‘Se perde anche l’Esperance’ – 8

”Se perde anche l’Esperance” è un reportage di Alessandro Doranti che nel suo ultimo viaggio in Tunisia ha analizzato il rapporto viscerale che il paese ha con il calcio, tracciando un quadro fortemente legato anche alle vicende politiche e sociali del Paese.

A poche settimane dall’omicidio di Chokri Belaid e dall’inizio del Social Forum che si terrà a Tunisi dal 26 al 30 marzo 2013, i riflettori internazionali tornano ad accendersi sulla Tunisia.

Parte 8 – ”Se perde anche l’Esperance”. Seguite il reportage su Babel blog e su Facebook COSPE.

Esperance - foto di Alessandro Doranti
Esperance – foto di Alessandro Doranti

Nei giorni che precedono la finale di Champions mezza città risulta imbandierata dai colori dell’Esperance. Alla chiamata dell’imam si sovrappongono i clacson dei tifosi e l’attesa si fa sempre più frenetica e rumorosa. La notte i garage diventano il rifugio improvvisato di gruppi di ultrà e i canti ritmati dai tamburi riecheggiano fino alla strada. I giornali mostrano foto di code interminabili ai botteghini. Come per ogni evento internazionale si gioca all’Olympique de Radès, che di spettatori ne conterebbe quasi il doppio, ma la capienza è drasticamente ridotta a 35.000 a causa di timori per l’ordine pubblico. L’avversario è l’Al Ahly, la squadra dei rossi del Cairo, che con la presidenza onoraria attribuita a Nasser, non fa mistero della propria vocazione politica. Detentrice del record di vittorie in League des Champions, si è presentata alla finale con ancora addosso il ricordo e le conseguenze dei fatti di Port Said, “il peggior disastro del calcio egiziano”. Massacrati dai tifosi dell’Al Masry, che invasero il campo davanti a forze dell’ordine inerti, 74 sostenitori dell’Al Ahly persero la vita. Perfino secondo i Fratelli Musulmani si è trattato di un messaggio tinto col sangue dagli ex partigiani di Hosni Mubarak: la rivoluzione del popolo deve finire. Gli ultras carioti, che insieme ai rivali storici dello Zamalek furono una presenza decisiva nelle strade del Cairo in rivolta, hanno deciso di non seguire la squadra fin quando non verranno accertate le responsabilità della strage. Per questo hanno disertato la finale d’andata, finita in parità (1-1) e disputata ad Alessandria, lontano da Piazza Tahrir e dalle turbolenze della capitale egiziana.

Alla vigilia io e Wael siamo invitati a casa di amici comuni. L’argomento è ineludibile e l’analisi ci trova in sintonia. Nell’ultima settimana Tunisi è attraversata da un’insolita vivacità. Il calcio ha riunito le persone, le impegna, le rianima. E l’Esperance, da decenni, è abituato a regalare soddisfazioni. “Sarebbe bello esserci…” – azzardo, già prospettando l’accusa di alto tradimento. Ma è Wael a sorprendermi: “Moi aussi”. Una gran risata affranca la nostra reciproca debolezza. Se il calcio è la lingua incisiva nel convincere la città a riattivarsi, occorre essere presenti all’arringa. In termini sociologici, ci sentiamo assolti. Wael mi mette in guardia sulla difficoltà di reperire i biglietti e come unica possibilità, propone di contattare l’indomani alcuni amici del gruppo Zapatista.

… Sabato 17 novembre la città si sveglia assolata, il traffico è congestionato e i magazzini dell’alcool, chiusi il venerdì di preghiera, sono presi d’assalto per le ultime scorte di birra. Lo sventolio di sciarpe e bandiere è incessante e gli ambulanti carichi di vessilli fanno affari d’oro … (continua)

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