Lotte comuni e guerre dimenticate: le voci di un Mediterraneo che non si arrende

Il Mediterraneo balza quotidianamente sulle pagine dei nostri giornali come la via di fuga che migranti o profughi intraprendono per approdare sulla sponda nord, speranzosi di una vita che sia più sicura e dignitosa. La cronaca ci restituisce l’immagine di un mare in cui troppo spesso perdono la vita centinaia di esseri umani, dove i barconi che partono dal nord dell’Africa affondano nelle sue acque e dove la terraferma sembra costantemente troppo lontana. Eppure, nonostante le tragedie oggettive che caratterizzano i migranti in fuga verso l’Europa, tante sono le esperienze positive di condivisione e valorizzazione delle due sponde del mar Mediterraneo. Su queste esperienze di crescita comune si è aperto il secondo dibattito del Sabir Maydan II, dove i progetti vincenti di una politica comunitaria e solidale hanno fatto da protagonisti.

A prendere la parola per primo è Aboubakr El Khamlichi, dell’associazione marocchina Chabaka, che racconta dello scambio fecondo tra il Marocco e l’Andalusia. È proprio per contrastare questa migrazione a senso unico e per arginare il numero di morti in mare che quella tratta ha visto crescere che la sua associazione si impegna dal 1995 a potenziare scambi tra Tangeri ed il territorio andaluso. Lo fa attraverso laboratori di formazione e scambio tra i popoli delle due rive e con percorsi di empowerment per le donne marocchine. Con il passare degli anni, racconta Aboubakr, la rete di collaborazione si è allargata fino a contare 212 associazioni territoriali, che lottano quotidianamente anche in difesa dei diritti dei migranti che troppo spesso vengono calpestati e annullati. La carta vincente di questa esperienza è la nascita dal basso della stessa; è la comunità, i cittadini con la propria coscienza e il proprio impegno sociale che si sono messi a disposizione del progetto, sentendone il bisogno in prima persona.

Lo stesso scambio fecondo è quello che ci racconta Fatima Zohra Menouar, impegnata in progetti di formazione e scambio formativo tra giovani marsigliesi e ragazzi algerini. Educare alla differenza, riuscire a sentire sulla propria pelle la quotidianità di coetanei che vivono sull’altra sponda di un mare comune è l’unico modo per gettare i primi semi per un Mediterraneo che sia una casa ed un’identità trasversale.

Il territorio che si estende a nord e a sud del Mediterraneo è costellato, ahimé, da conflitti di nascita piuttosto recente e altri a cui ci siamo piegati, che sembrano far parte della nostra quotidianità e che costantemente ci mettono di fronte a storie di diritti negati, di patria violata e di silenzio internazionale.

È il caso della popolazione dei territori palestinesi, costretta a vivere in situazioni di violazioni delle libertà più elementari, primo tra tutti quello del diritto alla propria terra. Mharram S.H. Bargouti, presidente di Palestinian Youth Union, tenta da anni, con la propria associazione, di creare reti di solidarietà con parte della società civile europea e varie realtà associative. La connotazione religiosa di cui sono intrise le difficoltà nel dialogo israelo-palestinese, è al centro del suo intervento. Ciò per cui le due sponde del Mediterraneo dovrebbero convergere, dice Bargouti, è la necessità di separare lo Stato religioso da quello Sociale, perché il proprio credo non sia più un’arma da puntare, ma un valore che possa essere messo da parte quando c’è un tessuto sociale internazionale che abbia una visione politica chiara e condivisa.

Questa è la sfida: una politica che sia trasversale e che abbia uno Stato di diritto comune; per far questo si ha bisogno di coscienze civili che lottino insieme per perseguire gli stessi diritti, che creino reti di solidarietà verso un obiettivo comune.

Di questa esigenza è convinta anche Maria Al Abdeh, giovane siriana che focalizza il suo contributo sulla tragedia della guerra civile che sta distruggendo il suo paese natale. Attraverso l’associazione di cui fa parte, Citizens for Syria, tenta di oltrepassare il silenzio da parte dei media internazionali sul conflitto, e crea un dialogo tra le nazioni mediterranee per denunciare la situazione dei civili siriani ormai stremati da una guerra che sembra non vedere una risoluzione.

I numerosi siriani dei campi profughi, i dissidenti costretti a fuggire nei paesi della sponda nord del Mediterraneo, sono alcuni dei milioni che non hanno più voce nelle cronache e che hanno bisogno del sostegno delle reti associative internazionali per riportare al centro la questione del conflitto siriano, ormai a 5 anni dall’inizio.

I primi a dover avere una coscienza sulla questione di una cittadinanza mediterranea sono proprio quelle popolazioni appartenenti alla cosiddetta “sponda nord”, ancora poco sensibili alle tematiche sociali riguardanti i paesi del nord africa e Medio Oriente. Secondo la blogger Lina Ben Mhenni, non può esserci una vera cittadinanza trasversale senza una piena libertà di movimento, senza che l’Europa prenda coscienza di ciò che succede a tutti coloro che decidono di intraprendere il viaggio dalla costa sud del Mediterraneo verso le sue sponde. Una cittadinanza mediterranea può esserci solo nel momento in cui si riesca a dialogare dei problemi che attanagliano i paesi del sud, solo se la coscienza della società civile della sponda nord venga svegliata e si organizzi in prima persona per arginare il numero di morti in mare, per dire basta alla sistematica violazione dei diritti a cui spesso sono sottoposti i cittadini che vivono dall’altra parte del Mediterraneo.

Coscienza comune dunque, per riuscire a costruire una politica che guardi alle due sponde in maniera egualitaria, senza l’utilizzo del “due pesi, due misure”, ma che possa garantire un percorso di lotta comune verso uno Stato di diritto nel Mediterraneo.

 

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