Schiavi del debito

Quello tunisino è di 30 miliardi di dollari. Chomki: “È l’arma del nuovo capitalismo”

“Essere ottimisti dopo 35 anni di lotta contro il regime, è necessario”, dice sorridendo Fathi Chomki, tra i più noti attivisti tunisini, fondatore di Raid, membro di Attac e di Cdmn (Comité pour l’annulation de la dette du Tiers Monde). Professore all’Università di Tunisi e militante dai tempi di Bourghiba, Chomki ha collezionato pestaggi, torture e carcerazioni, l’ultima nel 2000, quando ha trascorso in cella 15 mesi. Oggi giudica la rivoluzione in una fase di “roll-back” (arretramento). Ma nonostante tutto “se le difficoltà sono enormi lo è anche il potenziale di questo popolo”.

Ottimismo necessario, ma anche uno sguardo molto critico, il Suo, sul decorso della rivoluzione tunisina…
– Dobbiamo essere in grado di mantenere e sviluppare le libertà che abbiamo conquistato grazie al movimento rivoluzionario: la libertà di espressione, la libertà sindacale, quella di associazione e di manifestazione. Ma nonostante il cambiamento, gli esponenti del vecchio regime sono ancora al potere. I partiti politici più strutturati, come “Ennhada”, hanno preso il sopravvento sui movimenti indipendenti e si rischia di tornare al vecchio sistema con un piccolo maquillage democratico. Di fatto poi il sistema economico e sociale è tenuto sotto controllo dall’esterno, dalla Banca Mondiale, dal Fmi, dalla grande fi nanza e dall’UE soprattutto grazie al ricatto del debito pubblico.

Lei è in prima linea nella battaglia contro il debito pubblico. Come sta andando?
– Paradossalmente otteniamo più risultati all’estero che in patria: il 10 maggio 2012, per esempio, il Parlamento Europeo ha votato una risoluzione nella quale si qualifi ca “esecrabile” il debito contratto dai dittatori nei paesi del Nordafrica e del Medioriente. Un grande successo politico anche se fi nora senza conseguenze. Il debito, che in Tunisia è oggi di 30 miliardi di dollari, è infatti la principale arma del nuovo capitalismo che ormai colpisce anche i Paesi europei come la Grecia e l’Italia. In Tunisia non è una questione all’ordine del giorno. Credo che uno spazio per parlarne sarà proprio il Forum Mondiale di Tunisi.

Un Forum organizzato nell’epicentro della primavera araba….
– Non siamo stati noi che abbiamo cercato o voluto il Social Forum ma è il Forum che ha scelto di venire qui a ri-ossigenarsi e a captare forze alternative e nuove. Perché a mio parere il Social Forum si è esaurito e forse solo la rivoluzione tunisina potrebbe dargli nuove speranze. Spero davvero che il Forum diventi un attore della rivoluzione e che non venga svuotato da contenuti sociali per diventare uno strumento di interessi commerciali come, per esempio, quelli dell’Ue che da un lato sembra sostenere la nostra società e dall’altra mette in pratica severe politiche di libero scambio che accelerano e aggravano il debito pubblico.

di Pamela Cioni

Babel 3/2012

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