Ahed Tamimi: ecco il demonio rosso

— Chi è la pasionaria palestinese che a diciassette anni fa paura a Israeliani.

Se non fosse una dei giovani palestinesi più noti e fotografati verrebbe quasi automatico immaginare Ahed Tamimi come una donna dalla forza fisica eccezionale, alta e robusta, con un solido trascorso politico. Ahed invece è una ragazza di 17 anni.
Certo determinata, con un temperamento fuori dal comune e parte di una famiglia che fa della resistenza all’occupazione militare israeliana la sua ragion d’essere. Ma è pur sempre un’adolescente, uguale ai ragazzi palestinesi della sua età, che vive in un villaggio, Nabi Saleh, che come tanti altri della Cisgiordania, ogni giorno fa i conti con le chiusure, i posti di blocco, il Muro, i raid notturni, l’espansione delle colonie e tutte le altre manifestazioni dell’oppressione praticata da Israele. Così, anche se la conosci e l’hai vista già tante volte in tv o nelle foto mentre, ancora bambina, affronta a muso duro i soldati o nell’aula del tribunale militare segue spavalda i giudici israeliani pronti mandarla in prigione, poi, quando la incontri, Ahed ti appare persino più giovane della sua età.
Una cascata di riccioli tra il rosso e il biondo su un corpo che è poco più di quello di una bambina. Per gli israeliani, o la maggior parte di essi, invece Ahed è una sorta di demonio, l’incarnazione del “terrorismo palestinese” resa evidente dagli schiaffi che la ragazza lo scorso dicembre stampò sulla faccia di due soldati israeliani che sostavano sull’uscio di casa poche ore dopo il colpo sparato dal cecchino alla testa del cugino Mohammed, 15 anni. Un proiettile che ha costretto il ragazzo a sottoporsi a delicati interventi chirurgici al cranio.
“A quella ragazza avrebbero dovuto sparare almeno al ginocchio, in quel modo sarebbe stata condannata agli arresti domiciliari per tutta la vita” ha sbraitato il deputato israeliano Bezelel Smotrich, del partito nazionalista religioso “Casa Ebraica” parte della maggioranza di governo. E facendo riferimento all’aspetto fisico di Ahed, che non rientra nello stereotipo dell’arabo scuro di capelli e di pelle, l’ex ministro e ambasciatore, Michael Oren, è arrivato ad ipotizzare che i Tamimi in realtà non siano palestinesi bensì “attori” mandati a Nabi Saleh allo scopo provocare i soldati e “diffamare” internazionalmente lo Stato ebraico.
Esternazioni che sfiorano il ridicolo e che evidenziano l’incapacità dell’establishment israeliano di gestire una vicenda che ha visto una adolescente pagare con otto mesi di prigione un “reato”, un paio di schiaffi a due soldati, che in un altro paese sarebbe stato punito al massimo con un’ammenda. Senza dimenticare che troppe volte soldati e coloni israeliani restano impuniti o sono condannati a pochi mesi di detenzione per l’uccisione senza motivo di civili palestinesi. La casa dei Tamimi è una sorta di museo di storia contemporanea della Palestina, di cui Ahed è la protagonista. Su di un muro nel cortile davanti l’abitazione spiccano poster e foto che la ritraggono nei momenti più intensi della sua lotta agli occupanti.
In basso, sul terreno, sistemati l’uno accanto all’altro, giacciono dozzine di contenitori vuoti di candelotti lacrimogeni, una frazione di quelli che in questi anni i soldati israeliani hanno sparato contro gli abitanti di Nabi Saleh, villaggio conosciuto per le manifestazioni settimanali di protesta contro il Muro e la colonizzazione (alle quali partecipano anche attivisti internazionali).
Abbiamo incontrato Ahed Tamimi poco prima della sua partenza per un lungo tour in Europa e nel mondo arabo, durante il quale la ragazza, accompagnata dal padre Basem, anche lui noto attivista, ha raccontato la realtà dei Territori occupati, la condizione di Nabi Saleh circondato dalle colonie israeliane e, più di tutto, la frustrazione e la rabbia di tanti giovani palestinesi che rifiutano di non avere un futuro da uomini liberi, che non si arrendono alla legge del più forte e reclamano diritti che il mondo vuole dimenticare. Il giardino in cui Ahed ci ha accolto di fatto è una sala d’attesa per giornalisti, delegazioni, amici e parenti che ancora oggi vanno a salutarla, a distanza di mesi dalla sua scarcerazione. Accanto a lei c’è la mamma Nariman, donna mite ma ugualmente impegnata contro l’occupazione, che ha pagato con il carcere l’aver filmato e postato sui social la scena degli schiaffi dati dalla figlia ai soldati. Ahed ha accettato di buon grado di incontrarci e parlarci, così come in questi mesi ha fatto con altre decine di giornalisti palestinesi e stranieri. La conversazione non può che partire da quel giorno, quando Ahed affrontò i militari.“Ero molto nervosa per quello che stava accadendo intorno a me” ci ha spiegato la giovane palestinese “(il presidente americano) Trump qualche giorno prima aveva proclamato Gerusalemme capitale di Israele e i soldati israeliani avevano ucciso o ferito tanti palestinesi durante le proteste (seguite all’annuncio del presidente Usa, ndr). In più mio cugino Mohammad era stato ferito gravemente alla testa da un proiettile sparato dai soldati. Cose avvenute tutte insieme che mi hanno portato a reagire in quel modo. Penso sia una reazione comprensibile da ogni persona costretta a vivere le mie stesse esperienze. E comunque, anche se avessi saputo che quel gesto mi avrebbe portato per mesi in prigione, avrei agito allo stesso modo”. La prigione è un’esperienza sempre dura. E ti appare persino più dura quando a chiuderti in una cella è chi occupa la tua terra e ti condanna al carcere perché non accetti il sopruso e l’ingiustizia, perché reclami il più naturale dei diritti, la libertà. Ad Ahed la giovane età non è servita a garantirle protezione, quella che le convenzioni internazionali assicurano ai minori soggetti a detenzione. “Non mi hanno mai trattata come un’adolescente e neppure come un’adulta o come dovrebbe essere trattato qualsiasi essere umano, il trattamento è uguale per tutti e pesante – ci ha raccontato – all’inizio mi hanno messo in cella con detenute comuni, criminali che mi rivolgevano offese volgari senza motivo e che mi dicevano “Ragazzina hai schiaffeggiato dei soldati, chi ti credi di essere”. Gli israeliani durante gli interrogatori cercavano di terrorizzarmi minacciando di punire tutta la mia famiglia. Non hanno mai permesso a mio padre o a mia madre di essere presenti e nella stanza dove di volta in volta venivo portata c’erano sempre solo uomini. In nessun caso una donna è stata presente agli interrogatori”.
Durante l’intervista Ahed ha insistito molto sulla condizione di centinaia di minori palestinesi incarcerati da Israele, spesso solo per lanci di pietre contro le auto dei coloni e le jeep dei soldati. Su questo l’Ong “Defence for Children International” ha più volte denunciato gli effetti devastanti delle nuove leggi israeliane.
In passato la pena per il lancio di pietre era tra i due ed i quattro mesi di carcere, dal 2015 in poi le pene sono state inasprite fino a massimo di 10 anni di carcere per lancio di pietre o altri oggetti “senza intenzionalità” di provocare lesioni, e 20 anni per lancio di pietre “con intenzionalità”. E la pena minima per questo “reato” non può essere inferiore a un quinto della pena massima. Gli arrestati inoltre restano in detenzione fino al termine del procedimento e questo fa sì che i minori restino detenuti talvolta per molti mesi prima del processo. Per questo un numero crescente di ragazzi palestinesi preferiscono patteggiare e dichiararsi colpevoli subito. E nel frattempo si continua a discutere in Israele dell’introduzione della pena dell’ergastolo anche per i minori di 14 anni. “L’occupazione israeliana e il carcere tolgono una parte della vita ai nostri giovani – ha commentato Ahed – negli otto mesi che sono rimasta in carcere ho perduto qualcosa che non riuscirò a recuperare. Questo è il prezzo che tutti noi palestinesi siamo costretti a pagare a causa dell’occupazione. Ma come tutti sono pronta a pagarlo se alla fine di questo tunnel c’è la liberazione del nostro popolo. Dobbiamo continuare a lottare contro chi prende le terre, demolisce le nostre case, uccide ragazzini o li mette in prigione. E la nostra lotta deve esprimersi in varie forme, anche diffondendo la nostra cultura e raccontando la nostra storia”. Studiare, apprendere, conservare la memoria. Punti sui quali Ahed Tamimi costruirà il suo futuro che la ragazza almeno per ora vede lontano da ambizioni di leadership politica. “In carcere ho studiato per non perdere l’ultimo anno delle superiori e sono riuscita a sostenere gli esami della maturità. Ora attendo con impazienza e curiosità l’inizio dei corsi all’università. Certo sarò sempre impegnata in tante attività politiche ma resterò lontana da qualsiasi partito, la mia lotta sarà solo per il mio popolo”.

 

di Michele Giorgio
Giornalista di Manifesto e Nena News

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