L’impresa sociale sbarca nel Sud

Creazione di nuove opportunità di inserimento sociale e lavorativo, gestione autonoma e collettiva di beni e servizi da parte delle comunità locali, incremento della partecipazione dei giovani e delle donne nei processi decisionali. Questi gli imperativi del Forum MedESS sull’economia sociale e solidale, svoltosi a Tunisi dal 2 al 4 maggio 2013. Tra i partecipanti, associazioni, consorzi e imprese collettive, rappresentanti di crediti cooperativi e banche etiche, membri di reti associative delle due sponde del Mediterraneo. L’obiettivo è quello di mettere le basi di un nuovo ecosistema mediterraneo favorevole alle imprese sociali, capace di valorizzare i beni comuni e promuovere una gestione sostenibile delle risorse ambientali.

Il Forum è ambizioso, ma, purtroppo, ancora troppo sbilanciato verso la sponda nord del Mediterraneo e poco inclusivo di tutte quelle piccole realtà che stanno rianimando aree marginali della Tunisia, scarsamente rappresentate all’evento, anche a causa dei costi di iscrizione ben poco solidali. Tra le poche iniziative che arrivano dalle regioni interne della Tunisia, spicca Nomad08, una cooperativa auto-gestita di Redeyef, che realizza attrezzature per traduzioni e interpretariato con materiali di recupero.  “Nomad08 non intende solo essere una risposta alla disoccupazione giovanile, ma vuole portare avanti una battaglia politica e legale per il riconoscimento delle cooperative sociali nell’ordinamento tunisino”, racconta Wassim, uno dei fondatori del collettivo, che sottolinea quanto il concetto di cooperativa generi diffidenza perché ancora associato all’esperienza di imposizione del cooperativismo di stampo bourguibiano degli anni ’70.

A Jendouba, Kasserine e Sidi Bouzid, territori dal fragile tessuto economico, COSPE e i suoi  partner tunisini, avvieranno un percorso di selezione ed accompagnamento ad un nucleo di iniziative di economia sociale e solidale, promosse da gruppi di giovani e donne.

Nell’area di Jendouba il tentativo è quello di valorizzazione i saperi tradizionali, tramite il sostegno a giovani associazioni di donne che saranno sostenute nell’avvio di micro-imprese al femminile, grazie al progetto “Centro Donna Solidarietà”, realizzato in collaborazione con l’Association des Femmes Tunisiennes pour la Recherche et le Développement (Afturd).

A Kasserine, invece, ci sono quasi 10 mila donne artigiane che lavorano a domicilio producendo raffinati tappeti, abiti tradizionali, sculture, ceramiche e prodotti di arredamento. Ma la maggior parte delle artigiane spesso lavorano da sole con pochissimi strumenti e un salario indegno (meno di 50 euro al mese), a vantaggio degli speculatori che vendono i loro prodotti ai turisti nella zona costiera. Fornire loro canali diretti di commercializzazione e nuove forme di organizzazione permetterebbe di spezzare una catena di speculazione vessatoria.

Una dinamica ancora più aspra di sfruttamento affligge le donne delle aree rurali di Sidi Bouzid, forza lavoro quasi esclusiva nel settore agricolo della regione, costrette a dure giornate di raccolta nei campi per pochi dinari, sprovviste di ogni copertura sociale e tutela sindacale.

Proprio in queste regioni della Tunisia, è urgente intervenire, sostenendo la nascita di reti d’imprese sociali capaci di garantire un reddito dignitoso e valorizzare saperi e competenze locali.   Co-costruendo, con le organizzazioni della società civile, esperienze che stimolino lo sviluppo di un’altra economia, dal locale al nazionale.

Di Alessia Tibollo

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