Microfoni e web per cambiare il Paese

downloadIl Marocco è al 136esimo posto nella classifica stilata an- nualmente da “Reporter senza frontiere” sulla libertà di stampa. Sono decine i giornalisti in carcere o che hanno subito minacce nell’ultimo periodo. I mezzi di informa- zione indipendenti scarseggiano e sono mal tollerati dal Governo che ancora non li riconosce legalmente. Questo in breve il panorama tratteggiato da Mohamed Leghtas del Forum dei Media Alternativi del Marocco (FMAS), or- ganizzazione non governativa che nel 2008 ha dato vita al portale della società civile E-Joussour (il ponte ndr) e nel 2013 alla prima radio associativa del Paese. Una si- tuazione difficile che ricalca in gran parte quella degli altri Paesi del Magreb e Mashreq che sono stati appena toccati, come il Marocco, o travolti, come Tunisia e Egit- to, dall’ondata delle rivolte del 2011. Una situazione di “resistenza” da parte delle istituzioni a tollerare un’in- formazione libera e autonoma, ma anche di altrettanta Resistenza da parte della società civile a far valere queste istanze. FMAS è infatti una delle associazioni che porta avanti le battaglie per la libertà di espressione utilizzando il portale E-Joussour, promuovendo campagne di pres- sione su Parlamento e Governo per ottenere leggi giuste in materia e anche diffondendo trasmissioni radiofoni- che ad alto contenuto sociale, civile e politico.

Che cosa fa esattamente il Forum dei media alternativi?
– La nostra associazione si batte per il rispetto dei diritti umani in Marocco, difende diritti economici, politici, civi- li, sociali e culturali dei cittadini, senza distinzioni razzia- li, etniche, linguistiche e religiose. La nostra “missione” è quella di costruire un Paese democratico e una cittadinan- za forte e autonoma.

Per portare avanti questa missione è nato, nel 2008, anche il portale E-Joussour…
– Sì, una delle nostre azioni più significative. È nato gra- zie al progetto “Alternatives/AlterInter” che riunisce molte delle ong del Maghreb e del Mashrek. Sul portale pubbli- chiamo, in arabo, inglese e francese, notizie che riguarda- no il fenomeno della globalizzazione e le ricadute che ha

sulle nostre regioni e diffonde dati, analisi e ricerche. È un luogo di partecipazione dove la società civile, orga- nizzata e non, può avere accesso a tante informazioni che normalmente non vengono rese note e proporre e discutere alternative all’attuale modello di “mondializ- zazione”. Dal 2011 abbiamo aperto anche ai media alter- nativi e in particolare alle radio comunitarie, strumento fondamentale in un processo di democratizzazione. Le radio comunitarie sono riconosciute in 134 Paesi ma non in Marocco. Partendo da questo scenario E-Joussour ha lanciato un progetto intitolato “media comunitari per un’informazione cittadina”.

In cosa consiste?
– Il progetto è incentrato sul riconoscimento delle radio associative in Marocco: in particolare abbiamo chiesto un emendamento della legge 77.03, lanciato un appello al Par- lamento perché, in conformità alle direttive internazionali e alla Costituzione, riconosca la possibilità di aprire media comunitari e indipendenti, la messa in opera di un sistema di concessione di licenze e frequenze che incentivi la nascita di questi media e la costituzione di un fondo nazionale di sostegno al settore. Le richieste sono nate dopo 6 incontri nazionali e 2 internazionali a cui hanno partecipato miglia- ia di attivisti e associazioni delle diverse regioni.

Nel frattempo non siete stati a guardare e nel 2013 avete promosso la prima radio indipendente marocchina…
– Sì, il 13 marzo 2013 è nata la prima radio web indipen- dente (E-Joussour radio). Abbiamo uno studio centrale a Casablanca e un altro studio a Rabat oltre ad alcune “antenne regionali” in 11 delle principali città del Paese. Ognuna di queste antenne produce contenuti tematici: ad esempio ad Agadir produciamo trasmissioni sui dirit- ti delle donne, a Marrakesh sui giovani, a Casablanca sui quartieri disagiati, a Tahla sulla partecipazione politica e la gestione della cosa pubblica e via dicendo. Tutto è in- centrato sulla partecipazione, la comunicazione di prossimità, l’educazione ai diritti umani.

E facendo un bilancio anche di queste attività, quanto incidono i media indipendenti sulla società marocchina?
– Intanto i media associativi hanno incontestabilmente cambiato il paesaggio mediatico del Marocco, hanno per- messo di rompere il monopolio e l’egemonia dei media pubblici e quella dei media privati commerciali. Registra- no e danno conto delle violazioni dei diritti umani, delle irregolarità, delle ingiustizie e della corruzione, soprattut- to delle zone marginalizzate. Le violazioni sono immedia- tamente documentate e rese pubbliche attraverso il suono o le immagini. L’impatto dei media indipendenti incide dunque anche sui poteri politici ed economici, sui proces- si di elaborazione delle politiche pubbliche e sulla gover- nance locale e territoriale.

In Marocco si sono registrati molti casi di persecuzioni e minacce ai danni di giornalisti e attivisti da parte delle forze dell’ordine. Sembrano costituire un grave pericolo per il potere costituito…
– Sì ultimamente si sono moltiplicate le persecuzioni nei confronti di chi lavora nei media. Il caso più eclatante è stato quello di Ali Anuzla, direttore del sito “Lakome” ac- cusato di terrorismo per aver diffuso un video probabil- mente prodotto da Al Quaeda. Ma non è il solo: nel mag- gio del 2014 è stato arrestato Yassir Almakhtoum, mentre riprendeva una manifestazione, Mustapha el Hasnaoui è stato condannato sempre per terrorismo a tre anni di car- cere, senza reali e concrete accuse. Khadija Rahali, giorna- lista del quotidiano “Assima post” è stata vittima lo scorso
11 aprile di un’aggressione verbale da parte di un ministro mentre seguiva una seduta del parlamento a Rabat e così via. Sono intimidazioni, mezzi con cui impedire ai gior- nalisti di svolgere il loro mestiere. Un modo per non fare sentire voci alternative, ma difficilmente ci riusciranno, la società civile marocchina, con il fondamentale sostegno internazionale, ormai è decisa a lottare per la libertà di espressione. Noi, come El Joussur, continueremo intanto a monitorare le violazioni e a richiedere con forza il ricono- scimento dell’esistenza dei media indipendenti.

Pamela Cioni

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