Tunisi e l’anarchia della banda FM

Antenne e trasmettitori sono una merce rara in Tunisia, perché fino a quando Ben Ali occupava la poltrona di presidente le radio erano costrette a trasmettere solo attraverso le “antenne di Stato”.

monastir_18Ma Salah Fourti, presidente del sindacato tunisino delle radio libere e “pirata” dell’etere della prima ora, trasmetteva già all’epoca con tecnologie di fortuna e alimentatori a gasolio piazzati su qualche anonimo tetto di Tunisi.
Arresti, pedinamenti e minacce, sono il prezzo che lui e i suoi collaboratori hanno pagato per anni. Poi, il suicidio del giovane Mohammed Bouazizi, l’esplosione di rabbia dei tunisini, la rivoluzione.

Oggi Radio Six (si chiama così perché a fondarla erano stati in sei) conta 20 dipendenti e uno studio piazzato in una villa a 140 metri sul livello del mare: la posizione ideale per trasmettere su tutta Tunisi e dintorni entro un raggio di 60 chilometri.

Detta così sembra una storia a lieto fine. Ma la Rivoluzione, come ricorda lo stesso Fourti, è alla fase due. La vecchia legge sui media audiovisivi che dava all’ex dittatore la facoltà di decidere vita e morte di un’emittente è stata soppressa. Al suo posto, se si escludono tre decreti in parte o in tutto disattesi, ci sono il vuoto e la tentazione da parte del governo di non sciogliere completamente le briglie ai media.

“Il prezzo di una licenza per una radio locale come la nostra – spiega Fourti – è di circa 50 mila euro all’anno”. Una cifra inarrivabile per il giornalista e i suoi associati. “Inoltre – continua – il monopolio delle trasmissioni rimane nelle mani dello Stato e noi ci siamo sempre opposti all’idea che il nostro segnale debba essere gestito da un ufficio del governo che in teoria ci può zittire premendo un bottone”.

Per questo Radio Six si è appropriata abusivamente di una frequenza vergine sulla banda Fm e trasmette con strumenti propri, introdotti clandestinamente nel Paese. “In Tunisia è vietato importare apparecchiature per le trasmissioni radio”, spiega Fourti, dicendosi molto grato alle decine di attivisti europei che hanno fatto entrare i pezzi necessari a costruire i trasmettitori: “Entravano dichiarando alla dogana che in valigia avevano apparecchiature per la registrazione e uscivano dal paese a mani vuote, con una denuncia per furto”.

Il pezzo forte di radio Six sono le tribune politiche: “Da noi – racconta Fourti – i fondamentalisti islamici hanno libertà di parola quanto i marxisti”. Forse anche per questo, nonostante Radio Six viva nella zona grigia tra legalità e illegalità, Fourti e i suoi non hanno mai ricevuto critiche o minacce di chiusura
dal nuovo establishment di Tunisi. E in attesa che una legge sui media dia una collocazione certa alle radio indipendenti “bisogna stare sempre in campana”.

di Ernesto Pagano

Babel 3/2012

Tunisi e l’anarchia della banda FM
Condividi su facebook
Facebook
Condividi su google
Google+
Condividi su twitter
Twitter
Condividi su linkedin
LinkedIn
Condividi su pinterest
Pinterest