La nuova Cooperazione? È nel rapporto tra “pari”

Dalla relazione a senso unico nord-sud a una piattaforma per i beni comuni globali

Marcia Social Forum TunisiViviamo un periodo di grandi contraddizioni e incertezze. Siamo nel mezzo di una crisi economica che mette in discussione modelli di sviluppo e stili di vita. Una situazione alla quale si sta rispondendo con la chiusura egoistica nel proprio “particulare”: un si-salvi-chi-può che contribuisce a peggiorare le cose anziché favorirne la soluzione.

Di questa onda emotiva ne fa le spese in vario modo la Cooperazione. L’Europa e gli europei si sentono improvvisamente impoveriti, minacciati nel loro status di benestanti del mondo. D’un tratto hanno perduto lo spirito solidaristico caratteristico della Cooperazione più tradizionale e sintetizzata nella formula: aiutiamo chi sta peggio di noi. Il taglio dei contributi alla cooperazione è la prima naturale conseguenza, perché per donare bisogna avere dei “surplus”.
La crisi finanziaria e poi economica del 2008 ha messo in evidenza l’impossibilità di proseguire sulle vecchie strade, mentre le primavere arabe hanno reso manifeste le potenzialità di una rete globale dei cittadini, connessi per promuovere diritti umani, diritti sociali, lotta alla povertà, difesa ambientale, sovranità alimentare.
Per questo la cooperazione non può essere più la stessa: deve cambiare entrando senza indugi in una nuova era. La cooperazione degli “aiuti” deve lasciare spazio alla cooperazione dei “pari”, del partenariato per il bene comune, dove ogni parte mette del suo. Non sono novità: sono almeno 12 anni che il tema è all’ordine del giorno, almeno dal primo forum sociale di Porto Alegre del gennaio 2001. Da quell’evento diventò evidente per tutti che la problematica Nord-Sud lasciava il passo alla problematica dei beni comuni globali: problemi che potevano trovare soluzione anche grazie a forme di partenariato fra i popoli del mondo.
Il tema oggi è come trasformare questa consapevolezza diffusa, in politiche di cooperazione dei governi, dell’Europa nel suo insieme e dell’OCSE. Ma anche come comunicare alla società questa necessità urgente di rivedere la logica della cooperazione tradizionale.
La cooperazione degli aiuti, mozione caritatevole di chi è tranquillo e non si mette in discussione, non è facilmente recuperabile in una cooperazione che auspica cambiamento, riforme globali, combatte interessi costituiti e privilegi, mette in discussione stili di vita. Ma la strada è obbligata: o la cooperazione diventa cooperazione fra popoli o è destinata ad esaurirsi nel giro di pochi lustri.
Cospe ha piena consapevolezza – e non da ora – di questa necessità. Perché lo richiedono i nostri partner, e perché solo promuovendo alleanze “orizzontali” si potrà incidere per un profondo rinnovamento della cooperazione istituzionale internazionale.

di Giancarlo Malavolti

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