Tv e giornali “rimpiangono” Mubarak

Con 10 giornalisti uccifile003172si e 30 finiti in carcere in meno di un anno, l’Egitto è oggi il terzo Paese più pericoloso al mondo per chi lavora nella stampa.

L’attuale situazione in Egitto ricorda il tempo in cui il regime di Mubarak, spodestato con la rivoluzione egiziana del 25 gennaio 2011, controllava tutti i media per evitare che parlassero delle sistematiche repressioni e violazioni dei diritti umani perpetrate contro i cittadini. Ebbene, oggi la situazione è ancora peggiore. Dopo la “primavera” egiziana del 2011 gli attivisti della società civile e i giornalisti erano ottimisti e pensavano che l’era dei dittatori fosse finita e che una nuova epoca di libertà e dignità umana sarebbe arrivata.
Oggi purtroppo la situazione in cui versano l’attivismo della società civile e la libertà dei media in Egitto è drammatica: dall’intervento militare nel processo democratico, il 3 luglio 2013, il numero dei giornalisti uccisi è salito a 10. Oltre 30 sono stati invece arrestati mentre erano impegnati a seguire alcune manifestazioni in diverse città egiziane e parliamo anche di giornalisti stranieri. Questo ha fatto dell’Egitto il terzo Paese più pericoloso per la stampa nel 2013 secondo il Comitato di protezione dei Giornalisti (CPJ).

I media tradizionali come le tv e le radio sono spesso controllati dalle autorità di stato e sono riluttanti a parlare degli arresti dei civili o di tutti coloro che si oppongono al governo in carica. Per questo i social media come Facebook, Twitter e Youtube li hanno in gran parte sostituiti. Gli attivisti egiziani usano i social media per raccontare la corruzione di dirigenti governativi e di ministri, così come le repressioni contro i dimostranti e gli attivisti. E inoltre molti usano i social media per mobilitare le persone e invitarle a partecipare a campagne per la libertà di espressione e la giustizia sociale.
Durante la grande ondata di mobilitazioni che scosse la regione araba nel 2011, i social media ebbero un ruolo fondamentale nella chiamata dei cittadini alle dimostrazioni contro i regimi autoritari. Durante la rivolta del 25 gennaio 2011 in Egitto gli attivisti usavano Facebook e Twitter per diffondere strategie per contrattaccare le forze di sicurezza, fornire informazioni sui luoghi di ritrovo così come per dare consigli sulle misure di sicurezza da prendere in caso di aggressioni da parte dei militari.

Le foto e i video diffusi sui social network dagli attivisti costrinsero il governo egiziano in quel momento a bloccare tutti i sistemi di comunicazione – inclusi i cellulari e internet – e a bloccare i siti di tutti i movimenti sociali: era il 28 gennaio 2011. Più tardi i media internazionali di tutti il mondo, nel raccontare le rivolte, dipendevano da cosa gli attivisti scrivevano sulle loro pagine Facebook. Bisogna comunque ricordare che i social media non sono stati la causa delle rivolte in Egitto e negli altri Paesi della cosiddetta Primavera araba, ma sono stati i catalizzatori di movimenti sociali e politici…
Dopo quasi tre anni l’attuale governo sta ripetendo gli stessi errori del regime di Mubarak restringendo le attività della società civile, uccidendo e arrestando attivisti e giornalisti: per esempio il giornalista Abdallah al Shami è in condizioni di salute critiche dopo uno sciopero della fame di più di cento giorni per protestare contro il proprio arresto mentre stava seguendo un sit in al Cairo nell’agosto del 2013. È vero che i regimi autoritari possono controllare i media tradizionali ma non possono chiudere la porta al pensiero nuovo e creativo e non possono e non potranno evitare che gli attivisti o i tanti cittadini chiedano libertà, giustizia e dignità umana.

Nagwan El Ashwal

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