Noi, senza speranza né disperazione

Condannato a 15 anni di carcere per avere manifestato senza autorizzazione, Alaa è il blogger simbolo di una generazione di egiziani che non si fa illusioni, ma nyk_free_alaaon ha mai smesso di lottare, a costo della libertà.

“Ad essere sinceri, quello che si aggiunge al mio senso di oppressione è la sensazione che questa volta la mia incar- cerazione non abbia più valore, perché fuori non ci sono più lotte, né c’è una rivoluzione”. Le ultime dichiarazioni da uomo libero di Alaa Abdel Fattah hanno il sapore ama- ro della disillusione perché, come racconta al telefono sua moglie Manal Hassan, “con l’elezione di Al Sisi alla presi- denza dell’Egitto le cose sono cambiate, ma in peggio”. Icona dei blogger egiziani, 32 anni e già tre arresti alle spalle, Alaa ha varcato di nuovo la soglia di una cella lo scorso 11 giugno. La pena è quasi un ergastolo: 15 anni. L’accusa a suo carico suona, al contrario, ridicola: aver ma- nifestato senza autorizzazione.
Tra gli attivisti vicini al blogger si diceva da tempo che l’insediamento del presidente Al Sisi non sarebbe stato completo fin quando non avrebbero arrestato Alaa. Sar- casmo di una generazione “senza speranze né dispera- zione”, come scriveva Abdel Fattah in un recente post. Una generazione che però è in grado di leggere il presen- te con fredda lucidità. Il presente di un Paese che, con l’elezione plebiscitaria (oltre il 96 per cento) del generale al Sisi, sembra aver fatto un salto indietro di almeno 4 anni, quando c’era al comando un altro padre-padrone: Hosni Mubarak.

Quando Alaa è venuto al mondo, nel 1981, Mubarak era già al comando del Paese; e sempre sotto Mubarak, nel2006, Alaa ha sperimentato per la prima volta il carcere. Motivo: aver manifestato per l’indipendenza del potere  giudiziario. Lo stesso potere che lo scorso giugno avrebbe dovuto garantirgli un processo equo e che invece lo ha spedito in carcere con una procedura che certifica l’asser- vimento dei tribunali al volere dei generali. L’udienza che ha decretato la condanna a 15 anni di Alaa e degli altri due attivisti Wael Metwally e Mohamed al-Nouby, si è in- fatti svolta a porte chiuse. “Alaa ha chiesto di entrare per assistere al processo, ma non hanno permesso né a lui né ai suoi avvocati di partecipare all’udienza”, racconta al telefono Manal. Il tono della sua voce non è quello che ci si aspetta da una moglie a cui hanno strappato via il marito. La sua è piuttosto la voce di un’attivista, abituata a considerare suo marito un compagno di lotta prima che un compagno di vita.
“Alaa – continua Manal – sapeva che sarebbe stato con- dannato, ma non si aspettava un processo a porte chiuse”. Con una legge emanata nel novembre 2013, epoca di un governo ad interim di fatto già guidato dal generale al Sisi, una serie di barriere burocratiche insormontabili (7 differenti permessi da chiedere per manifestare, divieto assoluto di sit in notturni e ricorso a un tribunale in caso di rifiuto dell’autorizzazione) hanno negato il diritto a manifestare. Il giorno dopo “Alaa e gli altri – racconta Ma- nal – hanno sfidato quella legge andando a manifestare di fronte al parlamento”. Il prezzo che Alaa ha dovuto paga- re è altissimo, ma forse servirà a riaccendere una scintilla di quella rivoluzione che lo stesso blogger, nei suoi post, aveva dato per spenta.

Ernesto Pagano

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