Tra repressione e criminalizzazione: se la democrazia diventa il male assoluto

— La legittimità dei valori democratici è entrata in crisi. E il Mediterraneo vacilla.

Alla fine di novembre del 2015, dopo aver partecipato a SabirFest – festival di cultura e cittadinanza mediterranea che si tiene in Sicilia e di cui COSPE è co-promotore – il giornalista Ismail Alexandrani viene arrestato al suo arrivo all’aeroporto di Hurghada. Da quel giorno, non è più uscito dalle carceri egiziane. Il 22 maggio di quest’anno, dopo due anni e mezzo di detenzione preventiva, Alexandrani è stato condannato a dieci anni di carcere da un tribunale militare del Cairo. Ismail scriveva sulle operazioni militari egiziane per combattere le milizie estremiste nella penisola del Sinai. Era forse l’unico che conosceva la situazione e raccontava degli abusi del regime e del tributo pagato dalla popolazione civile della penisola, in un contesto in cui censura e intimidazioni hanno portato all’estinzione del giornalismo indipendente nel paese.

Ismail è un amico, la sua vita è stata distrutta, ma la sua storia è una delle tante, in un contesto nel quale libertà civili e di espressione e diritti civili e politici sono venuti meno in tutto il Mediterraneo. Con essi, anche il diritto a una vita degna. Le guerre civili risultanti dalla repressione di movimenti di protesta sociale e alimentate da diverse potenze regionali in Yemen, in Siria o in Libia, il ritorno di regimi autoritari in paesi come l’Egitto o la Turchia, la corruzione in paesi come Libano, Israele o Palestina, la morsa nella quale vive la popolazione di Gaza, la presenza eccessiva delle autorità statali nella vita civile in paesi come Algeria o Marocco sono preoccupanti segnali di una regressione delle libertà individuali e collettive e del principio di autodeterminazione.

Anche la “Riva nord” non gode di ottima salute: la crisi finanziaria e l’indebitamento che hanno interessato numerosi paesi meridionali europei, la generalizzata caduta della crescita accompagnata dall’incapacità manifesta di riconversione ecologica dell’economia, da un lato, e la fuga di profughi e poveri verso l’Europa dai paesi in conflitto e dall’Africa, d’altro lato, hanno alimentato derive xenofobiche e nazionalistiche in risposta alle inquietudini della società e l’affermazione di partiti anti-liberali e contrari ai diritti umani universali. Vittime di questa deriva recente sono ora il diritto alla mobilità e il dovere di solidarietà.

Cosa è in crisi è la legittimità dei valori democratici. In nome della nazione, della stabilità e dei grandi affari, si accusano la democrazia e i suoi difensori ormai di tutti i mali globali. Secondo l’ultimo “Democracy Ranking” (2016), tra gli ultimi dieci paesi il cui tasso di miglioramento delle condizioni democratiche è più lento figurano ben sette paesi della Regione euro-mediterranea (Bosnia-Herzegovina, Macedonia, Ungheria, Libano, Egitto, Turchia e Libia; Algeria e Siria non sono contemplate perché i loro dati non sono accessibili). Non vi è protezione dei diritti umani al di fuori di un quadro democratico, per questo la regressione degli elementi costitutivi di una democrazia non può che preoccupare. Prendiamo due indicatori:

  • i prigionieri politici: secondo la rete araba per l’informazione sui diritti umani (Anhri), su quasi 106.000 prigionieri, circa 60.000 prigionieri politici sono attualmente reclusi nelle prigioni egiziane. Questo numero non include coloro che sono stati uccisi o sono scomparsi (cfr.arabmillennial.net). In Turchia, invece, dove uno stato di emergenza è rimasto in vigore per ben due anni fino al luglio 2018, si stima che almeno 50.000 persone siano state detenute in attesa di giudizio per terrorismo e molti altri siano stati perseguitati dal colpo di stato fallito ad oggi.
    Tra gli accusati figurano giornalisti, dipendenti pubblici, insegnanti e politici, nonché agenti di polizia e personale militare. Il Marocco, invece, ha risposto alle dimostrazioni che hanno interessato la regione depressa del Rif per tutto il 2017 con la sua caratteristica oscillazione tra tolleranza e repressione; dopo aver tollerato le prime manifestazioni, a partire da maggio, il regime ha iniziato a criminalizzare gli attivisti del cosiddetto movimento Hirak Rif, picchiando e abusando di molti di loro. Alcuni sono stati successivamente imprigionati dopo processi iniqui, ed anche un noto giornalista è stato arrestato con accuse discutibili di incitazione alla protesta.
  • la criminalizzazione della solidarietà: in paesi come Italia, Ungheria, Francia o Grecia, gli atti di accoglienza volontaria o salvataggio di profughi sono stati perseguiti e scoraggiati con sempre maggiore intensità. Casi come quelli dei pescatori tunisini arrestati ad Agrigento per aver traghettato in acque territoriali italiane una barca con dei migranti a rischio naufragio (settembre 2018) o quello di Cédric Herrou, l’agricoltore francese eroe per caso che ha offerto aiuto ai migranti che provavano a passare il confine dall’Italia ed è stato condannato a quattro mesi di carcere (agosto 2018), o la legge anti-Ong approvata dal parlamento ungherese (giugno 2018), che prevede fino a un anno di reclusione per coloro che forniscono cibo, assistenza legale agli immigrati irregolari che chiedono asilo nel paese e minaccia di bandire le Ong attive in questo campo, definendole “agenti stranieri”, sono un campanello d’allarme.

Anche nella progressista Grecia si sono registrati casi di persecuzione di pratiche di solidarietà. Nell’aprile del 2016, tre pompieri spagnoli dell’organizzazione ProemAid che organizza missioni di salvataggio nel Mar Egeo e due membri del danese “Team Solidarity” vennero arrestati con l’accusa di traffico di essere umani, per poi essere riconosciuti innocenti e liberati a Metilene sotto i riflettori dell’opinione pubblica internazionale (maggio 2018 ndr).
In Ungheria è stata anche adottato un emendamento alla giovane Costituzione che mina i diritti umani e lo stato di diritto, in quanto vieta il reinsediamento di “popolazioni straniere”; limita la facoltà dei cittadini di protestare pacificamente; mina l’indipendenza della magistratura; criminalizza i senzatetto; e richiede che le autorità statali proteggano la “cultura cristiana” dell’Ungheria.
Dopo la stagione della “Primavera araba” e dei movimenti anti-austerità, il campo dei diritti, invece di espandersi da nord verso sud, si è contratto sempre più procedendo da sud verso nord.
L’inazione di fronte ai crimini del regime siriano, l’accondiscendenza verso l’apartheid imposto da Israele sui Palestinesi, e la subordinazione all’ideologia neoliberale che sostiene che la crescita sia possibile solo riducendo conquiste sindacali e ponendo sul mercato beni comuni, hanno preparato il terreno alla restaurazione anti-democratica, che ha trovato in profughi e dissidenti facili capri espiatori. La storia però insegna che la repressione non guarda in faccia nessuno, una volta che sia socialmente accettata. A chi difende la libertà solo per i propri amici o connazionali, è bene ricordare quel sermone impietoso del pastore luterano Martin Niemöller (1892-1984) che dovrebbe allarmarci tutti, e che recitava:

Prima di tutto vennero a prendere gli zingari
e fui contento, perché rubacchiavano.
Poi vennero a prendere gli ebrei
e stetti zitto, perché mi stavano antipatici.
Poi vennero a prendere gli omosessuali,
e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi.
Poi vennero a prendere i comunisti,
ed io non dissi niente, perché non ero comunista.
Un giorno vennero a prendere me,
e non c’era rimasto nessuno a protestare.

di Gianluca Solera

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