Intervista a Tony Clarke

Presente alla cupola dei popoli anche Tony Clarke, attivista canadese, direttore del Polaris Institute di Ottawa, membro del Global Policy and Future Council e premio nobel alternativo nel 2005. Una voce analitica e allo stesso tempo critica dell’attuale modello politico ed economico. Anche lui, naturalmente, tra gli insoddisfatti.

Perché sei qui?
TC.: Per molti anni abbiamo lavorato alla costruzione di un movimento globale in diversi Paesi per affrontare i problemi della giustizia economica e della giustizia ecologica. Questo è il punto di incontro, in cui tutti confluiamo per segnalare al mondo intero che non accettiamo più la politica insostenibile portata avanti dai governi e dalle multinazionali che dominano questo pianeta.

Questo movimento globale esiste da almeno 13 anni ormai, da Seattle in poi. Pensi che ci siano stati dei progressi?
TC.: Anche se Seattle è da molti considerato un calcio d’inizio, in realtà il movimento globale per la giustizia sociale e ambientale affonda le sue radici molto più lontano. In questi anni abbiamo attraversato alti e bassi, ma penso che dei risultati concreti siano stati conseguiti. Dieci o quindici anni fa quasi non ci conoscevamo, avanzavamo isolati e in maniera dispersiva. Oggi lavoriamo fianco a fianco tutti i giorni, condividiamo idee, piattaforme, critiche e analisi. Questo passaggio non è scontato e quindici anni fa sembrava impossibile. Abbiamo fatto importanti progressi anche sul fronte della metodologia di lavoro. Molta strada deve essere ancora percorsa, ma mi auguro, e credo fermamente, che quello che sta avvenendo qui a Rio possa essere un momento forte di rilancio del movimento.

In che senso possiamo parlare di “forte rilancio”?
TC.: Individui e movimenti si sono radunati qui sulla base di un consenso radicato nei confronti di un cambiamento necessario e improcrastinabile. Erano anni che non si vedeva tanta determinazione. Inoltre la convergenza dei movimenti per la giustizia economica, sociale e ambientale rappresenta un passaggio fondamentale verso un movimento più articolato ed unito che ci permetterà in futuro di essere ancora più forti.

Come pensi che il Movimento possa influenzare le posizioni dei singoli Stati e i negoziati ONU negli anni a venire?
TC.: Non solo gli anni a venire: questo cambiamento è già in corso. Basta pensare al ruolo della società civile nell’esprimere insoddisfazione per come i governi stanno affrontando la crisi del debito in Europa, la primavera araba, il referendum per l’acqua in Italia, il movimento studentesco in Canada, il mio Paese. Tutte queste manifestazioni sono suonate come delle sveglie per la maggioranza della popolazione: sta passando il messaggio che il modello economico è fondamentalmente sbagliato, e inceppato, dobbiamo fare qualcosa per aggiustare la situazione. Penso che nei prossimi anni assisteremo a degli sforzi ancora più determinati per sbarazzarci di tutti i governi e dei partiti politici incapaci di interpretare la visione di un cambiamento necessario per il futuro del pianeta.

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