Lavoratori manager e nuova economia

Crisi e riscatto: sempre di più le imprese recuperate che rivitalizzano settori produttivi garantendo lavoro e opportunità grazie a principi equi e solidali.

La crisi economica che l’Italia e l’Europa stanno attraversando dal 2008 – e che non ha alcuna intenzione di finire – non è solo un problema di globalizzazione o di instabilità dei mercati finanziari, ma è qualcosa di completamente nuovo e sconosciuto che sta determinando enormi ripercussioni sul tessuto socio-economico e sull’occupazione. Sebbene attraverso Europa 2020 l’Unione Europea abbia lanciato un ambizioso piano per una crescita smart, sostenibile ed inclusiva, le risposte date risultano tangibili da un punto di vista finanziario (attraverso la creazione dell’European Stability Mechanism – il cosiddetto fondo salva Stati – e le politiche di quantitative easing della Bce), ma non altrettanto da un punto di vista delle scelte politiche.

La politica economica continua a concentrarsi su modelli di “crescita” economica che assumono il Pil come parametro per la valutazione dello stato di salute di un Paese e della stessa Unione Europea. Lo stato di salute di un’economia e di una regione non può essere valutato soltanto sulla base di indicatori meramente finanziari: il lavoro e la buona occupazione giocano un ruolo chiave nel misurare il livello di sviluppo e di coesione sociale di una comunità. Per questo la chiusura di un’impresa e la conseguente perdita di posti di lavoro rappresentano una sconfitta non solo per chi vive in maniera diretta la vita di quell’impresa, la proprietà e i lavoratori, ma anche per tutto il sistema che ruota intorno all’impresa: associazioni di categoria, sindacati e vari livelli di governo del territorio, cioè i cosiddetti attori del dialogo sociale.

È un dato di fatto che, anche in tempo di crisi, la chiusura di molte imprese – e la conseguente perdita di posti di lavoro – non sia determinata solo dalla capacità delle imprese di stare sul mercato, ma da fattori endogeni alla vita di un’impresa che, amplificati dalla crisi, a loro volta ne amplificano la portata. Un esempio molto comune è quello del trasferimento d’impresa a seguito di passaggi generazionali, uno dei motivi più comuni (e banali) che causano la chiusura soprattutto delle micro e piccole imprese e inevitabili ripercussioni negative sul tessuto economico, sui creditori e sui lavoratori, con conseguente perdita di posti di lavoro ed attività economiche.

Imprese ancora in grado di produrre e di essere competitive, rischiano la chiusura per ragioni non dipendenti dal mercato ma dalla difficoltà di favorirne il trasferimento a causa di insufficienze e inadeguatezze della legislazione vigente. Una delle possibili alternative è quella del trasferimento delle imprese ai lavoratori e del recupero di impresa da parte dei lavoratori, un tema con cui COSPE si è confrontato già a partire dal 2003, appoggiando il movimento delle empresas recuperades por sus trabajadores in Argentina prima e poi in tutto il Cono Sur. Quella sudamericana è certamente l’esperienza più nota di workers’ buyout (acquisizione dell’azienda da parte dei lavoratori stessi) nata come risposta alla crisi economica che colpì l’Argentina nel 2001 e alla successiva dollarizzazione della sua economia. In Italia il trasferimento d’impresa ai lavoratori è una pratica che risale già agli inizi degli anni ’80 e che è regolata da un’apposita legge dello Stato (la L. 49/1985 conosciuta anche come Legge Marcora) finalizzata al sostegno delle imprese recuperate dai lavoratori.

Attraverso la legge Marcora sono state recuperate e trasferite ai lavoratori in forma di impresa cooperativa 252 imprese di cui ben 56 in Toscana e 38 in Emilia Romagna (fonte Le imprese recuperate in Italia, Euricse). Una pratica, quindi, diffusa negli anni passati, ma attualmente sempre meno applicata. Ma quali sono le ragioni del sostanziale “abbandono” della pratica del workers’ buyout? Analizzando due recenti esperienze, l’azienda “Stile” di Perugia e l’azienda “Ora Office” di Pomezia in provincia di Roma, entrambe sostenute dall’intervento di Banca Etica, si evidenzia che il ruolo delle istituzioni nei loro confronti e i diversi atteggiamenti assunti dagli attori del dialogo sociali, risultano determinanti per il successo o il fallimento del trasferimento d’impresa.

Nel caso di “Stile”, ad esempio, l’atteggiamento assunto dal sindacato è stato vertenziale; collaborativo e di supporto nel caso di “Ora Office”. È evidente, quindi, come in percorsi di successo di trasferimento d’impresa la convergenza di obiettivi tra gli attori del dialogo sociale tra l’imprenditore e i lavoratori, e tra i lavoratori, e tra le istituzioni (ad esempio il Giudice fallimentare o l’Inps per l’anticipazione delle indennità di disoccupazione) risulta essere uno degli elementi che può determinare il successo dell’iniziativa.

Fondamentale è il ruolo delle autorità pubbliche, delle associazioni d’impresa e delle organizzazioni sindacali nel mettere in atto positive ed efficaci misure d’intervento. Generalmente i problemi principali sono quelli di incoraggiare il trasferimento d’impresa da parte della proprietà, di identificare la nuova forma legale che l’impresa deve assumere e di adattare i meccanismi finanziari di supporto delle imprese esistenti alla nuova condizione determinatasi con il trasferimento dell’impresa ai lavoratori. Infine, molto spesso, uno dei problemi che si affrontano nel trasferimento d’impresa ai lavoratori è quello della mancanza di competenze e di una visione condivisa sulla strategia imprenditoriale tra la proprietà e i lavoratori (e tra i loro rispettivi organismi di rappresentanza, le associazioni d’imprenditori ed i sindacati).

di Giovanni Gravina – giovanni.gravina@cospe.org

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