Cittadino mediterraneo

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Quanto è successo in questi ultimi tre anni e mezzo è stato straordinario. Milioni di persone, soprattutto giovani, hanno conquistato le piazze per chiedere la “caduta del sistema”. I movimenti di protesta che sono emersi nei Paesi della regione mediterranea, in virtù di uno straordinario effetto di contagio, hanno interessanti punti in comune, che fanno di questo momento un’opportunità unica di azione politica e sociale.

Pensiamo all’occupazione e alla riappropriazione degli spazi pubblici, alla denuncia della collusione tra classe politica e corporazioni economiche o finanziarie, alla richiesta di «pane, libertà e giustizia sociale» (lo slogan che dal Cairo ha raggiunto le altre piazze), ovvero «beni comuni, democrazia e eguaglianza solidale», o al rifiuto della divisione tra identità diverse.

Certo, dopo aver abbattuto regimi arabi dittatoriali, sostenuti o tollerati dai Paesi europei, e rioccupato le piazze di Paesi in profonda crisi economica e politica, i movimenti rivoluzionari e di protesta ed i suoi giovani in particolare non sono ancora riusciti a produrre una leadership che concorra con l’apparato politico al potere, legato a interessi economici, finanziari, burocratici o militari equivalenti in ogni Paese. Né a Tunisi, né a Tel Aviv, né ad Atene o a Madrid.
Per questo, per diventare il luogo del prossimo Rinascimento, il Mediterraneo richiede uno straordinario investimento di energie politiche e sociali di progresso, richiede un progetto
cittadino transnazionale, costruito tra la sua gente. «Il giorno in cui un popolo aspira alla vita, il destino risponde alla sua chiamata» dice il poeta tunisino Abu al-Qasim as-Shabi.

In questo senso il ruolo dei mediattivisti e di coloro che raccontano i fatti senza filtri e mediazioni e li analizzano alla luce delle grandi questioni di carattere politico, sociale e culturale è fondamentale. È vero che questa è stata definita la generazione di Facebook e che i due milioni di profili Facebook presenti in Tunisia nel dicembre del 2010 hanno fatto la differenza in termini di mobilitazione popolare rispetto a rivolte precedenti come quella dei minatori di Gafsa nel 2008, ma è anche vero che “diffondere informazione significa anche condividere una coscienza collettiva comune e preparare alla mobilitazione” come mi disse un mediattivista arabo. Con i loro telefonini, correndo da un quartiere all’altro, sovente nella clandestinità, i giornalisti-cittadini e i produttori di cultura di strada hanno ridato dignità a intere popolazioni sottratte alla Storia dai loro despoti o ridotte alla sudditanza da sistemi economici senza umanità. Questo numero di Babel è dedicato in particolar modo a loro, voce delle mille voci che hanno rovesciato la piramide dell’informazione. Nelle loro esperienze esemplari di cittadinanza attiva hanno tracciato un sentiero. Sta a noi tutti ora percorrerlo. Chi ha preteso di rappresentare il Mediterraneo come una barriera necessaria, la frontiera tra la civiltà e la barbarie, non si è accorto che la lotta per i diritti è di per sè universale, ricongiunge e non separa.

Il Mediterraneo, spesso visto come “un problema”, è sempre più “la risorsa” per ripensare l’Italia, l’Europa e lo sviluppo giusto ed equo che vogliamo.

 

Gianluca Solera, 

Direttore Dipartimento Italia Europa

Mediterraneo / cittadinanza globale COSPE

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