Intervista a Françoise Vergès di Anna Meli
Intellettuale femminista decoloniale, politologa e storica, Françoise Vergès è una delle voci più radicali e lucide del pensiero critico contemporaneo. Nata a La Réunion, territorio segnato da una lunga storia coloniale, ha sviluppato il suo lavoro di ricerca e di intervento pubblico all’incrocio tra femminismo, antirazzismo, critica del neoliberismo e analisi delle eredità coloniali nelle società europee. È stata presidente del Comitato per la memoria e la storia della schiavitù in Francia e ha insegnato e collaborato con università e istituzioni di ricerca in diversi contesti internazionali.
Il suo libro “Un Femminismo Decoloniale”, (2020 ed Ombre Corte) mette in discussione le forme dominanti di femminismo occidentale, interrogandone le complicità con le politiche imperiali, securitarie e razziali, e riportando al centro le esperienze, i corpi e le lotte delle donne razzializzate, delle lavoratrici invisibilizzate, delle soggettività marginalizzate dal progetto moderno-coloniale.
Perché il colonialismo non è solo una questione del passato, ma una struttura ancora attiva nella vita delle donne oggi?
Ho dato al mio libro il titolo “un” femminismo decoloniale per indicare l’aspetto dinamico di una teoria sempre sottoposta alla pratica, che risponde alle congiunture, si radica nel vivente e nel concreto. Questo femminismo mira alla liberazione dell’intera società attraverso l’abolizione di ogni forma di colonizzazione, del capitalismo razziale/coloniale, della militarizzazione e del sistema carcerario come risposta sistemica ai mali sociali.
Molte politiche occidentali di “emancipazione delle donne” vengono utilizzate per giustificare interventi militari, politiche securitarie o pratiche di esclusione. In che modo il femminismo può essere strumentalizzato dal potere?
L’accelerazione della spoliazione, le politiche crudeli e punitive, il neoliberismo, le conseguenze del disastro climatico, le ideologie libertarie, i fascismi del XXI secolo impongono un’analisi rigorosa delle forze, dei conflitti e delle linee del fronte. Il femminismo liberale continua a rendersi complice delle politiche genocidarie in Palestina, in Congo e in Sudan, delle politiche estrattive e degli interessi borghesi. È sempre più evidente che il femminismo che io definisco civilizzatore(che ha ripreso l’ideologia coloniale della missione civilizzatrice) sia diventato un’arma dell’economia neoliberale e dell’imperialismo, e che questo femminismo giustifica interventi armati, carcere, sorveglianza e persino la tortura in nome dei diritti delle donne. Donne bianche che, a causa del loro genere, non potevano diventare chirurghi o magistrati, possedevano esseri umani, piantagioni, e proteggevano questo capitale. Sono state membri di partiti fascisti, reazionari, genocidari. Alcune femministe sono state anti-schiaviste senza essere antirazziste, anticolonialiste senza essere antirazziste. Porre fine alla schiavitù o alla colonizzazione non implicava, ai loro occhi, che le donne razzializzate fossero loro pari. Per queste femministe, poiché la dominazione maschile era l’unica da condannare e combattere, era inconcepibile che anche il patriarcato fosse stato razzializzato.
Il femminismo decoloniale non è soltanto una teoria, ma anche una pratica politica. Quali sono, secondo lei, le esperienze, i movimenti o le pratiche che oggi incarnano più fortemente questa prospettiva?
È fondamentale sottolineare le differenze che esistono tra i femminismi, riconoscere le divergenze e i conflitti ideologici e politici. Pretendere che le donne, in quanto donne, aderiscano a un unico femminismo si fonda su un universalismo astratto e sulla negazione delle asimmetrie di potere e di ricchezza. Penso alle pratiche delle donne indigene nelle Americhe, dal Canada alla Terra del Fuoco: “non c’è decolonizzazione senza depatriarcalizzazione”, dicono, senza dimenticare che anche il patriarcato è stato razzializzato e che il colonialismo colpisce anche i corpi degli uomini, delle persone queer e trans. Penso alle pratiche delle femministe africane e islamiche che si sviluppano a partire dai bisogni delle loro comunità.
COSPE lavora da decenni con movimenti di base, organizzazioni di donne e comunità locali in diversi contesti del Sud globale. Che ruolo possono svolgere oggi le Ong e la cooperazione internazionale in una prospettiva realmente decoloniale?
La Ongizzazione dei bisogni è stata oggetto di numerose critiche, la principale delle quali riguarda la depoliticizzazione delle lotte e il ricorso all’ideologia dei diritti umani così come concepiti dall’Occidente. I rapporti delle Ong conferiscono legittimità a denunce e rivendicazioni che le voci locali, da sole, non riescono a ottenere: queste denunce devono passare attraverso il filtro di voci occidentali. Tuttavia, popoli e comunità ricorrono alle Ong per documentare crimini e abusi e per rispondere a bisogni urgenti, ma ogni situazione deve quindi essere valutata dalle comunità stesse. Occorre anche riconoscere che i vertici delle Ong hanno spesso ricevuto un’educazione occidentale e che chi lavora sul campo dipende da queste organizzazioni per un reddito e uno status. Spetta a chi ha ricevuto un’educazione occidentale – e quindi impregnata di idee di superiorità razziale – rieducarsi, ascoltare, imparare come funziona il capitalismo coloniale/razziale, capire che il fatto che esistano poveri anche nel proprio paese non significa che tutte le situazioni siano comparabili. Non si tratta solo di decolonizzare i racconti e le mentalità, ma di condurre una lotta decisiva contro il capitalismo razziale/coloniale. Il capitalismo si adatta facilmente a una decolonizzazione limitata alle rappresentazioni: sostiene l’art-washing, il pinkwashing, l’inclusione e la diversità finché il suo mondo non viene minacciato. Il blocco borghese si inchinerà sempre al potere: si adatterà al fascismo, alle dittature militari (Spagna, Portogallo, Grecia, Cile, Argentina, Brasile), a governi islamofobi (India), ai genocidi (Indonesia, Palestina, Congo, Sudan). Una prospettiva decoloniale si colloca radicalmente dalla parte degli espropriati, di coloro che sono stati resi eccedenza, delle vite che non contano per i potenti. Rifiuta il paternalismo e rigetta la posizione del salvatore bianco.
Come è possibile costruire alleanze femministe transnazionali senza riprodurre rapporti di potere tra il Nord e il Sud del mondo?
I rapporti di potere Nord/Sud sono protetti da leggi (commercio, proprietà privata, prezzi), da istituzioni internazionali incaricate di applicarle attraverso sanzioni e, se necessario, interventi armati. In questo contesto asimmetrico si costruiscono alleanze femministe transnazionali, in cui le voci delle donne del Nord restano più udibili e i nomi delle femministe occidentali più noti rispetto a quelli delle femministe africane, asiatiche, indigene, musulmane. È lottando “a casa nostra” – ad esempio combattendo in Europa la militarizzazione accelerata promossa dall’Unione Europea, rifiutando la criminalizzazione della solidarietà con la Palestina, portando alla luce le complicità dei nostri governi con regimi genocidari, imperialisti e razzisti, opponendosi alle leggi anti-migranti, alle politiche punitive di incarcerazione, alla distruzione dell’ambiente, dell’istruzione e della sanità – che siamo realmente in solidarietà con i popoli in lotta per la decolonizzazione.
Se dovesse indicare una domanda fondamentale che ogni progetto, politica o iniziativa che si definisce “femminista” dovrebbe porsi oggi, quale sarebbe?
Sono ammirata da una generazione coraggiosa e determinata che, ovunque, combatte a mani nude contro polizie militarizzate e coloni fanatici, che smaschera i doppi standard, traduce testi, li diffonde, lotta contro la supremazia bianca – e da persone anziane che si uniscono a loro. Se ci sono domande che dobbiamo porci come femministe decoloniali, impegnate nell’abolizione del capitalismo coloniale razziale e del fascismo in tutte le sue forme, sono queste: su quali sfruttamenti si fonda la mia vita? Chi pulisce lo spazio in cui tengo una riunione decoloniale? Sono pronta a correre rischi, a essere messa in discussione, a lottare collettivamente? Come posso contribuire a risvegliare la curiosità, a denaturalizzare ciò che viene presentato come normale, come appartenente all’“ordine naturale” del mondo? Non bisogna avere paura delle sconfitte e dei passi indietro: le lotte sono lunghe, difficili, fonte di frustrazione e di dolore per la morte di amiche, amici e compagne e compagni, ma sono anche fonti di gioia e di speranza radicale.