Il Mediterraneo ha cambiato pelle

Eugenio_BennatoRappresenta da diversi decenni l’essenza stessa della contaminazione mediterranea, e se gli chiedi cosa ne pensa della vitalità dei popoli della sponda sud del mare nostrum ride di gusto: “Che t’aggia dì, guagliò, chille so forti proprio…”. Eugenio Bennato, cantautore napoletano, fondatore del Taranta Power, ha costruito negli anni un sound raffinato, popolare e colto allo stesso tempo, contaminato e vitale, succo del mediterraneo di frontiera. Lo intercettiamo al telefono di ritorno da un viaggio a Tangeri. “Fare un bilancio degli eventi del 2011 nei Paesi del mediterraneo è complesso, l’unica cosa che si diceva allora e che è ancora valida adesso è che niente più è come prima. Neanche a farlo apposta sto lavorando ad un brano il cui titolo è “Questa non è una festa, è una rivoluzione” che potrebbe essere un buon riassunto di quello che è successo nei Paesi arabi negli ultimi anni”

Ma non sono solo gli aspetti politici quelli che stanno a cuore a Bennnato: “Anche la cultura ha cambiato pelle, assieme a tutto il resto. L’anno scorso per un concerto di musica colta che ho scritto per il Teatro San Carlo di Napoli avevo bisogno di cercare una cantante soprano. Fra le varie voci che mi hanno proposto ho scelto quella della giovane soprano egiziana Fatmah Saidbrava e molto seguita. Vive a Berlino e accanto ad una vocazione lirica molto forte,

ha costruito un percorso di cantautrice militante, in cui scrive e canta canzoni popolari che inneggiano alla rivoluzione di Piazza Tahrir. Una cosa impensabile fino a pochi anni fa…”.
Bennato è un fiume in piena di ricordi e aneddoti. “Io sono stato uno fra i primi a credere che le culture del Mediterraneo – sponda sud e quelle arabo/andaluse o dell’Italia meridionale – si potessero fondere a meraviglia, almeno a livello musicale. Ed anche le persone: già da anni ho cercato di valorizzare musicisti stranieri, immigrati nel nostro Paese, ed aiutarli ad entrare in percorsi musicali contaminati qui da noi. Anche se in realtà abbiamo ancora un grosso problema di integrazione delle culture migranti nel nostro paese: io faccio concerti da 10 mila persone a sera, ma di migranti sotto al palco ne vedo pochi. Eppure faccio una musica che parla anche a loro…”.
A proposito di concerti, il flusso di ricordi dell’artista comincia a vagare nella casbah di Algeri. “Era forse l’inizio degli anni 2000, appena finita la tragedia della guerra civile che ha insanguinato l’Algeria. Ero molto teso perché, in questo anfiteatro bellissimo dove mi dovevo esibire, si vedeva che la gente era un po’ diffidente, ostile, quasi scettica nei confronti di questo italiano che li voleva coinvolgere nelle sonorità della loro cultura. Ad un certo punto, uno che probabilmente era un leader di comunità, un riferimento culturale e religioso, ha cominciato a calarsi nella festa, a ballare, e da quel momento tutto il pubblico ha ballato con noi sotto al palco, è stato uno dei momenti più belli della mia carriera”.

Jonathan Ferramola 

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