Le donne combattenti di Daniela Morozzi

Ci sono storie che Daniela Morozzi ama raccontare più di altre, nel suo lavoro di attrice. Sono storie che guardano al nostro mondo “un po’ in crisi” e tentano di trasformarlo in un luogo migliore. Per lei lavoro e impegno sociale sono facce della stessa medaglia. Diventata famosa con il ruolo di Vittoria Guerra nella fiction “Distretto di Polizia”, Daniela è stata spesso protagonista di spettacoli teatrali “impegnati” come “l’Articolo femminile” o, più recentemente, “Rosaceleste”, una conferenza-spettacolo sugli stereotipi dei libri per bambini e bambine a partire dal libro di Irene Biemmi “Educazione sessista.

Stereotipi di genere nei libri delle elementari”. Attiva anche nel movimento “Se non ora quando”, è stata molte volte anche madrina di eventi o campagne COSPE proprio sui diritti delle donne. Con lei abbiamo parlato proprio del tema del femminile in Italia, nel suo lavoro, nella sua vita quotidiana.

Come coniuga il suo lavoro di attrice e l’impegno sociale?

Per me sono la stessa strada: mi piace raccontare delle storie che rappresentino quello che vivo e anche la mia idea di un mondo possibile. In fondo raccontare è il mestiere dell’attore e credo che sia importante unire la visibilità e la notorietà alla credibilità. Intuisco che è importante raccontare storie che abbiano aderenza alla realtà anche se spesso negli spettacoli o letture che porto in scena non mi riferisco alla cronaca: ad esempio il nuovo lavoro a cui mi sto dedicando parla di un profugo, ma non è cronaca, è una storia di Conrad. Non è insomma teatro civile classico. Mi è sempre interessata la politica fin da ragazzina e ho pensato che potesse essere anche la strada della mia vita. Così non è stato ma adesso la faccio unendola al mio lavoro.

Si è spesso spesa proprio per i diritti delle donne. Cosa pensa dell’attuale situazione in Italia?

Non si può negare che alcune cose siano cambiate nel corso degli anni, per esempio con il movimento “Se non ora quando” è successo qualcosa di importante. Se non altro in fatto di consapevolezza, ma mancano ancora tante cose da fare: la società è in continuo cambiamento ma spesso non è rappresentata, nei film, in tv, nei libri. Ad esempio con Irene Biemmi e “Rosaceleste” abbiamo portato in scena una sua ricerca fatta sui libri per bambini e dove si vede che ancora si rappresenta un rapporto tra uomini e donne fermo agli anni ‘50: la donna fragile e docile che sta a casa e l’uomo forte che lavora.

Eppure la società è più veloce di queste rappresentazioni. Dobbiamo cominciare a inserire il cambiamento anche nel linguaggio. Discutiamo ancora se è giusto usare “ministra” o no, ma questa non è solo una questione linguistica, parlare di ministre vuol dire dare la possibilità a ogni bambina di pensare di diventarlo. Dobbiamo dare un’accelerata a questi processi come donne ma anche come uomini. Occorre un cambiamento culturale. Comunque sono ottimista, qualcosa è successo e sta succedendo: ad esempio la rivolta contro certi modelli femminili della pubblicità e altri attacchi nei confronti del corpo delle donne. E poi sono nati nuovi movimenti come “Se non ora quando”, che poi si incasinano, crollano etc… ma esistono!

Lei in un’intervista ha detto che le piacciono le donne combattenti. Cosa intende?

Sono le donne che consapevolizzano un problema e che si mettono in gioco. Sono le donne che credono che si possano cambiare le cose e io ci credo profondamente, sia a livello personale che culturale, e che si debba cominciare a rivoluzionare il mondo a partire dalla propria esperienza personale dando una proposta di vita diversa. Ci vuole coerenza tra quello che uno dice, e scrive e quello che uno fa. Tra la ricerca professionale e la vita quotidiana. La parola d’ordine è consapevolezza.

Nel tuo lavoro, hai mai incontrato qualche ostacolo in quanto donna?

L’ostacolo maggiore è stato il pregiudizio. Una caratterista come me per esempio si vede preclusa tutti i ruoli da protagonista. Io faccio sempre l’amica della bella! Forse dovremmo scrivere di più, le donne dovrebbero scrivere di più e proporre serie o film dove il femminile sia diverso. Comunque è una lotta dura: il mondo del cinema e della tv è maschile e maschilista. “Distretto di polizia”, 15 anni fa aprì una strada in qualche modo con un commissario donna, Isabella Ferrari, che portava in tv una prima figura di donna potente che faceva indagini e comandava un’intera caserma. Le cose cambiano piano piano, semplice non è.

Viviamo in una società stereotipata dove l’immaginario è ancora maschile. Dobbiamo tenere alta la guardia ed essere protagoniste di un cambiamento culturale. E anche per quella maschile, che non stanno messi bene. Per loro ci sono stereotipi molto violenti: possono fare tutto tranne piangere ed essere fragili. L’aggettivo femminuccia è per un bambino quanto di più pesante possa ancora accadere. E questo è terribile.

Intervista di Pamela Cioni

 

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