“Tahrir è di tutti”

“Pensare che l’ascesa degli islamisti sia il segno della sconfitta della Rivoluzione in Egitto vuol dire non aver capito il percorso intrapreso dal nostro Paese”.

Gamal Eid, presidente dell’Arabic network for human rights information (Anhri), è arrabbiato con quanti al forum di “Firenze 10+10” dello scorso novembre hanno “appiattito” il suo intervento spostandolo sulla questione Islam versus laicità.

Di cosa parliamo allora quando parliamo di rivoluzione in Egitto?

Parliamo di un muro di paura che ci teneva schiacciati sotto la dittatura e che adesso è stato abbattuto.
Gli egiziani non hanno più timore di alzare la voce quando reputano un’azione del governo ingiusta. Lo si vede ogni giorno. Ma il cammino verso la democrazia è un processo più lungo e complesso.

Da osservatore dei media, avverte segni di apertura?
− Tra i giornalisti ci sono senz’altro i volta gabbana e i felul, i nostalgici del regime che gridano al fallimento della Rivoluzione. Ma la cosa più importante è che all’interno dei media c’è una spinta verso l’innovazione, dettata anche da un pubblico più presente. Certo, si fanno ancora molti errori, ma è molto meglio il disordine della libertà che l’ordine della dittatura.

L’Europa teme che nel Sud del Mediterraneo si stiano creando nuove dittature.
− Era inevitabile che ci fossero spinte autoritarie, ma gli egiziani dimostrano di non accettare più supini le scelte del loro presidente. L’errore dell’Europa è pensare che l’islamismo al potere non sia democratico. E’ sbagliato credere che nel nuovo Egitto non ci sia posto per gli islamisti. La nostra democrazia non sarà mai a immagine e somiglianza di quella europea.

di E.P.

Babel 3/2012

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