Se il “nemico interno” dei palestinesi è la corruzione sfrenata delle istituzioni

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Povertà, mazzette e stipendi dorati: “adesso il popolo ha perso fiducia”.

Ma quella dei palestinesi non rimane solo una percezione: la corruzione in Palestina è endemica nelle autorità politiche, nel settore privato e perfino nelle associazioni. Ne è convinto Mohammed Hussein Abu Arqoub, esperto sul tema della corruzione: fenomeno che compromette anche la libertà d’espressione. Arqoub sta collaborando alla campagna anti-corruzione “Our right to tell”, sviluppata nel quadro del progetto COSPE “Med Net”. “Al momento – dice Abu Arqoub – non esiste un programma

capace di sconfiggere la corruzione. Sono state costituite delle commissioni anti-corruzione che però non sono in grado di apportare reali risultati di cambiamento, anche perché le questioni prese in esame richiedono molto tempo”. Ma in cosa consiste la corruzione in Palestina? “Il modo di praticare la corruzione in Palestina – afferma Abu Arqoub – cambia a seconda delle realtà politiche ed economiche. Succedeva ieri e continua a succedere anche oggi, con la divisione politica tra Striscia di Gaza e West Bank. L’Autorità Palestinese non ha nessun tipo di controllo legislativo, esecutivo e giudiziario: ad esempio ci sono contratti privati, con salari altissimi, che pesano sul bilancio pubblico.” La crisi finanziaria che ha investito la West Bank sotto la guida dell’Autorità Palestinese ha portato non solo ad una diminuzione dei livelli di occupazione, ma anche ad un più alto livello di circolazione di tangenti, dovuti all’interruzione degli stipendi nel settore pubblico. “Per tutto questo – conclude– manca un qualsiasi tipo di monitoraggio”.

“I cittadini palestinesi – continua l’esperto – non sono abituati a pensare che i movimenti politici abbiano la capacità di gestire gli affari in maniera trasparente; questo pregiudizio influenza le loro scelte politiche”. Per questo Abu Arqoub è dell’idea che i palestinesi non ripongano molta fiducia nei funzionari statali e questo, come avvenuto nelle elezioni passate, pesa sulle affluenze alle urne e sull’andamento politico. In questo quadro i media dovrebbero avere la funzione di controllo e di diffusione di informazioni e dati. La consapevolezza da parte dei cittadini è – secondo Abu Arqoub – fondamentale per tenere sotto controllo i livelli di corruzione, ma i sistemi a salvaguardia della libertà d’espressione e di opinione tutt’ora in piedi non rendono facile questo processo. “Anche se i palestinesi stanno acquistando fiducia nei giornalisti indipendenti, questi ultimi sono messi di fronte a numerosi ostacoli. I media mainstream – continua Arqoub – parlano della corruzione solo in occasioni specifiche. Soffrono dell’assenza di un giornalismo d’inchiesta consolidato in grado di rivelare prove evidenti della corruzione”. A questo va aggiunto il fatto che non esiste una legge che garantisca il diritti di accesso alle informazioni, perciò i cittadini palestinesi e i giornalisti indipendenti non hanno a disposizione documenti che gli permettono di monitorare ed analizzare come vengono prese le decisioni a livello politico. “La società civile – conclude Arqoub – dovrebbe entrare in azione, ma soprattutto spetta ai media indipendenti scoprire e denunciare la corruzione. Soprattutto perché i media ufficiali palestinesi sembrano ignorare il problema”.

 

Ida Gravina

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