Le Ong a una svolta

DSC_0874C’è un insegnamento che dobbiamo trarre dai seminari di “Firenze 10+10” a cui COSPE ha contribuito. Abbiamo chiesto a tutti gli attori convenuti da ogni parte del Mediterraneo quali fossero gli “avversari” che ostacolano i processi democratici nei rispettivi Paesi. La risposta è stata unanime e inattesa: il principale nemico è individuato, senza appello, nell’Unione Europea e nelle politiche dei suoi governi. Non sorprende sapere che l’Europa ha comportamenti e politiche molto contraddittorie: il contributo al perseguimento del rispetto dei diritti umani e della democrazia da una parte e della stabilità e del business dall’altra. Le politiche proibizionistiche e securitarie adottate in materia di immigrazione dall’Unione Europea e dai Governi europei tra cui l’Italia sono lì a ricordarcelo, con le migliaia di morti dispersi nel Mediterraneo, il trattamento disumano dei migranti nei campi di detenzione e le denunce documentate di violazione delle principali convenzioni internazionali sui diritti umani. E quanti di noi in questi anni avevano misurato il sostegno esplicito che anche l’Italia aveva garantito, ad esempio, a Ben Ali, conferendogli in 25 anni una trentina di premi per la tutela dei diritti umani? La conseguenza della nostra colpevole negligenza costringe oggi chi, in Egitto o in Tunisia, lotta per la difesa dei diritti umani e dei lavoratori a difendersi dall’accusa di essere agenti dell’Occidente, e apre spazi politici alle forze più conservatrici che strumentalizzano gli esiti del processo rivoluzionario.

Pertanto, oggi, quello a cui siamo chiamati come ong, è una vera e propria svolta copernicana nella maniera di praticare e di intendere la cooperazione: è infatti a partire dai nostri territori che si costruisce la giustizia globale, in nome della coerenza delle politiche con gli obiettivi di sviluppo che, dall’ONU al Trattato di Lisbona, tutti riconoscono, a parole. Se oggi vogliamo essere credibili la dimensione politica, nella sua forma più nobile, non può più essere elusa. Di conseguenza le dicotomie ereditate da anni che oppongono Paesi sviluppati e “in via di sviluppo”, attori della cooperazione e beneficiari, non tengono più, e devono essere aggiornate e sostituite dal concetto di partenariati solidali.

Come hanno ben sottolineato i nostri partner albanesi: siamo sulla stessa barca, solo viaggiamo su classi diverse. Verrebbe da aggiungere: per ora. Ne offre un esempio il “Movimento europeo dell’acqua bene comune”: per un soggetto come COSPE, gli esempi di privatizzazione dell’acqua e violazione dei diritti umani portati dalle reti europee ricordano in maniera inquietante quelli conosciuti in Africa o America Latina. Essere parte di questo movimento significa per COSPE riconoscere anche che la logica dell’austerity in Europa non è diversa da quella che da trent’anni condanniamo in giro per il mondo. Eccoci quindi arrivati al secondo aspetto della svolta copernicana: fare cooperazione, oggi, significa aiutare un movimento sociale europeo a decentrarsi e a uscire dall’autoreferenzialità per aprirsi alle esperienze più avanzate che si sviluppano in altri continenti. Non più l’Europa che accorre in aiuto al mondo sofferente: al contrario l’Europa sofferente che si avvale del contributo di chi, nel mondo, ha da tempo sviluppato gli anticorpi contro gli stessi processi che oggi investono anche noi.

di Fabio Laurenzi

Babel 3/2012

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