Fátima Muriel è diventata un  riferimento per tutto il team di Juntas, una guida che non impone ma accompagna, e che ha lasciato un segno profondo nel modo stesso in cui questa storia è stata raccontata

Leggi tutti gli articoli di questo numero

Facebook
Twitter
LinkedIn
Pinterest