All’ombra del nuovo faraone Al Sisi scompaiono le voci di piazza Tahrir

Anti-Morsi Protest - Proteste anti MorsiLa maggioranza degli egiziani sembra volere ancora un padre- padrone, emettere in secondo piano la tutela di altri diritti individuali –come quelli alla libera espressione del dissenso e ad un giusto processo– che certo appaiono come lussi a confronto con l’abissa le povertà di decine di milioni di egiziani e intere aree del Paese”.

 Chiunque abbia partecipato o assistito alle grandi manifestazioni di piazza del 30 giugno 2013 in Egitto- quelle contro il presidente islamista Mohammed Morsi, destituito tre giorni dopo dall’esercito – avvertiva che la data sarebbe stata un punto di svolta di portata epocale. E così è stato, anche se per molti in modo inatteso: i Fratelli Musulmani, in perenne anche se alterno conflitto con il potere costituito sino all’era Mubarak, sono stati dichiarati un’organizzazione terroristica; e se non sono morti a centinaia negli scontri di piazza sono stati incarcerati a decine di migliaia, in attesa di processi che poi li avrebbero condannati anche alla pena capitale. La “road map” indicata dal generale Abdel Fatah Al Sisi, l’uomo che aveva deposto Morsi sull’onda del movimento popolare e con l’appoggio anche delle massime autorità religiose del Paese, è andata avanti con l’approvazione (solo apparentemente plebiscitaria, con il 98 per cento dei sì ma su meno del 37 per cento degli aventi diritto al voto) di una nuova Costituzione, e poi con elezioni presidenziali da tempo destinate a consacrare il nuovo uomo forte dell’ Egitto post-rivoluzionario: lo stesso Sisi, ancora un militare – dopo Nasser, Sadat e Mubarak – sullo scranno più alto del potere. Ma mentre tutto questo maturava, che ne è stato della società civile egiziana? Come ha vissuto il rapido trapasso dal sistema illiberale di Mubarak all’esaltante rivolta di piazza fino alla pandemica ostilità verso i Fratelli Musulmani che pur erano saliti democraticamente al potere? Difficile ora capirlo, di fronte all’evidente massificazione di un consenso per il generale-salvatore della patria: una figura in cui, dal 3 luglio 2013, si sono incarnati, nella visione di tanta parte delle masse popolari, i miti del nazionalismo egiziano, dell’esercito come garante dell’identità nazionale e dell’epoca nasseriana.

Ma sicuramente in Sisi milioni di egiziani, che in questi ultimi quatto anni di rivolgimenti politici e crisi economica hanno faticato a tirare avanti, hanno visto il miraggio di un ritorno alla stabilità e di un affrancamento dalla povertà e della disoccupazione. E anche molti cristiani – che denunciavano nei Fratelli al potere prima complici dei nuovi, rinnovati attacchi contro di loro, poi gli autori o i mandanti delle distruzioni delle chiese dopo la deposizione del 3 luglio o gli alleati dei nuovi terroristi che dal Sinai sono giunti a colpire anche nella capitale – non sembrano avere dubbi sulla inesorabile necessità del pugno di ferro. “La percezione generale tra gli egiziani è che le azioni dei Fratelli Musulmani dimostrino quanto lontani siano da un senso di lealtà verso l’Egitto”, scriveva il settimanale copto Watani all’inizio di maggio. Citando un giovane tassista che li accusava di ‘’aver versato sangue egiziano” dopo essere stati rimossi dal potere: qualcosa che nemmeno Mubarak e i suoi sostenitori vollero più fare, dopo che il rais ‘’preferì cedere il potere piuttosto che lasciare l’Egitto affondare in un pantano di violenza”. Minoritarie e isolate le voci non islamiste che si siano levate fuori dal coro del diffuso consenso verso Al Sisi e la sua candidatura a nuovo presidente. Tanto isolate da essere facilmente zittite in carcere, come nel caso di Ahmed Maher e altri rivoluzionari in prima fila nella rivolta anti-Mubarak, ora condannati a 3 anni di carcere per manifestazione non autorizzata. La maggioranza degli egiziani sembra volere ancora un padre- padrone, e mettere in secondo piano la tutela di altri diritti individuali – come quelli alla libera espressione del dissenso e ad un giusto processo – che certo appaiono come lussi a confronto con l’abissale povertà di decine di milioni di egiziani e intere aree del Paese. Anche se, va riconosciuto proprio su queste pagine, la presa di coscienza dei diritti dei lavoratori e delle donne ha avuto modo in questi anni di diffondersi da Tahrir anche in alcune dimenticate periferie urbane, e grazie anche ad Ong come COSPE.

La vera prova per il nuovo faraone è ora sul terreno dell’economia e dei bisogni primari degli strati popolari. Un quarto di popolazione vive con meno di due dollari al giorno, e l’altro quarto è pericolosamente in bilico su quella stessa linea di povertà. La disoccupazione – intorno al 14 per cento in totale – riguarda il 70 per cento dei giovani tra i 15 e i 29 anni, l’80 per cento dei quali con un buon livello di istruzione. Per loro, e per quei 700 mila nuovi giovani che ogni anno si affacciano per la prima volta al mercato del lavoro, le sole porte che si aprono sono quelle di un lavoro precario e sottopagato. Come nell’inferno pre- industriale delle mattonaie di El Desamy, o nel commercio ambulante di povere cose sui marciapiedi del Cairo. E intanto – nonostante in tre anni dal 2011 qualcuno abbia contato in Egitto ben tre rivoluzioni (contro Mubarak, il governo militare dello Scaf e quello dei Fratelli Musulmani), e qualcun altro invece, più cinicamente, nessuna – nulla è cambiato sul piano del conservatorismo sociale, se non forse per i pochi giovani intellettuali della rivoluzione al Cairo e nelle altre città. Per i giovani delle classi medie impoverite, le ferree regole della tradizione limitano fortemente le possibilità di relazioni tra i due sessi, mentre le scarse risorse economiche spostano sempre più avanti nel tempo l’età del matrimonio. Per quelli delle povere aree periferiche, rurali o dell’arretrato sul del Paese, l’influenza delle idee salafite – locali o importate dal Golfo, e divenute più assertive dopo la caduta di Mubarak – impongono ulteriori limitazioni ai giovani e soprattutto alle donne, spesso costrette a indossare il niqab o subire nel silenzio le violenze domestiche. E se Sisi, musulmano devoto, non si presenta certo come un modello di progressismo sul piano dei costumi, almeno su quello economico ora gli egiziani attendono di vederlo alla prova dei fatti. E chissà se, un giorno, Tahrir tornerà ad essere ancora la grande piazza della protesta.

Ma sicuramente in Sisi milioni di egiziani, che in questi ultimi quatto anni di rivolgimenti politici e crisi economica hanno faticato a tirare avanti, hanno visto il miraggio di un ritorno alla stabilità e di un affrancamento dalla povertà e della disoccupazione. E anche molti cristiani – che denunciavano nei Fratelli al potere prima complici dei nuovi, rinnovati attacchi contro di loro, poi gli autori o i mandanti delle distruzioni delle chiese dopo la deposizione del 3 luglio o gli alleati dei nuovi terroristi che dal Sinai sono giunti a colpire anche nella capitale – non sembrano avere dubbi sulla inesorabile necessità del pugno di ferro. “La percezione generale tra gli egiziani è che le azioni dei Fratelli Musulmani dimostrino quanto lontani siano da un senso di lealtà verso l’Egitto”, scriveva il settimanale copto Watani all’inizio di maggio. Citando un giovane tassista che li accusava di ‘’aver versato sangue egiziano” dopo essere stati rimossi dal potere: qualcosa che nemmeno Mubarak e i suoi sostenitori vollero più fare, dopo che il rais ‘’preferì cedere il potere piuttosto che lasciare l’Egitto affondare in un pantano di violenza”. Minoritarie e isolate le voci non islamiste che si siano levate fuori dal coro del diffuso consenso verso Al Sisi e la sua candidatura a nuovo presidente. Tanto isolate da essere facilmente zittite in carcere, come nel caso di Ahmed Maher e altri rivoluzionari in prima fila nella rivolta anti-Mubarak, ora condannati a 3 anni di carcere per manifestazione non autorizzata. La maggioranza degli egiziani sembra volere ancora un padre- padrone, e mettere in secondo piano la tutela di altri diritti individuali – come quelli alla libera espressione del dissenso e ad un giusto processo – che certo appaiono come lussi a confronto con l’abissale povertà di decine di milioni di egiziani e intere aree del Paese. Anche se, va riconosciuto proprio su queste pagine, la presa di coscienza dei diritti dei lavoratori e delle donne ha avuto modo in questi anni di diffondersi da Tahrir anche in alcune dimenticate periferie urbane, e grazie anche ad Ong come COSPE.

La vera prova per il nuovo faraone è ora sul terreno dell’economia e dei bisogni primari degli strati popolari. Un quarto di popolazione vive con meno di due dollari al giorno, e l’altro quarto è pericolosamente in bilico su quella stessa linea di povertà. La disoccupazione – intorno al 14 per cento in totale – riguarda il 70 per cento dei giovani tra i 15 e i 29 anni, l’80 per cento dei quali con un buon livello di istruzione. Per loro, e per quei 700 mila nuovi giovani che ogni anno si affacciano per la prima volta al mercato del lavoro, le sole porte che si aprono sono quelle di un lavoro precario e sottopagato. Come nell’inferno pre- industriale delle mattonaie di El Desamy, o nel commercio ambulante di povere cose sui marciapiedi del Cairo.
E intanto – nonostante in tre anni dal 2011 qualcuno abbia contato in Egitto ben tre rivoluzioni (contro Mubarak, il governo militare dello Scaf e quello dei Fratelli Musulmani), e qualcun altro invece, più cinicamente, nessuna – nulla è cambiato sul piano del conservatorismo sociale, se non forse per i pochi giovani intellettuali della rivoluzione al Cairo e nelle altre città.
Per i giovani delle classi medie impoverite, le ferree regole della tradizione limitano fortemente le possibilità di relazioni tra i due sessi, mentre le scarse risorse economiche spostano sempre più avanti nel tempo l’età del matrimonio. Per quelli delle povere aree periferiche, rurali o dell’arretrato sul del Paese, l’influenza delle idee salafite – locali o importate dal Golfo, e divenute più assertive dopo la caduta di Mubarak – impongono ulteriori limitazioni ai giovani e soprattutto alle donne, spesso costrette a indossare il niqab o subire nel silenzio le violenze domestiche.
E se Sisi, musulmano devoto, non si presenta certo come un modello di progressismo sul piano dei costumi, almeno su quello economico ora gli egiziani attendono di vederlo alla prova dei fatti. E chissà se, un giorno, Tahrir tornerà ad essere ancora la grande piazza della protesta.

Luciana Borsati

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