Da dove vengono i soldi delle Ong

Fondi pubblici o fund raising? Il sentiero si fa sempre più stretto

Fondi ONG

Scandali, tagli, leggi fatte e leggi mancate, marketing, trasparenza verso i donatori. Sono queste alcune delle parole chiave che vengono associate ai finanziamenti pubblici e privati dell’universo Organizzazioni non Governative: in Italia con questa definizione ci riferiamo a 250 soggetti, ufficialmente riconosciuti dal Ministero degli Esteri, che lavorano professionalmente nella cooperazione internazionale e che gestiscono un totale di 350 milioni di euro l’anno. Realtà che, per riuscire ad operare, si contendono una fetta sempre più piccola di fondi pubblici (Ministero degli Esteri, Unione Europea e Enti locali) e del cosiddetto “mercato” dei donatori privati: cittadini, aziende e Fondazioni bancarie. Le ong, come le conosciamo oggi, nascono principalmente tra gli anni ’60 e ’70 in sostegno a movimenti internazionali e in solidarietà ai Paesi dell’allora definito “terzo mondo”. Riconosciute dallo Stato italiano con la legge 49 del 1987, le ong, diventano da quel momento uno dei soggetti della politica estera italiana e vengono quindi finanziate con un capitolo del bilancio statale. Le cose si incrinano già negli ’90 in seguito a scandali legati all’uso dei fondi nelle prime grandi crisi internazionali a cui la Cooperazione Italiana – quella bilaterale tra governi- si affaccia coniugando mala politica e corruzione (la Somalia di Ilaria Alpi, l’Iraq, la missione Arcobaleno nei Balcani, la metropolitana di Lima) e con un conseguente calo di immagine e ripensamento della sua funzione. Anche le ong, che non erano coinvolte in questi scandali, vengono travolte dal fango e la ricostruzione della reputazione è lunga e faticosa per tutti. Si passa in quegli anni ai finanziamenti “decentrati”, quelli cioè degli Enti Locali, che si dotano di leggi e risorse che finanziano progetti con soggetti omologhi in altre parti del mondo. Una grande opportunità, oltretutto, per incidere su territori e politiche locali e coinvolgerli in operazioni internazionali. Il bilancio statale per la cooperazione internazionale continua però a diminuire inficiandone, di fatto, la capacità di incidenza e importanza a livello internazionale.

Gli anni 2000 vedono poi un calo di investimenti tale da parte dell’Italia che il nostro Paese non onora neppure gli impegni presi con le agenzie dell’Onu, come il “Fondo globale per la lotta all’Aids” a cui, ad oggi, non sono stati ancora versati i 260 milioni di euro promessi nel G8 del 2009. L’ “Associazione Italiana delle Ong” (Aoi), la più grande aggregazione di ong e associazioni di cooperazione internazionale, ha fatto il conto dei tagli dello Stato italiano: dal 2008 al 2011 i fondi sono scesi dell’88% . Complice la crisi e la recessione economica, si dirà, ma in realtà la contrazione di fondi in questo settore che lega impegno sociale e internazionale era già cominciato da tempo e a nulla è valsa la nomina nel 2011 di un Ministro (senza portafoglio) per la cooperazione e l’integrazione.

Unica novità degli anni 2000, l’introduzione del “5×1000” nella dichiarazione dei redditi dei cittadini da devolvere al terzo settore: un meccanismo criticato ma che è entrato di fatto nel bilancio delle ong, che si sono viste però negare le risorse attribuite oppure hanno sofferto di ritardi nello stanziamento.

In questo panorama grigio rimane l’impegno dell’Unione europea che per il 2014-2020 stanzia 972miliardi di euro, cifra consistente ma che: “E’ comunque un’inversione di tendenza perché rappresenta una flessione di 14 punti percentuali”, dice Francesco Pretelli, portavoce di Aoi a Concord, il consorzio europeo che riunisce 1600 ong.

E intanto le ong stanno a guardare? No, fanno quello che possono sperimentando la raccolta fondi da privati: aumentando le strategie di comunicazione e fund raising e imitando, talvolta in piccolo e piccolissimo, le attività delle grandi “multinazionali” della solidarietà che nel frattempo sono sbarcate anche in Italia: da “Save the children” a “Action Aid” e, ultima in ordine d’arrivo, Oxfam. Grandi ong abituate ai meccanismi della charity anglosassone che comunicano e raccolgono fondi usando per questo una bella fetta del loro budget. Attività queste messe sotto lente di ingrandimento dal libro della giornalista di “Radio24 ”, Valentina Furlanetto, “L’industria della carità”, che descrive il mondo della cooperazione come terra di pirati pronti a tutto per mantenere in piedi, con abili operazioni di marketing, attività che poco o nessun impatto hanno sui destinatari della solidarietà. Una lettura, questa, molto criticata dal mondo delle ong che ne denuncia un taglio volutamente sensazionalistico: “Confonde realtà molto diverse tra loro e, pur sollevando temi fondamentali come la trasparenza e l’efficienza, riferisce numeri confusi e casi inesatti o quantomeno incompleti”, ha scritto in un comunicato il presidente dell’Aoi Gianfranco Gattai. Nel libro la giornalista, che è andata a spulciare i bilanci di molte organizzazioni, lamenta una mancanza di trasparenza generalizzata nella rendicontazione dell’utilizzo dei fondi: “In Italia – scrive Furlanetto – non c’è obbligo di pubblicare i bilanci. Negli altri Paesi sì e i donatori non si accontentano di qualche foto di bambino sorridente o qualche grafico incomprensibile del bilancio sociale, ma pretendono di sapere che fine fanno i loro soldi”.

Le cose stanno in modo diverso secondo Cinzia di Stasio dell’Istituto Italiano della Donazione, unico ente che ha introdotto una certificazione per le ong: “Tutte le 60 ong socie dell’istituto sono impegnate in azioni di comunicazione, trasparenza e efficienza nell’utilizzo dei propri fondi, e noi le monitoriamo costantemente. Inoltre sono obbligate a pubblicare sul sito il proprio bilancio economico”. Bilancio che nella media delle organizzazioni aderenti all’istituto pare virtuoso: l’84% del bilancio va nei progetti, l’11% alla struttura e il 5% alle attività di raccolta fondi. “La comunicazione che definiamo ‘buona’, quella fatta dopo la donazione e incentrata sulla rendicontazione, è quella che noi stimoliamo nei nostri soci, ed è anche un’esigenza sempre più forte: in questo periodo di crisi, in cui abbiamo visto diminuire drasticamente l’ingresso di donazioni anche da parte del settore privato, le uniche associazioni premiate sono quelle con i donatori ‘fidelizzati’, con cui si è creato un rapporto di fiducia”. Mentre il pubblico si ritira ed il privato entra in crisi, credibilità e fiducia diventano quindi le parole chiave: “Per noi la raccolta fondi da privati – dice Fabio Laurenzi, presidente COSPE – rappresenta anche l’opportunità di radicarsi sul territorio e coinvolgere nelle tematiche su cui lavoriamo sempre di più soggetti economici e sociali italiani. Ci battiamo, però, perché rimanga il finanziamento pubblico e perché la cooperazione internazionale continui ad essere uno degli strumenti di politica internazionale del nostro governo, dove le ong abbiano un ruolo fondamentale. Invece vediamo che si continua a investire, senza che la crisi le intacchi, in spese militari, caccia, fregate e missioni umanitarie. Non in azioni di sviluppo”.

di Pamela Cioni

Leggi tutti gli articoli di questo numero di Babel

Da dove vengono i soldi delle Ong
Condividi su facebook
Facebook
Condividi su google
Google+
Condividi su twitter
Twitter
Condividi su linkedin
LinkedIn
Condividi su pinterest
Pinterest