Un nuovo Mediterraneo è possibile

La città di Tunisi, protagonista di questo Social Forum Mondiale, è stata un altro trampolino di lancio (il secondo, dopo Messina) per discutere ancora sull’importanza del concetto di Cittadinanza Mediterranea, attraverso il Sabir Maydan II.

Dopo l’attacco al museo del Bardo, con il clima che a tratti risente di questa ferita inferta al tessuto democratico del Paese, è più che necessario riflettere sull’importanza di una condivisione di valori e solidarietà tra entrambe le rive del Mediterraneo. Una giornata densa di discussioni tra vari rappresentanti della società civile dei Paesi che si affacciano sul nostro stesso mare: dall’Algeria al Marocco, dalla Turchia alla Grecia; dalla Siria alla Palestina passando per la Giordania e l’Egitto.

Mai come in questo momento è fondamentale aprire un dibattito che sia trasversale e rappresentativo per la più ampia parte della società civile: il bisogno di oltrepassare le barriere, di rivendicare una giustizia sociale e plurale, di difendere le minoranze nell’ottica di un disegno che sia più ampio, quello di riuscire a concepire l’identità culturale come dei pezzi diversi, ma rappresentativi di uno stesso grande quadro.

Fatima Abdelrahim Saeed Idris, rappresentante dell’associazione Tadamon Egyptian Multicultural Council, racconta alla platea di aver vissuto sulla propria pelle la discriminazione di genere, un problema che purtroppo continua ad affliggere le donne di numerosi Paesi, senza differenza di latitudine. Questa sofferenza personale è stata la leva per iniziare a lavorare sul tessuto sociale egiziano, a lottare per dimostrare l’importanza che ha la creazione di un background personale per non subire abusi o rivendicazioni di qualsivoglia genere.

La costruzione di una cittadinanza basata sull’equità, però, non deve fare i conti soltanto con la differenza di genere, ma anche con un altro grosso ostacolo: quello delle differenze culturali e religiose all’interno di uno stesso paese. A discutere su questo è Mustafa Utku Güngör, rappresentante di Helsinki Citizens’ Assembly, che racconta alla platea di come la Turchia sia ancora terreno di scontro tra le varie minoranze che cercano di affermare la propria identità. “I movimenti sociali, spiega, devono avere un ruolo fondamentale per riconnettere le varie differenze, senza cadere nella rete di slogan patriottici che porterebbero inevitabilmente all’isolamento di una fetta di popolazione.”

L’esigenza di riconnettere le identità che si frammentano sotto svariati slogan è al centro dell’intervento di Rasha Shaaban, giovane egiziana esponente di WoMidan Project. Le primavere arabe, che hanno portato alla rivendicazione e alla necessitàdi trovare uno spazio di discussione politica e democratica in vari paesi del Mediterraneo, hanno avuto un enorme successo nello scavalcare le differenze culturali. Hanno portato, però, a marcare in numerose occasioni un’altra differenza: quella delle credenze religiose. Anche l’attentato alla redazione di Charlie Hebdo ha fatto balzare alla cronaca la matrice religiosa dell’evento, alla quale è seguita una delegittimazione rivolta all’intera comunità musulmana da parte di molti media internazionali. Questo è stato l’errore più grande: cavalcare un evento folle per dividere ancora una volta il mondo in due fazioni, i bruti e i buoni, il sud e il nord, gli assassini e le vittime. Rasha è convinta che per far fronte a tutto ciò e per tentare di unire le varie identità sotto l’idea di un’unica cittadinanza si abbia bisogno di dialogo, media indipendenti ed educazione: quella del dare e dell’avere senza la necessità di rivendicazioni ed atti di forza.

Per far fronte a questa percezione sbagliata delle differenze e dei conflitti a sfondo religioso del bacino del Mediterraeo, secondo Simone Perotti – scrittore e navigante – bisogna avere il coraggio di mettere in discussione totalmente l’idea ormai arcaica di ciò che sappiamo del Mediterraneo. Bisognerebbe ripartire da una nuova visione condivisa, un nuovo modello che interpelli la società civile spesso messa al bando dai regimi totalitari o intrappolata nelle maglie del fanatismo religioso. “Il Mediterraneo come sesto continente”, tutto da rifondare.

Una carrellata di esperienze e di opinioni sul concetto di cittadinanza Mediterranea, che ha visto poi una declinazione più sostanziale nel secondo incontro del pomeriggio. Una tavola rotonda per discutere sulle strategie e i mezzi con cui questo concetto possa avere un impatto sulla società civile, come esso possa creare una “rottura” con il passato. Gianluca Solera, direttore del Dipartimento Italia-Europa-Cittadinanza globale COSPE, analizza i punti con cui ci eravamo lasciati dopo il Sabir Maydan dello scorso anno a Messina. La prima cosa da fare, ed è quella che COSPE ed i suoi partner stanno portando avanti, è quella di condividere un progetto e portarlo avanti con un “core group” che condivida la stessa visione e gli stessi valori; a questo va aggiunto un piano politico, un Manifesto che possa essere il mezzo attraverso il quale si possa arrivare a discutere con le Istituzioni, per creare una dignità ed una credibilità politica con le quali poter rivendicare i propri principi all’esterno.

Ultima tappa ipotizzata è quella, ovviamente, di riuscire a divulgare quest’ “unione di intenti” alla più ampia società civile, quindi costruire le giuste infrastrutture per agire: creare campagne sociali, festival culturali e una radio o una web tv che tenga in contatto le due sponde del Mediterraneo.

A questa idea fa eco Costis Triandaphyllou, che propone una piattaforma che possa non disperdere le numerose esperienze di cui oggi abbiamo avuto testimonianza, che permetta di organizzare azioni comuni e trasmettere informazioni a livello transnazionale. Pier Virgilio Dastoli, rappresentante del Movimento Europeo, invece, si focalizza sull’educazione: l’idea di un Erasmus che coinvolga l’intera area mediterranea e non solo l’Europa, che promuova tra i giovani l’idea di scambio e mobilità.

Una giornata ricca di spunti su cui bisognerà riflettere nei prossimi mesi, per rendere concreto ciò che il Social Forum ci ha permesso di poter iniziare a creare. Perché un’altra idea di Mediterraneo è possibile: un nuovo continente plurale, a più voci, che lotti per perseguire gli stessi obiettivi di libertà e giustizia sociale.

 

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