Cécile e la (difficile) carriera politica, ai tempi della Lega

— Insultata per motivi razziali e costretta a vivere con la scorta, Cécile Kyenge, prima donna nera in politica nel nostro paese, non si arrende. “La battaglia contro il razzismo si vince con coraggio e visione” – dice

Dal 2004 quando ha iniziato la sua carriera politica a livello locale nel comune di Modena, com’è cambiato, se è cambiato, il modo di fare politica per una donna nera in Italia e in Europa?

Il ruolo politico di una donna in Italia non è facile, a maggior ragione se si tratta di una donna nera venuta dall’Africa come me. La mia storia di partecipazione sul territorio modenese è iniziata ormai diversi decenni fa. Mi ero allora impegnata nell’associazionismo, senza aspettative politiche di particolare rilievo. Poi il tutto si è sviluppato in modo lineare: eletta in Circoscrizione, sono poi entrata in Consiglio provinciale, e poi in Parlamento. Fino a quel momento ho dovuto battagliare in gran parte solo sul territorio, senza dover cambiare nulla nel mio approccio: rilevare i problemi, ascoltare tutte le persone, elaborare delle proposte politiche e presentarle per farle adottare. Dal Ministero in avanti, cioè dal 2013, il mio modo di fare politica è totalmente cambiato: dopo gli attacchi razzisti da parte degli esponenti della Lega, e a seguito di diversi tentativi di aggressione da parte di fanatici politici, sono entrata in un programma di protezione e non ne sono mai più uscita. Vivere sempre sotto scorta ha condizionato moltissimo le mie scelte. In queste condizioni, di limitata libertà, ho cercato di massimizzare il mio apporto politico nei luoghi e nelle situazioni in cui potevo essere presente senza andare incontro a situazioni critiche di sicurezza. In questo senso, devo ammettere che in Europa ho potuto lavorare in condizioni più serene. Sia a Bruxelles, sia a Strasburgo, ho potuto lavorare meglio: al Parlamento europeo sono infatti garantite le condizioni per un ragionamento più pluralista, con meccanismi di tutela per l’espressione di genere e con ferme condanne verso il razzismo. Mi sono sentita più accettata, più riconosciuta anche nelle mie competenze.

In questo numero il sociologo Mauro Valeri parla di afrofobia. Ritiene che ci sia davvero un rischio di questo tipo in Italia? E se si perché?

Mauro Valeri, nel suo libro “Nero di Roma”, racconta la storia di Leone Jacovacci, che egli stesso definisce “l’invincibile mulatto italico”. Dal libro di Valeri è nato un film dal titolo il “Pugile del Duce”, che ho presentato al Parlamento europeo con grandissima soddisfazione. Penso spesso a questo ragazzo degli anni ‘20, che avrebbe potuto portare all’Italia il titolo di Campione d’Europa, e che però, a causa della sua pelle fu scartato. Per rispondere alla domanda sull’afrofobia, mi viene spontaneo riferirmi alla tragica storia del razzismo che ha colpito Jacovacci: a rileggere tutta la storia di Leone Jacovacci, ci trovo enormi similitudini con quanto accade oggi: i giornalisti fascisti scrivevano : “come può un nero rappresentare l’Italia?”. Ebbene, se guardate le migliaia di commenti che pullulano nelle mie pagine facebook, leggerete testi uguali se non peggiori. Durante la recente campagna elettorale per le europee (26 maggio 2019 ndr), avevo adottato lo slogan “Siamo l’Italia” e l’ho scritto sui miei manifesti. Ebbene, me li hanno imbrattati, scrivendo”tu no!”. Ma non voglio parlare solo di me, se guardiamo a cosa è successo lungo la penisola durante gli ultimi anni, non potremo non accorgerci come si siano moltiplicati gli episodi di razzismo, che viene espresso a volte con violenza inaudita, ai danni dei neri d’Italia. A Macerata, Luca Traini arrestato dopo aver sparato su alcune persone, avrebbe pronunciato una frase che per me resta l’emblema non soltanto dell’afrofobia, ma anche di un certo “nero-cidio” che trae linfa dalle politiche xenofobe: “volevo uccidere più neri possibile”. Del resto, la sparatoria contro i neri (senza nomi) non era un fatto nuovo: per altre due volte, Firenze aveva registrato simili fatti. A Castel Volturno e in diversi comuni anche della Calabria, i neri italiani (o meno), sono stati bersaglio gratuito di sparatorie, insulti, e altre vessazioni. Come sono solita dire, sul nero italiano pende purtroppo una presunzione di colpevolezza che lo predestina a essere prima o poi vittima di odiosi atti razziali. Su questo, l’Italia è la prima a perdere, perché sono i suoi cittadini, seppure neri, ad essere vittime di razzismo, di segregazione, di negazione dei diritti.

Una delle sue battaglie è stata quella per una legge sul diritto di cittadinanza per i figli di immigrati. Cosa pensa che succederà ora?

Penso onestamente che abbiamo perso un’occasione, come Sinistra e come Italia, a non adottare lo ius soli quando potevamo benissimo farlo. La cittadinanza per i figli di immigrati nati in Italia o comunque ricongiunti ai loro genitori residenti, resta una strada obbligata per l’Italia, se vogliamo guardare avanti con un relativo ottimismo. La questione si è fatta ancora più urgente. Non mi sorprenderei neppure che fosse proprio la Lega a proporla, magari facendo una legge insensata. Chi conosce la politica italiana sa che tutti i temi relativi alla migrazione, dal salvataggio delle persone nel Mediterraneo, alle richieste di asilo, dalle politiche dell’accoglienza alle misure per l’integrazione, sono utilizzati dalle diverse fazioni politiche in modo del tutto strumentale, con poca volontà di costruire un rapporto di verità con i cittadini e con le persone interessate. Tutti vogliono parlare dei migranti e nello stesso tempo, cercare di impedire agli immigrati stessi di dire una parola. Da eurodeputata, avevo cercato di far capire la necessità di una sovranità europea riguardo le politiche migratorie, questo avrebbe consentito di trattare la questione in modo meno passionale e meno fazioso. Visto però l’andamento elettorale delle forze politiche xenofobe e visti i tentennamenti delle forze politiche progressiste italiane, temo che la questione della cittadinanza non venga affrontata entro breve, se non appunto dalle Destre xenofobe, che farebbero un vero e proprio pasticcio. Il Centro Sinistra dovrà allora assumersi le proprie responsabilità.

Come si vince la battaglia contro il razzismo?

Contro il razzismo, occorrono “coraggio e visione”, come direbbe il Presidente emerito della Repubblica, Giorgio Napolitano. Occorre cioè capire che il razzismo in Italia è una questione trasversale, che coinvolge quasi in eguale misura tutte le forze politiche in campo. Dobbiamo allora prendere coscienza di questa anomala diffusione del male, quindi intraprendere un percorso di disintossicazione collettiva, che passa per il riconoscimento urgente della cittadinanza ai figli di migranti che crescono nel nostro paese. Tale riconoscimento sarebbe subito il segno più tangibile della pluralità che da sempre caratterizza l’Italia. L’Italia non è un paese monolitico, bensì un mosaico di cittadini, di culture e di credi e ne avrebbe un urgente bisogno, sotto il profilo demografico, economico, sociale e culturale.

Il pluralismo è la sostanza essenziale e costituzionale del nostro paese. Non è accettabile che le persone vengano discriminate e lese sulla base del colore della loro pelle. Proprio sull’inacettabilità del razzismo, dobbiamo ricordarci che in questo paese esistono delle leggi antirazziste, che i giudici hanno dimostrato di saper applicare. Allora, la vera risposta a questa domanda è che dobbiamo denunciare i razzisti, e portarli davanti ai giudici, affinché vengano condannati. Da quando ho vinto le cause contro Calderoli, Borghezio e alcuni altri esponenti della Lega, gli esponenti del loro partito sono oggi più prudenti nell’utilizzo degli epiteti offensivi.  Se questo fosse fatto nei confronti di tutti i neri d’Italia, ci sarebbe un guadagno enorme in termini di pacificazione del campo politico in Italia, in particolare sul tema della migrazione, dove viaggiano ancora idee e proposte sorprendentemente triviali.

di Pamela Cioni e Anna Meli

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