La terra rivoltata

In Argentina ci sono le miniere a cielo aperto più grandi del mondo. La loro attività sta devastando l’ecosistema, e chi protesta “è un terrorista”.

di Pamela Cioni

“Da 18 anni, da quando le prime multinazionali delle estrazioni di minerali sono arrivate, lottiamo contro lo sfruttamento del nostro territorio”, dice Sebastian Eduardo Pinetta, presidente dell’associazione BePe (partner di Cospe) che da più di 20 anni lavora nel nordovest argentino, zona di Catamarca, per sostenere la popolazione già di per sé povera. In questa regione della cordigliera andina argentina sono molti i villaggi mobilitati in modo permanente con vari metodi e tipologie di proteste (blocchi di strade, manifestazioni, formazione di comitati) contro le imprese minerarie della zona e contro i progetti di estrazione che sono attualmente allo studio.
“Da tempo – racconta Pinetta – vengono utilizzati metodi intimidatori nei nostri confronti per esempio le procedure di una legge contro il terrorismo che non ci consente di transitare nei nostri territori, ma può permettere alla polizia di fermarci e di arrestarci senza un vero motivo”.
E’ una lunga storia di resistenza quella della Catamarca, dove una popolazione inerme subisce la violazione sistematica dei propri diritti a favore degli interessi economici di grandi gruppi industriali – in particolare della miniera Alumbrera – con la complicità del governo argentino.
La storia della Alumbrera è raccontata anche dal regista argentino Pino Solanas nel suo ultimo documentario “Tierra sublevada. Oro impuro” che racconta come da questa, che è la sesta miniera a cielo aperto più grande del mondo, si estraggano 700 mila tonnellate l’anno di concentrato di oro e rame a colpi di dinamite con esplosioni che distruggono 30 tonnellate di roccia la giorno. Impressionante è la quantità di acqua (circa 100 milioni di tonnellate al giorno in tutta la regione) che viene utilizzata per gli impianti e per separare i metalli una volta addizionata di sostanze chimiche e tossiche come acido sulfurico e cianuro. Questo processo, oltre allo spreco, va ad inquinare irreparabilmente le falde acquifere e la campagna circostante. Il processo di estrazione delle grandi miniere a cielo aperto è profondamente invasivo, distrugge l’ecosistema ma anche le economie e le culture locali riducendo le popolazioni indigene alla povertà o costringendole a migrazioni forzate. “Il nostro governo ha praticamente messo all’asta questa zona del Paese e in generale le risorse naturali argentine”, continua Pinetta nella sua denuncia. “I giacimenti di oro, rame, litio, argento che abbiamo in abbondanza – aggiunge – vengono fatti sfruttare da multinazionali straniere che sono arrivate promettendo lavoro e sviluppo e che stanno solo avvelenando il nostro ambiente e producendo miseria”.
Le compagnie straniere impiegano di fatto solo lo 0,06 per cento di manodopera locale e non infl uiscono per niente sul Pil argentino. Un modello di sfruttamento del terreno e dell’ambiente che ricalca il paradigma coloniale, come emerge chiaramente nei diversi trattati delle assemblee popolari della zona: le imprese oltre a non lasciare niente sul terreno godono infatti di un regime fi scale agevolato, pagano tasse bassissime sui guadagni (3 per centodi royalties su oro e rame) ed esportano tutto all’estero senza nessuna ricaduta sull’economia locale, con il risultato che la sola miniera Alumbrera fattura in un anno 4-5 volte l’intera provincia di Catamarca.
“Siamo stanchi – conclude Pinetta – di vedere questo scempio. Ma, sia chiaro, la nostra lotta non è solo ambientale. Crediamo che la nostra sia una lotta politica, in difesa dei beni comuni e di un modello di sviluppo più attento alle persone e più democratico. Continueremo, nonostante le repressioni, e speriamo di trovare sostegno anche lontano da Catamarca perché la nostra è una battaglia globale per il bene comune”.
Da alcuni mesi Cospe sostiene l’associazione BePe guidata da Pinetta per aiutare a rafforzare gli spazi di condivisione democratica e costruire una rete che unisca i numerosi comitati e le assemblee popolari della cordigliera andina. L’obiettivo è permettere al popolo di costituire una voce politica sempre più forte e capace di andare a intaccare il quadro legislativo vigente in materia di sfruttamento delle risorse in Argentina e di riuscire a salvaguardare l’ambiente e i saperi locali.

 

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